03/05/10
Napoli è la città con le tasse più alte
Napoli è la città delle italie dove la pressione tributaria locale è cresciuta di più nel 2010. Lo certifica lo studio, condotto da Krls network of business ethics per conto dell’associazione contribuenti italiani. Ogni napoletano verserà nel corso del 2010 ai propri enti locali, imposte, tasse, tributi e addizionalivarie per 2.572,89 euro contro una media nazionale di 1.710,15 euro. Il capoluogo partenopeo tra le entrate tributarie provinciali annovera la tassarifiuti, che falsa la classifica: da sola incide per 507,45 euro contro la media nazionale di 230,20 euro
08/04/10
Cesaro nomina assessore al Bilancio il suo autista
QUI LA DOMANDA SORGE SPONTANEA: ALMENO L'ASSESSORE-AUTISTA DI CESARO CE L'HA LA PATENTE?
Giovanni De Cicco
NAPOLI - L’autista dell’onorevole che diventa assessore. Non è una storia da libro cuore, né l’esempio di quello che non può mai accadere in politica. Il centrodestra parla del Comune di Napoli, apre il dibattito sulla possibilità di candidare alla poltrona di primo cittadino un leghista. Una provocazione che mette in evidenza un altro aspetto: serve rigore e servono persone capaci che possano restituire una speranza al capoluogo partenopeo dopo gli anni bui di Rosa Russo Iervolino. Il centrodestra propone rigore e competenza. La stessa competenza e lo stesso rigore che il centrodestra sta mostrando al governo della Provincia di Napoli. Non solo i problemi interni alla maggioranza guidata da Luigi Cesaro, parlamentare e leader provinciale del Pdl, hanno paralizzato il Consiglio. Quella di Napoli è l’unica Provincia d’Italia a non aver ancora nominato i revisori dei conti. L’assemblea provinciale non riesce a riunirsi e le continue convocazioni vanno “deserte” per mancanza di numero legale. Non si presentano nemmeno in aula. E se non fanno nulla nei giorni lavorativi figuriamoci se pensano di “lavorare” durante quelli festivi. Tutti in vacanza. A Pasqua. Un lungo ponte iniziato giovedì e chissà quando finirà. Ma mentre tutti erano al mare, in montagna o in qualche capitale d’Europa, arriva quella che in apparenza è una buona notizia. Il presidente Luigi Cesaro è in Provincia. E’ al lavoro. Venerdì santo. Cesaro, in compagnia del suo fedele autista, da solo, prepara un atto di nomina. Indovinate per chi? Per il suo autista. Armando Cascio. No. Non si tratta di un “comando”. Né di qualche ora di straordinario non meritata. Peccati veniali che a Napoli passano sotto silenzio. Non ordina nemmeno l’acquisto di una nuova auto blu. Nessun favore. Il presidente originario di Sant’Antimo va oltre ogni possibile pensiero: lo nomina assessore al Bilancio. Proprio così. L’autista del presidente nominato dal presidente assessore al Bilancio della Provincia di Napoli. L’autista di Cesaro, Armando Cascio, ha conseguito un diploma di ragioniere e a distanza di molti anni una minilaurea a Bari in Scienze dell’azienda moderna. Ha smentito con grande imbarazzo che quel titolo è stato conseguito attraverso dei favori di persone influenti. Preferisce soprassedere. Non rispondere. Ha fatto l’autista dell’onorevole Luigi Cesaro e per questo si è definito “un grande servitore dello Stato”. Proprio come Falcone e Borsellino. I magistrati che hanno perso la vita perché dichiararono “guerra aperta” alla mafia ed agli interessi che “Cosa nostra” intratteneva con esponenti di spicco della politica. Servitori dello Stato. Come Armando Cascio.
Il blitz del presidente Luigi Cesaro durante il venerdì santo ha lasciato tutti a bocca aperta. Gli stessi consiglieri provinciali del Pdl hanno alzato il tiro. Hanno detto chiaramente che non condividono la nomina di Cascio in giunta. Ma nessuno alza la voce più di tanto. Anche perché significherebbe mettere in crisi la maggioranza, rischiare la poltrona, inimicarsi il presidente della giunta e gli assessori. Un costo troppo alto. Senza amicizie non si distribuiscono poltrone, non si fanno favori, non si assegnano contributi in denaro ad associazioni amiche, non si può fare clientelismo. E se Cesaro chiude i rubinetti, il consigliere di turno resta a secco e di conseguenza non riesce a racimolare voti. Allora tutti zitti. Qualcuno ha parlato per salvare la faccia. Niente di più. Da domani è tutto dimenticato. Le vacanze sono finite. Armando Cascio da autista dell’onorevole è ufficialmente assessore al Bilancio della Provincia di Napoli. La famosa meritocrazia pubblicizzata da Mara Carfagna durante l’ultima campagna elettorale. “Per troppo tempo i furbi sono andati avanti ed i bravi erano alla finestra - ha spiegato Carfagna durante numerosi incontri pubblici -.”. Detto fatto. E’ finita l’ora dei furbi. Tocca ai bravi. Tocca agli autisti dei parlamentari ricoprire cariche importanti e rilanciare Napoli e la Campania. E non si tratta di un episodio isolato. E’ una priorità stabilita dal programma del centrodestra. Al primo punto: “Saranno gli autisti a guidare il riscatto del territorio”. Infatti, Nicola Mercurio, ex autista di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e leader regionale del Pdl, è stato nominato nello staff di Marcello Fiori, funzionario della Protezione civile e braccio destro del sottosegretario Bertolaso. Nulla contro gli autisti. Per carità. Nessuno, però, immaginava che il riscatto di Napoli e la Campania passasse dai loro piedi. Anzi, dalle loro capacità nell’amministrare la cosa pubblica. Non ci sono parole. E’ l’ora dei bravi in politica. Tocca agli autisti…
Giovanni De Cicco
NAPOLI - L’autista dell’onorevole che diventa assessore. Non è una storia da libro cuore, né l’esempio di quello che non può mai accadere in politica. Il centrodestra parla del Comune di Napoli, apre il dibattito sulla possibilità di candidare alla poltrona di primo cittadino un leghista. Una provocazione che mette in evidenza un altro aspetto: serve rigore e servono persone capaci che possano restituire una speranza al capoluogo partenopeo dopo gli anni bui di Rosa Russo Iervolino. Il centrodestra propone rigore e competenza. La stessa competenza e lo stesso rigore che il centrodestra sta mostrando al governo della Provincia di Napoli. Non solo i problemi interni alla maggioranza guidata da Luigi Cesaro, parlamentare e leader provinciale del Pdl, hanno paralizzato il Consiglio. Quella di Napoli è l’unica Provincia d’Italia a non aver ancora nominato i revisori dei conti. L’assemblea provinciale non riesce a riunirsi e le continue convocazioni vanno “deserte” per mancanza di numero legale. Non si presentano nemmeno in aula. E se non fanno nulla nei giorni lavorativi figuriamoci se pensano di “lavorare” durante quelli festivi. Tutti in vacanza. A Pasqua. Un lungo ponte iniziato giovedì e chissà quando finirà. Ma mentre tutti erano al mare, in montagna o in qualche capitale d’Europa, arriva quella che in apparenza è una buona notizia. Il presidente Luigi Cesaro è in Provincia. E’ al lavoro. Venerdì santo. Cesaro, in compagnia del suo fedele autista, da solo, prepara un atto di nomina. Indovinate per chi? Per il suo autista. Armando Cascio. No. Non si tratta di un “comando”. Né di qualche ora di straordinario non meritata. Peccati veniali che a Napoli passano sotto silenzio. Non ordina nemmeno l’acquisto di una nuova auto blu. Nessun favore. Il presidente originario di Sant’Antimo va oltre ogni possibile pensiero: lo nomina assessore al Bilancio. Proprio così. L’autista del presidente nominato dal presidente assessore al Bilancio della Provincia di Napoli. L’autista di Cesaro, Armando Cascio, ha conseguito un diploma di ragioniere e a distanza di molti anni una minilaurea a Bari in Scienze dell’azienda moderna. Ha smentito con grande imbarazzo che quel titolo è stato conseguito attraverso dei favori di persone influenti. Preferisce soprassedere. Non rispondere. Ha fatto l’autista dell’onorevole Luigi Cesaro e per questo si è definito “un grande servitore dello Stato”. Proprio come Falcone e Borsellino. I magistrati che hanno perso la vita perché dichiararono “guerra aperta” alla mafia ed agli interessi che “Cosa nostra” intratteneva con esponenti di spicco della politica. Servitori dello Stato. Come Armando Cascio.
Il blitz del presidente Luigi Cesaro durante il venerdì santo ha lasciato tutti a bocca aperta. Gli stessi consiglieri provinciali del Pdl hanno alzato il tiro. Hanno detto chiaramente che non condividono la nomina di Cascio in giunta. Ma nessuno alza la voce più di tanto. Anche perché significherebbe mettere in crisi la maggioranza, rischiare la poltrona, inimicarsi il presidente della giunta e gli assessori. Un costo troppo alto. Senza amicizie non si distribuiscono poltrone, non si fanno favori, non si assegnano contributi in denaro ad associazioni amiche, non si può fare clientelismo. E se Cesaro chiude i rubinetti, il consigliere di turno resta a secco e di conseguenza non riesce a racimolare voti. Allora tutti zitti. Qualcuno ha parlato per salvare la faccia. Niente di più. Da domani è tutto dimenticato. Le vacanze sono finite. Armando Cascio da autista dell’onorevole è ufficialmente assessore al Bilancio della Provincia di Napoli. La famosa meritocrazia pubblicizzata da Mara Carfagna durante l’ultima campagna elettorale. “Per troppo tempo i furbi sono andati avanti ed i bravi erano alla finestra - ha spiegato Carfagna durante numerosi incontri pubblici -.”. Detto fatto. E’ finita l’ora dei furbi. Tocca ai bravi. Tocca agli autisti dei parlamentari ricoprire cariche importanti e rilanciare Napoli e la Campania. E non si tratta di un episodio isolato. E’ una priorità stabilita dal programma del centrodestra. Al primo punto: “Saranno gli autisti a guidare il riscatto del territorio”. Infatti, Nicola Mercurio, ex autista di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e leader regionale del Pdl, è stato nominato nello staff di Marcello Fiori, funzionario della Protezione civile e braccio destro del sottosegretario Bertolaso. Nulla contro gli autisti. Per carità. Nessuno, però, immaginava che il riscatto di Napoli e la Campania passasse dai loro piedi. Anzi, dalle loro capacità nell’amministrare la cosa pubblica. Non ci sono parole. E’ l’ora dei bravi in politica. Tocca agli autisti…
28/03/10
Perchè votare in Campania è come pagare il pizzo.
Tutte le strade portano a Nusco, ma ci vuole comunque tanto coraggio a sostenere che il PdL possa costituire una speranza per una regione allo sbando, quale è la Campania, quando ci si è alleati con il male oscuro che da trent'anni fagocita ogni slancio.
Tanto per intenderci, la migliore definizione su De Mita l'ha data a suo tempo Indro Montanelli scrivendo: "dicono che sia un intellettuale della Magna Grecia, ma io non capisco cosa c'entri la Grecia". Ecco, da quest'uomo - fortemente voluto da Italo Bocchino, candidato presidente fuggitivo nel 2005 che DE MITA, da avversario, definì "un imbecille" - dovrebbe provenire il tanto auspicato "rinnovamento". Oppure da Clemente MASTELLA e consorte in esilio, visto che effettivamente costituiscono una novità: non è, forse, una novità che siano passati dal centrosinistra al PdL? Manca Cirino Pomicino a chiudere la triade della tangentopoli democristiana degli anni '90, ma a sostituirlo degnamente ci sarà il nipote di ANTONIO GAVA, ministro che frequentava Cutolo e al dito portava "o' ciciniello" , l'anello in dotazione agli uomini d'onore, ma che, ai suoi funerali, GIANFRANCO ROTONDI ha definito "capace e onesto".
Dopo venti anni di tirannia bassoliniana, di scandali, di corruzione e profonda vergogna per il popolo campano, ci saremmo aspettati che il PdL candidasse una personalità dotata di quel minimo di carisma e capacità richieste per una gestione dignitosa della cosa pubblica in regione.
Invece il partito ha scelto prima Cosentino poi, quando quest'ultimo è stato travolto dallo scandalo giudiziario che lo vuole legato al clan camorristico della sua città natale - Casal di Principe - si è ripiegato su Stefano Caldoro.
Tutto l'organigramma del PdL campano, da Mara Carfagna a Italo Bocchino, è stato compatto nel rigettare le autorevoli candidature di personalità esterne al partito che Berlusconi, conscio dell'idiozia che regna tra i suoi in Campania, caldeggiava. In tal modo è stata bocciato, per l'ennessima volta, l'eterno aspirante candidato Arcibaldo Miller - magistrato troppo serio per i saltimbanco nostrani - e il presidente degli industriali di Napoli Gianni Lettieri, giudicato troppo intelligente e, quindi, pericoloso.
Caldoro, ex ministro senza portafoglio semisconosciuto ai più, è un socialista e un berlusconiano di ferro che è stato scelto da Italo Bocchino in persona, il ràs del presidente della camera capace di ripudiare le sue origini campane quando è stato toccato da indagini sconvenienti per le sue frequentazioni con l'imprenditore Romeo, ma pur sempre padre padrone del partito assieme a Nicola COSENTINO.
Quest'ultimo, ex candidato in pectore, è ancora risentito per non aver potuto concorrere e, così, pare che - almeno secondo l'ottimo Marcello Sorgi - abbia stretto un patto con Bassolino per boicottare Caldoro. Il ragionamento è questo: siccome Caldoro è il candidato di Bocchino, fargli perdere una partita già vinta significherebbe per Cosentino diventare l'unico padrone del PdL in Campania.
Così è stato candidato - "a sorpresa" - a sostegno di Caldoro l'ex bassoliniano ROBERTO CONTE, che non può essere eletto in quanto interdetto dai pubblici uffici per i suoi legami con il clan Misso, ed è stata boicottata la venuta di Berlusconi a Napoli. Cosentino vuole dimostrare che, senza di lui, il PdL non può andare da nessuna parte e, seppure parzialmente, ci è già riuscito.
Caldoro ha già ampiamente dimostrato di non avere lo spessore per rimanere immune alle pressioni di Bocchino e di Cosentino e già il fatto che si lamenti di candidati che lo sostengono dimostra che non ha il polso della situazione.
Situazione che si aggraverà nel momento in cui l'Udc di De Mita e la famiglia Mastella - che fino ad un mese fa hanno affiancato per 16 anni la tirannide bassoliniana - inizieranno a battere cassa e demolire ulteriormente una sanità pubblica già commissariata che abbonda di primari con le tessere del partito giusto.
In definitiva non sussistono motivazioni valide per appassionarsi a questo PdL, ma il principale elemento che spinge a credere che bisognerebbe fare tabula rasa di siffatte mediocrità è che il PdL è stato il principale alleato di Bassolino.
Infatti, mentre in Sardegna dopo le dimissioni di RENATO SORU, in Abruzzo dopo quelle di Ottaviano del Turco e in Sicilia dopo quelle di Totò CUFFARO si è andati ad elezioni, "l'opposizione" in Campania non ha presentato una mozione di sfiducia contro Bassolino nemmeno quando il mondo guardava con disgusto allo scandalo dei rifiuti, la sua giunta veniva travolta dalle indagini giudiziarie e il presidente - tra un avviso di garanzia e l'altro - era costretto a cambiarne gli assessori ogni due mesi.
In Campania, all'opposizione, si è sempre preferita la "co-gestione", laddove il PdL si è accontentato sempre di una presidenza in commissione o altri posticini piuttosto che denunciare gli scandali di una giunta della vergogna che non sarebbe dovuta di certo durare 10 anni.
Del resto che questo PdL sia immaturo lo dimostra il fatto che abbia vinto le prime elezioni dopo un decennio con il frequentatore di boss Luigi CESARO, attuale presidente della provincia Napoli che in galera c'è già stato per i suoi rapporti con la famiglia Cutolo.
Di quale cambiamento può parlare, quindi, il buon Caldoro? Di quale riscatto per la Campania? Sia ben inteso, qui non si vuole di certo tirare la volata a De Luca nè a chi è dietro di lui, ossia il centrosinistra di Bassolino, ma far ben presente che è ora di smetterla di prendere in giro l'elettore.
Se oggi, nel 2010, un campano su 3 è ancora costretto ad emigrare è proprio per via di questi cialtroni, bassolinani o omologhi del PdL.
N.B. Ah sì, De Luca chiuderà la sua campagna elettorale a Casal di Principe, ma - fa sapere - non parlerà di camorra. Non sia mai che qualche elettore indigeno la prenda a male
Tanto per intenderci, la migliore definizione su De Mita l'ha data a suo tempo Indro Montanelli scrivendo: "dicono che sia un intellettuale della Magna Grecia, ma io non capisco cosa c'entri la Grecia". Ecco, da quest'uomo - fortemente voluto da Italo Bocchino, candidato presidente fuggitivo nel 2005 che DE MITA, da avversario, definì "un imbecille" - dovrebbe provenire il tanto auspicato "rinnovamento". Oppure da Clemente MASTELLA e consorte in esilio, visto che effettivamente costituiscono una novità: non è, forse, una novità che siano passati dal centrosinistra al PdL? Manca Cirino Pomicino a chiudere la triade della tangentopoli democristiana degli anni '90, ma a sostituirlo degnamente ci sarà il nipote di ANTONIO GAVA, ministro che frequentava Cutolo e al dito portava "o' ciciniello" , l'anello in dotazione agli uomini d'onore, ma che, ai suoi funerali, GIANFRANCO ROTONDI ha definito "capace e onesto".
Dopo venti anni di tirannia bassoliniana, di scandali, di corruzione e profonda vergogna per il popolo campano, ci saremmo aspettati che il PdL candidasse una personalità dotata di quel minimo di carisma e capacità richieste per una gestione dignitosa della cosa pubblica in regione.
Invece il partito ha scelto prima Cosentino poi, quando quest'ultimo è stato travolto dallo scandalo giudiziario che lo vuole legato al clan camorristico della sua città natale - Casal di Principe - si è ripiegato su Stefano Caldoro.
Tutto l'organigramma del PdL campano, da Mara Carfagna a Italo Bocchino, è stato compatto nel rigettare le autorevoli candidature di personalità esterne al partito che Berlusconi, conscio dell'idiozia che regna tra i suoi in Campania, caldeggiava. In tal modo è stata bocciato, per l'ennessima volta, l'eterno aspirante candidato Arcibaldo Miller - magistrato troppo serio per i saltimbanco nostrani - e il presidente degli industriali di Napoli Gianni Lettieri, giudicato troppo intelligente e, quindi, pericoloso.
Caldoro, ex ministro senza portafoglio semisconosciuto ai più, è un socialista e un berlusconiano di ferro che è stato scelto da Italo Bocchino in persona, il ràs del presidente della camera capace di ripudiare le sue origini campane quando è stato toccato da indagini sconvenienti per le sue frequentazioni con l'imprenditore Romeo, ma pur sempre padre padrone del partito assieme a Nicola COSENTINO.
Quest'ultimo, ex candidato in pectore, è ancora risentito per non aver potuto concorrere e, così, pare che - almeno secondo l'ottimo Marcello Sorgi - abbia stretto un patto con Bassolino per boicottare Caldoro. Il ragionamento è questo: siccome Caldoro è il candidato di Bocchino, fargli perdere una partita già vinta significherebbe per Cosentino diventare l'unico padrone del PdL in Campania.
Così è stato candidato - "a sorpresa" - a sostegno di Caldoro l'ex bassoliniano ROBERTO CONTE, che non può essere eletto in quanto interdetto dai pubblici uffici per i suoi legami con il clan Misso, ed è stata boicottata la venuta di Berlusconi a Napoli. Cosentino vuole dimostrare che, senza di lui, il PdL non può andare da nessuna parte e, seppure parzialmente, ci è già riuscito.
Caldoro ha già ampiamente dimostrato di non avere lo spessore per rimanere immune alle pressioni di Bocchino e di Cosentino e già il fatto che si lamenti di candidati che lo sostengono dimostra che non ha il polso della situazione.
Situazione che si aggraverà nel momento in cui l'Udc di De Mita e la famiglia Mastella - che fino ad un mese fa hanno affiancato per 16 anni la tirannide bassoliniana - inizieranno a battere cassa e demolire ulteriormente una sanità pubblica già commissariata che abbonda di primari con le tessere del partito giusto.
In definitiva non sussistono motivazioni valide per appassionarsi a questo PdL, ma il principale elemento che spinge a credere che bisognerebbe fare tabula rasa di siffatte mediocrità è che il PdL è stato il principale alleato di Bassolino.
Infatti, mentre in Sardegna dopo le dimissioni di RENATO SORU, in Abruzzo dopo quelle di Ottaviano del Turco e in Sicilia dopo quelle di Totò CUFFARO si è andati ad elezioni, "l'opposizione" in Campania non ha presentato una mozione di sfiducia contro Bassolino nemmeno quando il mondo guardava con disgusto allo scandalo dei rifiuti, la sua giunta veniva travolta dalle indagini giudiziarie e il presidente - tra un avviso di garanzia e l'altro - era costretto a cambiarne gli assessori ogni due mesi.
In Campania, all'opposizione, si è sempre preferita la "co-gestione", laddove il PdL si è accontentato sempre di una presidenza in commissione o altri posticini piuttosto che denunciare gli scandali di una giunta della vergogna che non sarebbe dovuta di certo durare 10 anni.
Del resto che questo PdL sia immaturo lo dimostra il fatto che abbia vinto le prime elezioni dopo un decennio con il frequentatore di boss Luigi CESARO, attuale presidente della provincia Napoli che in galera c'è già stato per i suoi rapporti con la famiglia Cutolo.
Di quale cambiamento può parlare, quindi, il buon Caldoro? Di quale riscatto per la Campania? Sia ben inteso, qui non si vuole di certo tirare la volata a De Luca nè a chi è dietro di lui, ossia il centrosinistra di Bassolino, ma far ben presente che è ora di smetterla di prendere in giro l'elettore.
Se oggi, nel 2010, un campano su 3 è ancora costretto ad emigrare è proprio per via di questi cialtroni, bassolinani o omologhi del PdL.
N.B. Ah sì, De Luca chiuderà la sua campagna elettorale a Casal di Principe, ma - fa sapere - non parlerà di camorra. Non sia mai che qualche elettore indigeno la prenda a male
22/03/10
Il doppio gioco di Bassolino e COSENTINO.
«Se Caldoro vince, come tutti prevedono, i due astri della politica partenopea - quello declinante di Bassolino e quello fino a poco fa sorgente di Cosentino - tramonteranno insieme, simultaneamente». Questa la visione di Marcello Sorgi, opinionista de La Stampa, in vista della sfida a più teste politiche che si gioca in terra campanaa. Sorgi però aggiunge un'altra opzione, più favorevole - per paradosso - al sottosegretario casertano. Questa: se vince De Luca, l'era bassoliniana sarà in fretta liquidata, ma al contempo, sarà Cosentino a sorridere sui lidi del centrodestra per la contemporanea sconfitta di Italo Bocchino, l'acerrimo nemico interno, e del suo candidato Caldoro. «In altre parole - si legge nell'articolo sulle regionali campane del quotidiano torinese - Bassolino e Cosentino hanno tutto l'interesse a trovare un accordo, conveniente per entrambi, che possa danneggiare i rispettivi (e sgraditi) candidati delle loro due parti e assicurare a loro stessi un futuro meno incerto». Anche se, è chiaro, «non si potrà mai provare l'esistenza di un patto» tra i due. Naturalmente, postilla l'opinionista, in massima parte saranno gli elettori campani a determinare l'esito del voto finale: si tratta di consultazioni regionali, non di votare per un singolo Comune o per un territorio circoscritto a una Provincia. Però, complice il sistema di voto - disgiunto, talvolta di "disturbo" - e la possibilità di controllare pacchetti di voti considerevoli, «don Antonio e don Nicola» potrebbero far capire che in Campania è impossibile vincere contro di loro.
08/03/10
07/03/10
Cesaro e gli appalti del G8.
Che ci fa il deputato e presidente della Provincia di Napoli nell’inchiesta sugli appalti del G8? Se lo stanno chiedendo gli inquirenti del capoluogo toscano, da quando sono venuti in possesso di una serie di sue intercettazioni telefoniche con un indagato .
Di Luigi Cesaro ci siamo occupati già qualche tempo fa, in particolare nella nostra inchiesta sulle tante ombre giudiziarie (e non solo) che ammantano il Popolo delle libertà in Campania. Cesaro, presidente della Provincia di Napoli e, allo stesso tempo, pure deputato alla Camera a Roma è un personaggio politico piuttosto discusso. Adesso il suo nome è emerso in alcune intercettazioni telefoniche contenute nell’informativa del Ros di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sui lavori del G8. La stessa inchiesta che sta portando alla luce tutto il ciarpame “politico-affaristico” che è ruotato intorno all’organizzazione (peraltro poi saltato) del G8 alla Maddalena in Sardegna, che coinvolge, tra gli altri, il sottosegretario e capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il vice coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini e diversi altri imprenditori e “colletti bianchi”. Una storia di pubblici ufficiali corrotti definiti da alcuni degli stessi indagati “veri banditi”.
UN OPACO BACKGROUND – Cesaro è originario di Sant’Antimo, piccolo comune dell’agro aversano a pochi chilometri, rispettivamente, da Napoli e Caserta. In passato è stato chiamato in causa dal collaboratore di giustizia e già affiliato al potente clan camorrista dei Casalesi, Gaetano Vassallo, quale referente “politico” del clan. Mentre, a sua volta, l’ex presidente della Provincia di Napoli, Amato Lamberti l’ha definito “un politico in odore marcescente di collegamenti con la camorra“. Il parlamentare, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato una sorta di “fiduciario del clan Bidognetti“: il boss detto “Cicciotto ‘e Mezzanotte“, condannato all’ergastolo nel processo “Spartacus” assieme all’altro superboss, Francesco Schiavone alias “Sandokan“, che ha dominato per anni l’alleanza criminale casalese. Cesaro, sarebbe intervenuto nella riconversione dell’area industriale dismessa dalla Texas Instruments di Aversa. Nel 1999 lo stabilimento viene venduto ad un’immobiliare di Bologna e poi chiuso, con la messa in mobilità di 370 dipendenti. Poi nel 2005 la ditta del fratello di Cesaro ottiene il permesso per costruirvi una nuova struttura industriale. Ma nulla – secondo gli inquirenti – nei piani dei Cesaro è riconducibile ad una riconversione produttiva. Infatti, l’anno scorso è stato avviato il percorso per cambiarne la destinazione, peraltro bloccato dalla protesta dell’opposizione e dei cittadini. La zona, ancora oggi, resta perciò inutilizzata. A farne crescere il valore, tuttavia, è il fatto che tra poco vi sorgerà una fermata del metropolitana di Napoli. Non solo, recentemente è stato presentato un altro progetto, che avrebbe forti sponsor in Regione Campania, per farvi nascere centri commerciali e parcheggi. Sta di fatto, comunque, che le accuse verso l’ex esponente socialista ed oggi notabile del Pdl, non sono mai state direttamente dimostrate.
L’INTERCETTAZIONE - Dalle intercettazioni del Ros di Firenze, infatti, emergono non solo inquietanti intrecci finalizzati al conseguimento di appalti ed affari, ma anche interessi politici. Tra i contatti politici del dipendente del ministero delle Infrastrutture, Antonio Di Nardo, già indagato nell’inchiesta, c’è, come detto, anche Luigi Cesaro. Il 21 ottobre 2009, si legge nell’informativa, Nunzio Di Martino, un esponente locale dell’Udc chiama Di Nardo e gli spiega che vorrebbe contrattare il passaggio al Pdl del suo pacchetto di voti. Successivamente Di Nardo ne parla al telefono con Cesaro. Ecco il testo di una delle intercettazione tra Di Nardo e il presidente della Provincia di Napoli. – Di Nardo: “…ti ho richiamato volevo sapere una cosa… perché c’è un mio amico che sta a Ercolano che fa parte di… sta con Pionati… Unione di Centro“. – Cesaro: “…eh sta con noi“. – Di Nardo: “…allora lui mi chiedeva … siccome quello c’ha chiesto di candidarsi per la Provincia“. Cesaro: “…eh“. – Di Nardo: “…ma tu sai come sono mò le altre candidature? … è Pdl o lui va per fatti suoi?“. – Cesaro: “…no… sta insieme a noi appoggia la Lista del Presidente“. – Di Nardo: “…ho capito che appoggia la Lista… per sapere i voti che lui piglia … è possibile poi saperli?“. – Cesaro: “…come no?!“. – Di Nardo: “…cioè come … com’è la?“. – Cesaro: “…chi vota a lui vota la Lista sua e se li prende solo lui“. – Di Nardo: “…ah quindi lui in effetti sarà in una Lista … Unità di Centro come si chiama“. – Cesaro: “…collegata eh“. - Di Nardo: “…collegata a te ho capito… va bè è questo che volevo sapere“.
“DAMMI IL TUO CONTO CORRENTE” - Da un’ulteriore intercettazione, risulta inoltre che Di Nardo s’informa anche sugli estremi di un conto corrente con cui finanziare la campagna elettorale di Cesaro. In un’altra intercettazione, infine, si capisce bene qual è lo scenario complessivo. Il costruttore indagato, Riccardo Fusi, descrive la ressa degli imprenditori al Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo di via della Ferratella a Roma, dove vengono presentate le richieste di partecipazione alle gare a licitazione privata per otto lotti di lavori da assegnare in vista del G8 alla Maddalena: “Sembra di essere ad un pronto soccorso - si legge -, tutti gli imprenditori fuori dalla porta in fila. Lo sai al G8 quante richieste sono arrivate? Anche un indiano c’è. Sono 32 le aziende che hanno iscritto”. “La scadenza era il 15, l’hanno prorogata al 30, hanno iscritto tutti. Anche un indiano c’è...”, dice Fusi, che rimarrà escluso dai lavori: la Btp vi partecipa in un’Ati (associazione temporanea d’imprese), insieme al Consorzio Stabile Novus (CSN), guarda caso, di Napoli.
PIETRO SALVATO
Di Luigi Cesaro ci siamo occupati già qualche tempo fa, in particolare nella nostra inchiesta sulle tante ombre giudiziarie (e non solo) che ammantano il Popolo delle libertà in Campania. Cesaro, presidente della Provincia di Napoli e, allo stesso tempo, pure deputato alla Camera a Roma è un personaggio politico piuttosto discusso. Adesso il suo nome è emerso in alcune intercettazioni telefoniche contenute nell’informativa del Ros di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sui lavori del G8. La stessa inchiesta che sta portando alla luce tutto il ciarpame “politico-affaristico” che è ruotato intorno all’organizzazione (peraltro poi saltato) del G8 alla Maddalena in Sardegna, che coinvolge, tra gli altri, il sottosegretario e capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il vice coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini e diversi altri imprenditori e “colletti bianchi”. Una storia di pubblici ufficiali corrotti definiti da alcuni degli stessi indagati “veri banditi”.
UN OPACO BACKGROUND – Cesaro è originario di Sant’Antimo, piccolo comune dell’agro aversano a pochi chilometri, rispettivamente, da Napoli e Caserta. In passato è stato chiamato in causa dal collaboratore di giustizia e già affiliato al potente clan camorrista dei Casalesi, Gaetano Vassallo, quale referente “politico” del clan. Mentre, a sua volta, l’ex presidente della Provincia di Napoli, Amato Lamberti l’ha definito “un politico in odore marcescente di collegamenti con la camorra“. Il parlamentare, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato una sorta di “fiduciario del clan Bidognetti“: il boss detto “Cicciotto ‘e Mezzanotte“, condannato all’ergastolo nel processo “Spartacus” assieme all’altro superboss, Francesco Schiavone alias “Sandokan“, che ha dominato per anni l’alleanza criminale casalese. Cesaro, sarebbe intervenuto nella riconversione dell’area industriale dismessa dalla Texas Instruments di Aversa. Nel 1999 lo stabilimento viene venduto ad un’immobiliare di Bologna e poi chiuso, con la messa in mobilità di 370 dipendenti. Poi nel 2005 la ditta del fratello di Cesaro ottiene il permesso per costruirvi una nuova struttura industriale. Ma nulla – secondo gli inquirenti – nei piani dei Cesaro è riconducibile ad una riconversione produttiva. Infatti, l’anno scorso è stato avviato il percorso per cambiarne la destinazione, peraltro bloccato dalla protesta dell’opposizione e dei cittadini. La zona, ancora oggi, resta perciò inutilizzata. A farne crescere il valore, tuttavia, è il fatto che tra poco vi sorgerà una fermata del metropolitana di Napoli. Non solo, recentemente è stato presentato un altro progetto, che avrebbe forti sponsor in Regione Campania, per farvi nascere centri commerciali e parcheggi. Sta di fatto, comunque, che le accuse verso l’ex esponente socialista ed oggi notabile del Pdl, non sono mai state direttamente dimostrate.
L’INTERCETTAZIONE - Dalle intercettazioni del Ros di Firenze, infatti, emergono non solo inquietanti intrecci finalizzati al conseguimento di appalti ed affari, ma anche interessi politici. Tra i contatti politici del dipendente del ministero delle Infrastrutture, Antonio Di Nardo, già indagato nell’inchiesta, c’è, come detto, anche Luigi Cesaro. Il 21 ottobre 2009, si legge nell’informativa, Nunzio Di Martino, un esponente locale dell’Udc chiama Di Nardo e gli spiega che vorrebbe contrattare il passaggio al Pdl del suo pacchetto di voti. Successivamente Di Nardo ne parla al telefono con Cesaro. Ecco il testo di una delle intercettazione tra Di Nardo e il presidente della Provincia di Napoli. – Di Nardo: “…ti ho richiamato volevo sapere una cosa… perché c’è un mio amico che sta a Ercolano che fa parte di… sta con Pionati… Unione di Centro“. – Cesaro: “…eh sta con noi“. – Di Nardo: “…allora lui mi chiedeva … siccome quello c’ha chiesto di candidarsi per la Provincia“. Cesaro: “…eh“. – Di Nardo: “…ma tu sai come sono mò le altre candidature? … è Pdl o lui va per fatti suoi?“. – Cesaro: “…no… sta insieme a noi appoggia la Lista del Presidente“. – Di Nardo: “…ho capito che appoggia la Lista… per sapere i voti che lui piglia … è possibile poi saperli?“. – Cesaro: “…come no?!“. – Di Nardo: “…cioè come … com’è la?“. – Cesaro: “…chi vota a lui vota la Lista sua e se li prende solo lui“. – Di Nardo: “…ah quindi lui in effetti sarà in una Lista … Unità di Centro come si chiama“. – Cesaro: “…collegata eh“. - Di Nardo: “…collegata a te ho capito… va bè è questo che volevo sapere“.
“DAMMI IL TUO CONTO CORRENTE” - Da un’ulteriore intercettazione, risulta inoltre che Di Nardo s’informa anche sugli estremi di un conto corrente con cui finanziare la campagna elettorale di Cesaro. In un’altra intercettazione, infine, si capisce bene qual è lo scenario complessivo. Il costruttore indagato, Riccardo Fusi, descrive la ressa degli imprenditori al Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo di via della Ferratella a Roma, dove vengono presentate le richieste di partecipazione alle gare a licitazione privata per otto lotti di lavori da assegnare in vista del G8 alla Maddalena: “Sembra di essere ad un pronto soccorso - si legge -, tutti gli imprenditori fuori dalla porta in fila. Lo sai al G8 quante richieste sono arrivate? Anche un indiano c’è. Sono 32 le aziende che hanno iscritto”. “La scadenza era il 15, l’hanno prorogata al 30, hanno iscritto tutti. Anche un indiano c’è...”, dice Fusi, che rimarrà escluso dai lavori: la Btp vi partecipa in un’Ati (associazione temporanea d’imprese), insieme al Consorzio Stabile Novus (CSN), guarda caso, di Napoli.
PIETRO SALVATO
03/03/10
Cesaro, l'ombra della camorra.
Arrestato come uomo di Cutolo, condannato e poi assolto nonostante i rapporti con il boss. Il passato di Cesaro, il deputato che guida la Provincia di Napoli
Da don Raffaè a Berlusconi, da messaggero di "lady camorra" Rosetta Cutolo a corriere di bufale per Silvio Berlusconi. Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, vive da sempre all'ombra di qualcuno. Nel bene e nel male. Finito in carcere a metà degli anni Ottanta per i suoi rapporti di «amicizia con tutti i grossi esponenti della Nuova Camorra Organizzata in sigla N.c.o», il leader del Pdl napoletano vede oggi materializzarsi scenari cupi per le nuove rivelazioni dei pentiti. Stavolta i clan sono diversi - nei verbali degli ultimi mesi si parla di Casalesi - il tema però è lo stesso: l'intreccio tra criminalità, politica e cemento. Una sorta di déjà vu per l'uomo che da gennaio avrà il controllo della gestione dei rifiuti a Napoli e provincia. Il cui curriculum giudiziario è rimasto finora dimenticato negli archivi.
Il blitz
Quando gli uomini della squadra mobile di Napoli bussarono di notte alla sua porta, lui era già lontano. Passò qualche giorno prima che si presentasse in Questura: «Sono Luigi Cesaro di Francesco, nato a Sant'Antimo il 19 febbraio 1952». Quello del 1984 fu il compleanno più amaro per l'attuale presidente della Provincia di Napoli, coinvolto nell'operazione della polizia contro i cutoliani, all'epoca l'organizzazione criminale più famosa, che si era infiltrata negli appalti del dopo terremoto in Irpinia e aveva gestito assieme ai servizi segreti le trattative con le Brigate rosse per la liberazione del presidente dc Ciro Cirillo. Cesaro era un giovane avvocato, rampollo di una dinastia di costruttori. Ma due pentiti, Mauro Marra e Pasquale D'Amico, lo chiamano in causa. Marra sostiene che aveva «favorito i collegamenti tra i vertici della N.c.o.» e «ripetutamente finanziato» il gruppo camorrista. Accuse pesanti: aver garantito l'ospitalità, la latitanza, gli spostamenti dei boss e aver fatto da postino del clan, consegnando lettere e pizzini. Diciotto mesi dopo, il 18 maggio del 1985, il Tribunale di Napoli condannava Luigi Cesaro a cinque anni di reclusione.
Da accusato a vittima
In Appello Cesaro riuscì a far prevalere la sua versione dei fatti: non era il finanziatore del clan, si difese, ma solo una vittima. Le continue richieste degli "amici" erano diventate insopportabili per i Cesaro, costruttori in continua espansione in quegli anni. Ma l'attuale presidente della Provincia non si rivolse alle forze dell'ordine: chiese aiuto direttamente a Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele, come lui stesso ammise durante il processo. «Il Cesaro - scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado - ha spiegato che al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti (ammesse dal Marra) chiese i buoni uffici di Rosetta Cutolo la quale inviò una lettera di "raccomandazione" allo Scotti». Siamo negli anni della mattanza di camorra in Campania: 1.500 morti ammazzati tra il 1978 e il 1983 nella guerra tra i cutoliani e i rivali della Nuova Famiglia. 'O Professore è in isolamento all'Asinara: il clan, decimato dal maxi-blitz del giugno 1983, è nelle mani proprio di Pasquale Scotti. Che è latitante, come donna Rosetta, quando Cesaro gli consegna personalmente la "lettera di protezione". Ma secondo la Corte d'appello le prove per dimostrare che Cesaro fosse a tutti gli effetti organico alla N.c.o. non sono sufficienti: il 29 aprile 1986 viene assolto. I giudici però non nascondono i loro sospetti: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Un anno dopo arriverà l'assoluzione anche in Cassazione: «Per non aver commesso il fatto ». Firmato: Corrado Carnevale.
Il presidente postino
Quell'incontro fra Cesaro e il latitante Scotti era stato raccontato dallo stesso boss, dieci giorni dopo il suo arresto avvenuto il 17 dicembre 1983 dopo un violento conflitto a fuoco. Confessioni che, tuttavia, non sono mai entrate nel procedimento aperto contro il giovane avvocato. Scotti non era uno qualunque: capo del gruppo di fuoco della N.c.o. al quale furono attribuiti più di 40 omicidi, era diventato il reggente del clan di Cutolo. Cesaro lo incontrò nel mese di ottobre del 1983, quando era il ricercato numero uno. Poche settimane dopo Scotti fu sorpreso e catturato. È il 28 dicembre 1983 quando il boss parla negli uffici della Questura di Caserta: «Circa un mese, un mese e mezzo fa, ricevetti un biglietto tramite l'avvocato Cesaro di Sant'Antimo, figlio del costruttore Francesco Cesaro, il quale a sua volta l'aveva ricevuto dalla suocera di Raffaele Cutolo». Non dice nulla sulla presunta "raccomandazione" da parte di donna Rosetta in quelle righe: ignora cioè la versione che Cesaro darà ai giudici e che gli garantirà l'assoluzione. Secondo il racconto del boss, il messaggio consegnato nelle sue mani da Cesaro indicava solo il luogo per un appuntamento telefonico con Raffaele Cutolo che avrebbe poi chiamato dalla Sardegna C'era da organizzare la fuga di Marco Medda, altro nome leggendario di quella stagione sanguinosa, che mitra alla mano poi tenterà di risollevare con Scotti le sorti dell'armata cutoliana.
di Claudio Pappaianni
Da don Raffaè a Berlusconi, da messaggero di "lady camorra" Rosetta Cutolo a corriere di bufale per Silvio Berlusconi. Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, vive da sempre all'ombra di qualcuno. Nel bene e nel male. Finito in carcere a metà degli anni Ottanta per i suoi rapporti di «amicizia con tutti i grossi esponenti della Nuova Camorra Organizzata in sigla N.c.o», il leader del Pdl napoletano vede oggi materializzarsi scenari cupi per le nuove rivelazioni dei pentiti. Stavolta i clan sono diversi - nei verbali degli ultimi mesi si parla di Casalesi - il tema però è lo stesso: l'intreccio tra criminalità, politica e cemento. Una sorta di déjà vu per l'uomo che da gennaio avrà il controllo della gestione dei rifiuti a Napoli e provincia. Il cui curriculum giudiziario è rimasto finora dimenticato negli archivi.
Il blitz
Quando gli uomini della squadra mobile di Napoli bussarono di notte alla sua porta, lui era già lontano. Passò qualche giorno prima che si presentasse in Questura: «Sono Luigi Cesaro di Francesco, nato a Sant'Antimo il 19 febbraio 1952». Quello del 1984 fu il compleanno più amaro per l'attuale presidente della Provincia di Napoli, coinvolto nell'operazione della polizia contro i cutoliani, all'epoca l'organizzazione criminale più famosa, che si era infiltrata negli appalti del dopo terremoto in Irpinia e aveva gestito assieme ai servizi segreti le trattative con le Brigate rosse per la liberazione del presidente dc Ciro Cirillo. Cesaro era un giovane avvocato, rampollo di una dinastia di costruttori. Ma due pentiti, Mauro Marra e Pasquale D'Amico, lo chiamano in causa. Marra sostiene che aveva «favorito i collegamenti tra i vertici della N.c.o.» e «ripetutamente finanziato» il gruppo camorrista. Accuse pesanti: aver garantito l'ospitalità, la latitanza, gli spostamenti dei boss e aver fatto da postino del clan, consegnando lettere e pizzini. Diciotto mesi dopo, il 18 maggio del 1985, il Tribunale di Napoli condannava Luigi Cesaro a cinque anni di reclusione.
Da accusato a vittima
In Appello Cesaro riuscì a far prevalere la sua versione dei fatti: non era il finanziatore del clan, si difese, ma solo una vittima. Le continue richieste degli "amici" erano diventate insopportabili per i Cesaro, costruttori in continua espansione in quegli anni. Ma l'attuale presidente della Provincia non si rivolse alle forze dell'ordine: chiese aiuto direttamente a Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele, come lui stesso ammise durante il processo. «Il Cesaro - scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado - ha spiegato che al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti (ammesse dal Marra) chiese i buoni uffici di Rosetta Cutolo la quale inviò una lettera di "raccomandazione" allo Scotti». Siamo negli anni della mattanza di camorra in Campania: 1.500 morti ammazzati tra il 1978 e il 1983 nella guerra tra i cutoliani e i rivali della Nuova Famiglia. 'O Professore è in isolamento all'Asinara: il clan, decimato dal maxi-blitz del giugno 1983, è nelle mani proprio di Pasquale Scotti. Che è latitante, come donna Rosetta, quando Cesaro gli consegna personalmente la "lettera di protezione". Ma secondo la Corte d'appello le prove per dimostrare che Cesaro fosse a tutti gli effetti organico alla N.c.o. non sono sufficienti: il 29 aprile 1986 viene assolto. I giudici però non nascondono i loro sospetti: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Un anno dopo arriverà l'assoluzione anche in Cassazione: «Per non aver commesso il fatto ». Firmato: Corrado Carnevale.
Il presidente postino
Quell'incontro fra Cesaro e il latitante Scotti era stato raccontato dallo stesso boss, dieci giorni dopo il suo arresto avvenuto il 17 dicembre 1983 dopo un violento conflitto a fuoco. Confessioni che, tuttavia, non sono mai entrate nel procedimento aperto contro il giovane avvocato. Scotti non era uno qualunque: capo del gruppo di fuoco della N.c.o. al quale furono attribuiti più di 40 omicidi, era diventato il reggente del clan di Cutolo. Cesaro lo incontrò nel mese di ottobre del 1983, quando era il ricercato numero uno. Poche settimane dopo Scotti fu sorpreso e catturato. È il 28 dicembre 1983 quando il boss parla negli uffici della Questura di Caserta: «Circa un mese, un mese e mezzo fa, ricevetti un biglietto tramite l'avvocato Cesaro di Sant'Antimo, figlio del costruttore Francesco Cesaro, il quale a sua volta l'aveva ricevuto dalla suocera di Raffaele Cutolo». Non dice nulla sulla presunta "raccomandazione" da parte di donna Rosetta in quelle righe: ignora cioè la versione che Cesaro darà ai giudici e che gli garantirà l'assoluzione. Secondo il racconto del boss, il messaggio consegnato nelle sue mani da Cesaro indicava solo il luogo per un appuntamento telefonico con Raffaele Cutolo che avrebbe poi chiamato dalla Sardegna C'era da organizzare la fuga di Marco Medda, altro nome leggendario di quella stagione sanguinosa, che mitra alla mano poi tenterà di risollevare con Scotti le sorti dell'armata cutoliana.
di Claudio Pappaianni
02/03/10
IlRiformista mi legge ma evita di citarmi.
Fabrizio D’Esposito de il Riformista, per scrivere il suo pezzo su Roberto CONTE, si è evidentemente documentato in rete e, probabilmente, si è imbattuto nel mio articolo, che è uno dei primi segnalati dai motori di ricerca per conoscere la biografia del consigliere regionale legato al clan Misso. Tanto è vero che, ad un certo punto, riprende il titolo che gli diedi e scrive: "[Già..] un paio di anni fa i titoli su Conte, all’epoca consigliere regionale, erano questi: «Roberto Conte, un uomo di Bassolino voluto dalla camorra»
Mi fa piacere che Fabrizio D’Esposito abbia letto e riprodotto il contenuto del mio articolo, solo che all'epoca, due anni fa, i quotidiani si sono ben guardati dall'usare i miei stessi toni e ci sono andati con i piedi di piombo. Il mio blog - questo ed antibassolino.blogspot.com prima - è stato il primo a svelare il modo di far politica di Conte; per questo il giornalista, anche per un fatto di correttezza, avrebbe fatto bene a citare la fonte.
Tuttavia ciò non toglie nulla ad un pezzo stupendo che analizza molto bene quanto avevo accennato nel mio articolo, ossia "l'alleanza occulta" che esiste tra PdL e Pd in Campania. Infatti due anni fa conclusi sottolineando che sia Conte, all'epoca nel Pd, che Forza Italia avevano sostanzialmente salvato Bassolino; Fabrizio D'Esposito - condividendo la riflessione - ha dimostrato che avevo ragione: CONTE, COSENTINO E CESARO SONO MOLTO "INTIMI".
Per leggere l'articolo de IL RIFORMISMO vi rimando a questo link: http://www.napolionline.org/new/caldoro-cassa-la-manina-mette-e-presenta-gli-impresentabili
Mi fa piacere che Fabrizio D’Esposito abbia letto e riprodotto il contenuto del mio articolo, solo che all'epoca, due anni fa, i quotidiani si sono ben guardati dall'usare i miei stessi toni e ci sono andati con i piedi di piombo. Il mio blog - questo ed antibassolino.blogspot.com prima - è stato il primo a svelare il modo di far politica di Conte; per questo il giornalista, anche per un fatto di correttezza, avrebbe fatto bene a citare la fonte.
Tuttavia ciò non toglie nulla ad un pezzo stupendo che analizza molto bene quanto avevo accennato nel mio articolo, ossia "l'alleanza occulta" che esiste tra PdL e Pd in Campania. Infatti due anni fa conclusi sottolineando che sia Conte, all'epoca nel Pd, che Forza Italia avevano sostanzialmente salvato Bassolino; Fabrizio D'Esposito - condividendo la riflessione - ha dimostrato che avevo ragione: CONTE, COSENTINO E CESARO SONO MOLTO "INTIMI".
Per leggere l'articolo de IL RIFORMISMO vi rimando a questo link: http://www.napolionline.org/new/caldoro-cassa-la-manina-mette-e-presenta-gli-impresentabili
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CAMORRA IS COMING: Roberto CONTE voluto da COSENTINO E CESARO.
Sono notori e documentati i rapporti tra il clan dei Casalesi e l'ex candidato in pectore del PdL Cosentino e il presidente analfabeta della provincia di Napoli Luigi Cesaro. Roberto CONTE è espressione, invece, del clan Misso. C'è forse un accordo tra casalesi e clan misso? CALDORO si dice "sorpreso", ma se CONTE è stato veramente candidato a sua insaputa, ciò significa una sola cosa: se non ha il polso della situazione nemmeno sulle liste, come potrà controllare chi lo circonda una volta eletto presidente della regione? La verità è che comanderà poco e COSENTINO sarà la sua ombra. Ormai la politica in Campania va analizzata così, in base gli umori della camorra, ed è inutile che la Carfagna si indigni: si ricordi piuttosto che tutti i parlamentari PdL della Campania hanno appoggiato e difeso COSENTINO.
CAMORRA IS COMING.
di Angela Frenda da il Corriere della Sera
Stefano Caldoro la candidatura di Roberto Conte proprio non se l’aspettava. Frutto di «un blitz» notturno, dicono i fedelissimi, di cui sarebbero stati protagonisti il coordinatore regionale pdl Nicola Cosentino e il presidente della provincia Luigi Cesaro. Loro a inserire, all’insaputa di Caldoro che lo aveva già bocciato, il consigliere regionale ex Verdi, poi Margherita, infine espulso dal Pd, e adesso in corsa con il Pdl nella lista «Alleanza di popolo», nonostante sia condannato in primo grado per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Una decisione che rischia di rovinare l’immagine del candidato governatore, che assieme alla capolista Mara Carfagna sta puntando tutto su etica e moralità. La ministra delle Pari opportunità nei giorni scorsi ha più volte tuonato contro le candidature «impresentabili». Ma nonostante questo alcuni indagati sono stati inseriti ugualmente: dentro Alberico Gambino, sindaco supervotato di Pagani, sospeso per una condanna a un anno e mezzo per peculato; dentro Fernando Zara, consigliere provinciale del Pdl a Salerno, arrestato in passato due volte, condannato in primo grado per corruzione e in attesa dell’appello. E Roberto Conte, appunto. Candidatura che Carfagna ha appreso a New York (dove è andata per un paio di giorni di vacanza), e che ha bollato come «indecente». Così ieri Stefano Caldoro ha colto l’occasione di un convegno pubblico per prendere le distanze da Conte: «Abbiamo delle liste straordinarie — ha detto alla presenza dei senatori del Pdl Gasparri e Quagliariello —. Avevamo deciso, con il gruppo dirigente, di non candidare Roberto Conte. Chiedo quindi che sia ritirata la candidatura di Conte e che la lista che lo ha proposto prenda le distanze da questa candidatura nata notte tempo. Sono voti che non vogliamo. Anzi, se questi voti dovessero risultare decisivi io non avrò esitazioni a rinunciare alla carica di presidente». A imbarazzare molti è il curriculum di Conte: nell’aprile 2009 ha ricevuto un ordine di custodia cautelare con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni della Regione Campania. Nel gennaio 2008 fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Conte, secondo l’accusa, avrebbe fornito «un contributo esterno rilevante alla vita e alle attività dell’organizzazione camorristica dei Misso del quartiere Sanità». In particolare «avrebbe stipulato un patto illecito con Misso in forza del quale il sodalizio criminale offriva ampio sostegno in termini economici di mezzi e persone per garantire l’elezione di Conte, esercitando intimidazione e controllo del territorio». Nel 2007 risultò indagato nel corso dell’Operazione Canaglia: indagine che portò all’arresto di 13 persone tra dirigenti, funzionari e dipendenti del Comune di Napoli e del Consiglio regionale.
CAMORRA IS COMING.
di Angela Frenda da il Corriere della Sera
Stefano Caldoro la candidatura di Roberto Conte proprio non se l’aspettava. Frutto di «un blitz» notturno, dicono i fedelissimi, di cui sarebbero stati protagonisti il coordinatore regionale pdl Nicola Cosentino e il presidente della provincia Luigi Cesaro. Loro a inserire, all’insaputa di Caldoro che lo aveva già bocciato, il consigliere regionale ex Verdi, poi Margherita, infine espulso dal Pd, e adesso in corsa con il Pdl nella lista «Alleanza di popolo», nonostante sia condannato in primo grado per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Una decisione che rischia di rovinare l’immagine del candidato governatore, che assieme alla capolista Mara Carfagna sta puntando tutto su etica e moralità. La ministra delle Pari opportunità nei giorni scorsi ha più volte tuonato contro le candidature «impresentabili». Ma nonostante questo alcuni indagati sono stati inseriti ugualmente: dentro Alberico Gambino, sindaco supervotato di Pagani, sospeso per una condanna a un anno e mezzo per peculato; dentro Fernando Zara, consigliere provinciale del Pdl a Salerno, arrestato in passato due volte, condannato in primo grado per corruzione e in attesa dell’appello. E Roberto Conte, appunto. Candidatura che Carfagna ha appreso a New York (dove è andata per un paio di giorni di vacanza), e che ha bollato come «indecente». Così ieri Stefano Caldoro ha colto l’occasione di un convegno pubblico per prendere le distanze da Conte: «Abbiamo delle liste straordinarie — ha detto alla presenza dei senatori del Pdl Gasparri e Quagliariello —. Avevamo deciso, con il gruppo dirigente, di non candidare Roberto Conte. Chiedo quindi che sia ritirata la candidatura di Conte e che la lista che lo ha proposto prenda le distanze da questa candidatura nata notte tempo. Sono voti che non vogliamo. Anzi, se questi voti dovessero risultare decisivi io non avrò esitazioni a rinunciare alla carica di presidente». A imbarazzare molti è il curriculum di Conte: nell’aprile 2009 ha ricevuto un ordine di custodia cautelare con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni della Regione Campania. Nel gennaio 2008 fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Conte, secondo l’accusa, avrebbe fornito «un contributo esterno rilevante alla vita e alle attività dell’organizzazione camorristica dei Misso del quartiere Sanità». In particolare «avrebbe stipulato un patto illecito con Misso in forza del quale il sodalizio criminale offriva ampio sostegno in termini economici di mezzi e persone per garantire l’elezione di Conte, esercitando intimidazione e controllo del territorio». Nel 2007 risultò indagato nel corso dell’Operazione Canaglia: indagine che portò all’arresto di 13 persone tra dirigenti, funzionari e dipendenti del Comune di Napoli e del Consiglio regionale.
Bassolino verso l’addio: posti d’oro agli amici
Se ne va così come era arrivato: da infame.
A meno di un mese dalle elezioni regionali il governatore uscente della Campania piazza i fedelissimi ai vertici della fondazione pubblica Forum delle culture.Distribuendo i suoi in posizioni strategiche il presidente Pd si assicura così influenza politica anche per i prossimi anni
Una trentina di giorni prima di scollarsi dalla poltrona di Palazzo Santa Lucia, ’o governatore Antonio Bassolino ha pensato agli amici. L’imputato nello scandalo dei rifiuti ha voluto fare ai suoi collaboratori più fedeli un bel regalo d’addio per celebrare la fine della sua avventura a capo della giunta regionale della Campania. E il senso di gratitudine doveva proprio essere forte se, ad esempio, al suo portavoce, il giornalista Mario Bologna, Bassolino ha donato addirittura una carica da direttore generale. Al giornalista che gli è stato accanto per oltre 16 anni, che lo ha assistito e seguito ovunque egli andasse, l’ex «Sant’Antonio da Afragola» ha consegnato una targhetta con su scritto «direttore generale» della fondazione che dovrà gestire il «Forum universale delle culture», che si terrà a Napoli nel 2013.
Non c’è che dire, un bel colpo per Bologna, che passerà dalle stanze ovattate di Palazzo Santa Lucia a quelle che ospiteranno l’organizzazione dell’importante kermesse. Anche se, per la verità, parliamo di un forum ridimensionato, in quanto il governo ha rifiutato l’invito ad entrare a far parte della fondazione, negando alla rassegna, almeno finora, la denominazione di «grande evento».
La nomina di Bologna non è del resto stata la sola a destare perplessità nei palazzi della politica campana. Il duo Antonio Bassolino-Rosetta Iervolino, ai quali in qualità di presidente della Campania e di sindaco di Napoli è spettato il compito di nominare il direttore generale e il consiglio d’amministrazione della «Fondazione Forum universale delle culture 2013», si è prodigato anche nel piazzare altri fedelissimi, oltre a Bologna. Il presidente della fondazione è infatti Nicola Oddati, assessore comunale alla Cultura, sostenitore numero uno dell’evento. In molti però storcono il naso per il doppio incarico che Oddati rivestirà così fino all’anno prossimo, quando si andrà alle urne per il Comune. Un premio a Oddati per il suo impegno a portare a Napoli un prestigioso appuntamento culturale? Non solo. A Napoli anche i muri sanno che Oddati è un bassoliniano di ferro. E sono due con Bologna.
La squadra che dovrà gestire l’evento è infine completata dai due consiglieri di amministrazione: l’assessore all’Urbanistica della giunta Bassolino, Gabriella Cundari, e il giurista Michele Scudiero, docente universitario. Tutte le nomine sono state frutto di un blitz del duo Bassolino-Iervolino. Del resto bisognava fare in fretta, per evitare che la designazione dei componenti del consiglio di amministrazione finisse nelle grinfie del successore di Bassolino. Uno schiaffo a Caldoro o a De Luca, a chi fra i due tra poco siederà sulla poltrona che ora è dell’imputato nello scandalo dei rifiuti. Sicuramente sia l’esponente del centrodestra sia quello del centrosinistra avrebbero nominato altri personaggi, certamente non bassoliniani. Il presidente del cda infatti gestirà un grande potere, come, ad esempio, le assunzioni di personale con contratti a termine e di specialisti. Evidentemente, anche se dopo le elezioni regionali Bassolino a Palazzo Santa Lucia non ci sarà più, nelle tante stanze del potere ci saranno ancora i suoi fedelissimi, pronti a lavorare per il futuro che Bassolino, ancora per poco tempo governatore, sta disegnando per se stesso.
Carmine Spadafora
A meno di un mese dalle elezioni regionali il governatore uscente della Campania piazza i fedelissimi ai vertici della fondazione pubblica Forum delle culture.Distribuendo i suoi in posizioni strategiche il presidente Pd si assicura così influenza politica anche per i prossimi anni
Una trentina di giorni prima di scollarsi dalla poltrona di Palazzo Santa Lucia, ’o governatore Antonio Bassolino ha pensato agli amici. L’imputato nello scandalo dei rifiuti ha voluto fare ai suoi collaboratori più fedeli un bel regalo d’addio per celebrare la fine della sua avventura a capo della giunta regionale della Campania. E il senso di gratitudine doveva proprio essere forte se, ad esempio, al suo portavoce, il giornalista Mario Bologna, Bassolino ha donato addirittura una carica da direttore generale. Al giornalista che gli è stato accanto per oltre 16 anni, che lo ha assistito e seguito ovunque egli andasse, l’ex «Sant’Antonio da Afragola» ha consegnato una targhetta con su scritto «direttore generale» della fondazione che dovrà gestire il «Forum universale delle culture», che si terrà a Napoli nel 2013.
Non c’è che dire, un bel colpo per Bologna, che passerà dalle stanze ovattate di Palazzo Santa Lucia a quelle che ospiteranno l’organizzazione dell’importante kermesse. Anche se, per la verità, parliamo di un forum ridimensionato, in quanto il governo ha rifiutato l’invito ad entrare a far parte della fondazione, negando alla rassegna, almeno finora, la denominazione di «grande evento».
La nomina di Bologna non è del resto stata la sola a destare perplessità nei palazzi della politica campana. Il duo Antonio Bassolino-Rosetta Iervolino, ai quali in qualità di presidente della Campania e di sindaco di Napoli è spettato il compito di nominare il direttore generale e il consiglio d’amministrazione della «Fondazione Forum universale delle culture 2013», si è prodigato anche nel piazzare altri fedelissimi, oltre a Bologna. Il presidente della fondazione è infatti Nicola Oddati, assessore comunale alla Cultura, sostenitore numero uno dell’evento. In molti però storcono il naso per il doppio incarico che Oddati rivestirà così fino all’anno prossimo, quando si andrà alle urne per il Comune. Un premio a Oddati per il suo impegno a portare a Napoli un prestigioso appuntamento culturale? Non solo. A Napoli anche i muri sanno che Oddati è un bassoliniano di ferro. E sono due con Bologna.
La squadra che dovrà gestire l’evento è infine completata dai due consiglieri di amministrazione: l’assessore all’Urbanistica della giunta Bassolino, Gabriella Cundari, e il giurista Michele Scudiero, docente universitario. Tutte le nomine sono state frutto di un blitz del duo Bassolino-Iervolino. Del resto bisognava fare in fretta, per evitare che la designazione dei componenti del consiglio di amministrazione finisse nelle grinfie del successore di Bassolino. Uno schiaffo a Caldoro o a De Luca, a chi fra i due tra poco siederà sulla poltrona che ora è dell’imputato nello scandalo dei rifiuti. Sicuramente sia l’esponente del centrodestra sia quello del centrosinistra avrebbero nominato altri personaggi, certamente non bassoliniani. Il presidente del cda infatti gestirà un grande potere, come, ad esempio, le assunzioni di personale con contratti a termine e di specialisti. Evidentemente, anche se dopo le elezioni regionali Bassolino a Palazzo Santa Lucia non ci sarà più, nelle tante stanze del potere ci saranno ancora i suoi fedelissimi, pronti a lavorare per il futuro che Bassolino, ancora per poco tempo governatore, sta disegnando per se stesso.
Carmine Spadafora
28/02/10
Sanremo, l'ultima offesa dei Savoia al Sud.
Nino D'Angelo ha composto un capolavoro ricco di contaminazioni musicali e dal significato profondo, un nuovo inno al Sud, però è stato eliminato dalla cloaca retorica musicalmente inascoltabile presentata da Emanuele Filiberto ad un festival di Sanremo taroccato.Tuttavia poco importa, i gusti so' gusti, ergo gli italiani si tengano pure "Italia amore mio", la musica non è mai stata cosa loro.
Noi da oggi godremo di un'altra perla musicale fregandocene dei festival polentoni.
Jammo jà guadagnammace 'o pane
Nuie tenimmo 'o sudore int' 'e mane
E sapimmo cagnà
Jammo jà e facimmo ampresso
Sott'a st'Italia d''o smog e d''o stress
Nuie simmo 'e furbe ca s'hann' 'a fa' fess
Simmo nate cù duie destine,
Simm' 'a notte e simmo a matina
simme rose e simmo mspine
Ma simmo ramo d''o stesso ciardino
Meridionale
Simmo terra chena 'e mare
Ca nisciuno pò capì
Stammo buono o stammo male
Jammo annanz'accussì
'A fatica è nu regalo
E' a speranza è partì
Jammo jà e dammece 'a mano
Si stammo nzieme putimme i luntano
Nun se po cchiù aspettà
Jammo jà ca sta vita va 'e press
Nuie simmo 'a casa de vase e 'e carezze
Ma fa nutizia sultanto 'a munnezza
Cù sta mafia cu 'o mandulino
Ca ce hànno mise da sempe ncuolle
Simmo 'a faccia 'e 'na cartulina
Ca ce svenne pe tutt''o munno
Meridionale
Simmo voce 'e miez' 'o mare
Ca nisciuno vo sentì
Simmo l'evera appicciate
Ca nun se sape maie a chi
Simmo 'o specchio e n'autostrada
Ca nun vonno maie fernì
Addò 'o viento s'abbaraccia 'o mare
Troppo so' 'e penziere
E chi cresce cù pane amaro
E' 'n'italiano straniere
Si 'a giustizia se lava 'e mane
Song bianche 'e bandiere
E chi maie po penzà a dimane
Nasce priggiuniero...
Simmo nate cù duie destine,
Simm' 'a notte e simmo a matina
simme rose e simmo mspine
Ma simmo ramo d''o stesso ciardino
Meridionale
Simmo terra chena 'e mare
Ca nisciuno pò capì
Stammo buono o stammo male
Jammo annanz'accussì
'A fatica è nu regalo
E' a speranza è partì
E guagliune d''e viche 'e Napule
Nun sarranno maie Re
Dint' 'o Zen 'e Palermo se bevene 'o tiempo
P' 'a sete 'e sapè
E nun è maie facile a durmì cu 'e pecchè
A campà ci 'a pacienza è 'o cchiù grande equilibrio
Pe chi pò cadè
Noi da oggi godremo di un'altra perla musicale fregandocene dei festival polentoni.
Jammo jà guadagnammace 'o pane
Nuie tenimmo 'o sudore int' 'e mane
E sapimmo cagnà
Jammo jà e facimmo ampresso
Sott'a st'Italia d''o smog e d''o stress
Nuie simmo 'e furbe ca s'hann' 'a fa' fess
Simmo nate cù duie destine,
Simm' 'a notte e simmo a matina
simme rose e simmo mspine
Ma simmo ramo d''o stesso ciardino
Meridionale
Simmo terra chena 'e mare
Ca nisciuno pò capì
Stammo buono o stammo male
Jammo annanz'accussì
'A fatica è nu regalo
E' a speranza è partì
Jammo jà e dammece 'a mano
Si stammo nzieme putimme i luntano
Nun se po cchiù aspettà
Jammo jà ca sta vita va 'e press
Nuie simmo 'a casa de vase e 'e carezze
Ma fa nutizia sultanto 'a munnezza
Cù sta mafia cu 'o mandulino
Ca ce hànno mise da sempe ncuolle
Simmo 'a faccia 'e 'na cartulina
Ca ce svenne pe tutt''o munno
Meridionale
Simmo voce 'e miez' 'o mare
Ca nisciuno vo sentì
Simmo l'evera appicciate
Ca nun se sape maie a chi
Simmo 'o specchio e n'autostrada
Ca nun vonno maie fernì
Addò 'o viento s'abbaraccia 'o mare
Troppo so' 'e penziere
E chi cresce cù pane amaro
E' 'n'italiano straniere
Si 'a giustizia se lava 'e mane
Song bianche 'e bandiere
E chi maie po penzà a dimane
Nasce priggiuniero...
Simmo nate cù duie destine,
Simm' 'a notte e simmo a matina
simme rose e simmo mspine
Ma simmo ramo d''o stesso ciardino
Meridionale
Simmo terra chena 'e mare
Ca nisciuno pò capì
Stammo buono o stammo male
Jammo annanz'accussì
'A fatica è nu regalo
E' a speranza è partì
E guagliune d''e viche 'e Napule
Nun sarranno maie Re
Dint' 'o Zen 'e Palermo se bevene 'o tiempo
P' 'a sete 'e sapè
E nun è maie facile a durmì cu 'e pecchè
A campà ci 'a pacienza è 'o cchiù grande equilibrio
Pe chi pò cadè
27/02/10
Di Girolamo come Garibaldi.
Perchè scandalizzarsi tanto per il senatore Di Girolamo, anche Garibaldi, il cui nome viene ora celebrato nel 150° anniversario dell'impero coloniale italiano, fu "eletto" della mafia: le Italie sono nate con la mafia e la camorra e i rapporti tra malavita e politici, benchè la distinzione non sia netta, sono una costante consolidada. Di Girolamo - pur essendo il solo fesso che si è fatto sgamare - non è altro che uno dei tanti interpreti dell'italianità; dunque gli vanno dedicate piazze, strade e monumenti: esattamente come a Garibaldi.
26/02/10
14/02/10
Filippani Ronconi, l’ultima intervista. Addio, professore.
Roma. “Il nascondimento – così ci dice l’ultimo superstite delle Waffen SS, appaiando sul tavolinetto ‘Segnavia’ di Martin Heidegger con il ‘Canone buddista’ – è la veste di potenza della realtà”. Pio Filippani Ronconi che nel campanello del suo appartamento ha giustamente messo tanto di corona araldica, infatti, non s’è mai nascosto. Forse il disvelamento è allora la veste di potenza del mondo che sta dietro il mondo, perché il signor conte è sempre stato quello che è. Asiatico per parte di nonna, madrileno di nascita, italiano di patria, è insignito della Croce di Ferro e quasi quasi minimizza. “Una Croce di seconda classe, non era certo la Croix pour le merit del caro Ernst Jünger. Ma cosa mai posso essere stato rispetto ai miei antenati guerrieri, io?”. Ne ha avuto uno che s’è fatto fucilare per non aver voluto gridare “vive la République!” davanti al fuoco dell’esercito napoleonico, un altro che si ricordò in un post scriptum di essere stato nominato anche medaglia d’oro, uno zio, “uncle Joseph”, nelle A ntille di quel tempo che “certo non erano il posto chic di adesso”, un padre – “l’ingegnere signor conte” – veloce con la colt da meritarsi più di una leggenda nelle Americhe di Butch Cassidy e Sundance Kid e del Mucchio Selvaggio, una madre infine, catturata nella Spagna della guerra civile, che quando viene portata “all’allegra fucilazione” rieducativa dai rossi di Barcellona, chiede al capo plotone: “Dammi il cappotto”. La storia della mamma è niente male. “Il rosso le risponde: ‘Che cosa te ne importa donna, tra poco sarai un pezzo di carne frolla’. Lei chiese ancora il suo cappotto: ‘C’è freddo, non voglio che tu possa pensare che stia tremando
dalla paura’. Il capo plotone le si avvicinò rapito: ‘Donna, tu hai più coglioni di me!’ ”. La madre aveva “occhi verdi e spirito celtico”.
E’ un soldato dunque Pio Filippani Ronconi. Forse l’ultimo: “Ma cosa mai posso essere stato rispetto a tutti i miei antenati guerrieri, io. Il più male in arnese di loro mi fa marameo”. E il signor conte appoggia il pollice al naso e, pur tradendo un leggero tremore da ottantunenne, fa: “Marameo”.
Disarmando ogni pregiudizio, offrendosi all’occhio laico e al pudore liberale, così si presenta: “Sono solo un relitto che non è potuto affondare per mancanza d’acqua”. E si potrebbe aggiungere: “E’ un relitto che non hanno saputo affondare”. Pio Filippani Ronconi che è stato comunque un potente rappresentante dell’establishment culturale accademico, è anche la più recente vittima della memoria. Si sono accorti di una sua foto in divisa (“Avevamo pantaloni da sci, la giacca germanizzata, le mostrine con le rune, berretto col Totenkopf”), hanno inviato una email al cdr del Corriere della Sera dove il conte, che è il più importante tra gli orientalisti, aveva cominciato a scrivere, e Ferruccio de Bortoli – custode, anche suo malgrado, della memoria – lo ha dovuto sospendere o meglio licenziare o, piuttosto, cancellare. In un film americano “L’allievo”, con la storia di un distinto signore in età, dal passato buio (ovviamente nazi), ci hanno fatto un racconto di bassa pedagogia buonista. Con Pio Filippani Ronconi, invece, i vicini che se lo sono visti ritratto sul giornale in divisa (quella divisa) hanno fatto solo un commento alla moglie: “Ma che bel ragazzo era il professore!”.
Il signor conte è appunto professore. Maestro all’Istituto orientale di Napoli, traduttore delle Upanishad , autore Utet e Bollati Boringhieri, collaboratore di Giorgio Colli, autorità indiscussa di quella scienza della guerra che è la notte del ΝΕΚΤΑΡ. C’è una formula vedica che rende bene l’idea. “Ayus pra tr” signica “portare la vita al di là degli ostacoli”, o meglio, “fare attraversare la morte alla vita”. Ebbe una laurea honoris causa ancora qualche anno fa. Consegnatagli democraticamente a Trieste da Luigi Berlinguer. Fece una prolusione in latino e in persiano. Di lui si sa che conosce tante lingue da far sospettare una contaminazione tale da ricorrere a un manuale d’esorcismo. Parla un tedesco vagamente barbarico, con influenze svedesi, borbotta in spagnolo, sbotta in runico, pensa in sanscrito. Declama tutti e trenta i plurali regolari dell’arabo e naturalmente anche il trentunesimo, l’irregolare. “Sono come quelli abruzzesi” dice lui per rassicurare gli stupefatti. Pratico del Tibet manco fosse l’Abruzzo, ulula nella lingua dei lupi e anche in quella dei turchi. Una volta, addormentato in una grotta, venne svegliato da una coppia. “Di lupi, non di turchi”. Conosce l’ebraico e l’aramaico. Li studiò da ragazzino frequentando la sinagoga di Roma quando era un giovane collegiale al De Merode. “Nessuno poteva mai immaginare in me la futura SS. Entravo e chiedevo: ‘Dove si sta leggendo?’. Trovavo sempre un dito gentile che mi indicava il punto del Libro”. “Da adulto, andando in giro per il mondo – perché non creda che io abbia trascorso tutto il mio tempo studiando – ho disseminato dappertutto le rune. In Africa, in Asia, nelle Americhe. Vedrà che prima o poi qualche archeologo tedesco cadrà in questa trappola e ci farà una teoria su quanto avevano girato il mondo gli antichi germani. Ho studiato la Cabala naturalmente”. Ha studiato la Cabala naturalmente.
La storia di Pio Filippani Ronconi è veramente la storia del mondo dietro il mondo. Altro che laurea. La cameriera che certo non decifra la delicata calligrafia iranica del signor conte, si raccomandava: “Se la faccia dare in medicina la laurea, ché i dottori guadagnano bene”. Questo ultimo aneddoto ce lo ha raccontato la moglie che è un bello spirito. Lei si sta divertendo in queste giornate di offensiva del politicamente corretto, squilla il telefono e dice al marito: “Wanda, ti vogliono. Sei più cercato di Wanda Osiri ormai”. In questa casa dove ci guardano gli occhi dello Scià persiano, accanto alle divinità guerriere della perfezione, da sotto il vetro della scrivania guarda anche un frate cappuccino. Un giorno un marocchino amico di famiglia si ritirò per la preghiera avendo però il cuore colmo di sconforto. Povero, senza aiuto, alzava il canto al Dio Clemente e Misericordioso quando a un tratto si trovò interrotto da un uomo in saio, forse un sufi, ma con le mani bendate, che gli disse: “Non avere pena, domani avrai il denaro sufficiente per andare a Mecca”. Turbato, il marocchino se ne tornò agli affanni della sua giornata per trovare l’indomani nella buca delle lettere una busta piena di soldi. “La lettera era stata spedita da San Giovanni Rotondo dove lui fece la prima tappa per la Mecca, era stato padre Pio a fare il miracolo”. Così ci dice la signora che ci racconta anche di certe serate mondane con il professore birichino che, “quando passa Norberto Bobbio in processione”, gli va incontro per dirgli: “Ciao, come ti va la vita?”.
A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, Pio Filippani Ronconi non è mai stato iscritto al Partito nazionale fascista, neppure quando era ancora un giovane assistente di Giuseppe Tucci, il suo maestro di dottrina tibetana, quando invece che concentrarsi nella carriera tra i traccheggi, lui con Sua Eccellenza il ministro Giuseppe Bottai avrebbe discusso solo di calibro 8 e di escursioni nel Sahara. “Ero solo un soldato, niente altro che un soldato pronto ad andare laddove ci fosse un pezzo di guerra. Come mio padre d’altronde, che allo scoppio della Prima guerra mondiale lasciò le sue mandrie cornute tra la Cordigliera delle Ande e Capo Horn, regalò la sua colt a un amico e se ne andò tra plotoni scudati, quelli che con la visiera agli occhi se ne andavano a depositare candele di dinamite dentro le trincee degli austriaci”.
Squilla ancora il telefono. Il professore che a questo punto non possiamo più chiamare con il titolo accademico, ma “soldato”, che come definizione gli è più congeniale, si aggrappa alla sua katana, la spada da samurai, se la porta ai denti e la stringe per farsi pazienza. Detto tra parentesi è una bellissima spada: “E’ vecchia e cionca – dice – ma ha aperto tante teste americane”. Il soldato si fa proprio un punto d’onore della sua capacità di farsi largo con la lama. “Sì, questo sì. Sono celebre nel tirare con il pugnale, solo io tra i ragazzi dell’Esercito italiano potevo tenere testa alla bravura dei siciliani e dei calabresi con il coltello, anzi, insegnavo loro come sgozzare un uomo senza perdere tempo”.
La storia di Pio Filippani Ronconi, conte, patrizio romano, è la storia dell’ultimo soldato. Appunto: “Della Ventinovesima divisione granatieri SS, dei 1.650 uomini che rispondevano agli ordini di Carlo Federico degli Oddi, il mio comandante, ce n’è uno superstite, uno: quello che sta davanti a lei”. L’otto settembre, che lo aveva travolto nello spavento di un’insopportabile vergogna, gli fece cercare a tutti i costi l’estrema possibilità di mettere a nudo se stesso, “scheggia di morte” quale voleva essere, nell’annullamento di un rituale suicidio d’omaggio all’onore che non conosce riti. “Cercavo un seppuku” ci dice oggi, un suicidio elaborato nella purificazione. Nelle Waffen questo soldato trovò la tipica scuola di guerra, “quella a piedi dei grandi eserciti del ’700”. “Volevo annullarmi e la notizia della costituzione di una divisione italiana mi trovò triste perché dopo l’otto settembre l’Italia era solo vergogna”. Le Waffen SS furono nella notte del ΝΕΚΤΑΡ dell’ultimo anno di guerra, la legione straniera di chi aveva eletto la Germania “anima dell’Europa”. Arrivavano dal Belgio, dalla Francia, 600 uomini anche dall’Inghilterra. E naturalmente c’erano russi, lituani, ceceni, turchi, egiziani. Ovviamente indiani, tibetani, tartari. C’erano le SS musulmane a cavallo. “C’erano anche le SS albanesi – ricorda ancora Filippani Ronconi – ma erano così disordinate…”. Si sommavano, in tutto, in 38 divisioni. A Mariano Comense, davanti allo stato maggiore, al suono di quello che secondo il soldato è l’inno più bello di tutti i tempi, “Gloria di Prussia, l’inno di Federico II”, marciarono le rappresentanze di tutte quelle divisioni. Etnie, popoli e lingue di quel mondo dietro il mondo si ritrovarono sotto le insegne runiche. “Mi sembrò una scena settecentesca”. Oggi il soldato dice: “In Germania trova luogo l’anima dell’Europa. Essendo anche un ufficiale tedesco, conosco bene la mia materia. Anche se la Germania ha avuto bisogno di un’iniezione asiatica. Le SS, infatti, i migliori li mandavano in Tibet”.
C’è un capitolo che solo questo soldato può aprire, ci permettiamo di farlo sotto la forma di una domanda morbosa. A proposito di iniezione asiatica, ma Ernst Jünger, era un iniziato? “Nel senso della Thule?”. In quel senso, certo. “Sì”. E’ il vero motivo per cui Adolf Hitler non poté permettersi di mandarlo a morte? “Lo stesso motivo per cui non se lo sarebbe potuto permettere con me”, così ci è sembrato di sentire tra le parole di questo soldato che, “nel rammemoramento spirituale” ci sembra ormai il Riccardo III di William Shakespeare, e cioè il “virtuoso dell’azione”. La guerra lo ha attraversato facendolo suo. “Ero alto un metro e 78 centimetri e mezzo. Volevo andare nei paracadutisti, ma non mi presero per mezzo centimetro, non ci riuscii neppure mettendo una saponetta sotto il tallone per alzarmi di più. Me ne vergognai. Feci però la guerra nel modo migliore. Nel mio corpo si sono avventati i pidocchi e le bombe. Ho avuto tutte le malattie, tutti le smorfie della morte e anche tutti i suoi recessi: la diarrea di sangue, l’epatite, la setticemia. Per questo non ho mai permesso a nessun signorino vestito bene, quelli che vedevo nelle scuole ufficiali, di insegnare a me la guerra”. Lui incarna il fuoco di Marte: “Ma le divinità che mi assistevano nel conflitto erano soprattutto Odino ed Hermès. Uno mi dava la potenza distruttiva, l’altro invece mi insegnava a strisciare sotto il fuoco nemico per raggiungere le mie prede. Mi ha insegnato anche a rubare. Io rubavo tutto, io non avevo niente, io non mi portavo mai bagagli, tesori, soldi. La rapina era la mia condizione di spontaneità. Tutto era a mia disposizione, le armi dovevano essere mie, soprattutto le armi dei nemici, erano tutte del conte Filippani Ronconi. La mia stessa divisa era la somma di pezzi che recuperavo ovunque. Mi veniva rattoppata dalle amiche. Alla mia gamba squarciata poi, avevo attaccato lo stipite di una porta”. Una protesi degna di Riccardo III. E oggi? “Ho lasciato tutto, ho fatto cose di cui non parlo”. Ci lasciamo il sospetto che tra le cose fatte e di cui non parla ci sia tanta di quella pietas che solo un guerriero educato da Livio e da Krsn_a si può consentire. Non c’è traccia di odio in questo soldato. Riccardo III, infatti, di tutti i suoi nemici sconfitti non fa mai carne da condanna eterna, ma piuttosto ospiti. “Ho lasciato tutto” dice, e infatti non ha nostalgie. Forse solo per la frutta che mangiava negli “anni Quaranta”. La frutta che “aveva un sapore diverso”. Figurarsi allora se anche la guerra, il frutto più impossibile del divino, non ha perso il sapore della sua indicibile diversità. “Anche se noi, figli di Manu, abbiamo connaturata la morte. O Aditia, portate la nostra vita oltre gli ostacoli perché viviamo!”.
(P.But. - il foglio del 27/01/2001)
dalla paura’. Il capo plotone le si avvicinò rapito: ‘Donna, tu hai più coglioni di me!’ ”. La madre aveva “occhi verdi e spirito celtico”.
E’ un soldato dunque Pio Filippani Ronconi. Forse l’ultimo: “Ma cosa mai posso essere stato rispetto a tutti i miei antenati guerrieri, io. Il più male in arnese di loro mi fa marameo”. E il signor conte appoggia il pollice al naso e, pur tradendo un leggero tremore da ottantunenne, fa: “Marameo”.
Disarmando ogni pregiudizio, offrendosi all’occhio laico e al pudore liberale, così si presenta: “Sono solo un relitto che non è potuto affondare per mancanza d’acqua”. E si potrebbe aggiungere: “E’ un relitto che non hanno saputo affondare”. Pio Filippani Ronconi che è stato comunque un potente rappresentante dell’establishment culturale accademico, è anche la più recente vittima della memoria. Si sono accorti di una sua foto in divisa (“Avevamo pantaloni da sci, la giacca germanizzata, le mostrine con le rune, berretto col Totenkopf”), hanno inviato una email al cdr del Corriere della Sera dove il conte, che è il più importante tra gli orientalisti, aveva cominciato a scrivere, e Ferruccio de Bortoli – custode, anche suo malgrado, della memoria – lo ha dovuto sospendere o meglio licenziare o, piuttosto, cancellare. In un film americano “L’allievo”, con la storia di un distinto signore in età, dal passato buio (ovviamente nazi), ci hanno fatto un racconto di bassa pedagogia buonista. Con Pio Filippani Ronconi, invece, i vicini che se lo sono visti ritratto sul giornale in divisa (quella divisa) hanno fatto solo un commento alla moglie: “Ma che bel ragazzo era il professore!”.
Il signor conte è appunto professore. Maestro all’Istituto orientale di Napoli, traduttore delle Upanishad , autore Utet e Bollati Boringhieri, collaboratore di Giorgio Colli, autorità indiscussa di quella scienza della guerra che è la notte del ΝΕΚΤΑΡ. C’è una formula vedica che rende bene l’idea. “Ayus pra tr” signica “portare la vita al di là degli ostacoli”, o meglio, “fare attraversare la morte alla vita”. Ebbe una laurea honoris causa ancora qualche anno fa. Consegnatagli democraticamente a Trieste da Luigi Berlinguer. Fece una prolusione in latino e in persiano. Di lui si sa che conosce tante lingue da far sospettare una contaminazione tale da ricorrere a un manuale d’esorcismo. Parla un tedesco vagamente barbarico, con influenze svedesi, borbotta in spagnolo, sbotta in runico, pensa in sanscrito. Declama tutti e trenta i plurali regolari dell’arabo e naturalmente anche il trentunesimo, l’irregolare. “Sono come quelli abruzzesi” dice lui per rassicurare gli stupefatti. Pratico del Tibet manco fosse l’Abruzzo, ulula nella lingua dei lupi e anche in quella dei turchi. Una volta, addormentato in una grotta, venne svegliato da una coppia. “Di lupi, non di turchi”. Conosce l’ebraico e l’aramaico. Li studiò da ragazzino frequentando la sinagoga di Roma quando era un giovane collegiale al De Merode. “Nessuno poteva mai immaginare in me la futura SS. Entravo e chiedevo: ‘Dove si sta leggendo?’. Trovavo sempre un dito gentile che mi indicava il punto del Libro”. “Da adulto, andando in giro per il mondo – perché non creda che io abbia trascorso tutto il mio tempo studiando – ho disseminato dappertutto le rune. In Africa, in Asia, nelle Americhe. Vedrà che prima o poi qualche archeologo tedesco cadrà in questa trappola e ci farà una teoria su quanto avevano girato il mondo gli antichi germani. Ho studiato la Cabala naturalmente”. Ha studiato la Cabala naturalmente.
La storia di Pio Filippani Ronconi è veramente la storia del mondo dietro il mondo. Altro che laurea. La cameriera che certo non decifra la delicata calligrafia iranica del signor conte, si raccomandava: “Se la faccia dare in medicina la laurea, ché i dottori guadagnano bene”. Questo ultimo aneddoto ce lo ha raccontato la moglie che è un bello spirito. Lei si sta divertendo in queste giornate di offensiva del politicamente corretto, squilla il telefono e dice al marito: “Wanda, ti vogliono. Sei più cercato di Wanda Osiri ormai”. In questa casa dove ci guardano gli occhi dello Scià persiano, accanto alle divinità guerriere della perfezione, da sotto il vetro della scrivania guarda anche un frate cappuccino. Un giorno un marocchino amico di famiglia si ritirò per la preghiera avendo però il cuore colmo di sconforto. Povero, senza aiuto, alzava il canto al Dio Clemente e Misericordioso quando a un tratto si trovò interrotto da un uomo in saio, forse un sufi, ma con le mani bendate, che gli disse: “Non avere pena, domani avrai il denaro sufficiente per andare a Mecca”. Turbato, il marocchino se ne tornò agli affanni della sua giornata per trovare l’indomani nella buca delle lettere una busta piena di soldi. “La lettera era stata spedita da San Giovanni Rotondo dove lui fece la prima tappa per la Mecca, era stato padre Pio a fare il miracolo”. Così ci dice la signora che ci racconta anche di certe serate mondane con il professore birichino che, “quando passa Norberto Bobbio in processione”, gli va incontro per dirgli: “Ciao, come ti va la vita?”.
A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, Pio Filippani Ronconi non è mai stato iscritto al Partito nazionale fascista, neppure quando era ancora un giovane assistente di Giuseppe Tucci, il suo maestro di dottrina tibetana, quando invece che concentrarsi nella carriera tra i traccheggi, lui con Sua Eccellenza il ministro Giuseppe Bottai avrebbe discusso solo di calibro 8 e di escursioni nel Sahara. “Ero solo un soldato, niente altro che un soldato pronto ad andare laddove ci fosse un pezzo di guerra. Come mio padre d’altronde, che allo scoppio della Prima guerra mondiale lasciò le sue mandrie cornute tra la Cordigliera delle Ande e Capo Horn, regalò la sua colt a un amico e se ne andò tra plotoni scudati, quelli che con la visiera agli occhi se ne andavano a depositare candele di dinamite dentro le trincee degli austriaci”.
Squilla ancora il telefono. Il professore che a questo punto non possiamo più chiamare con il titolo accademico, ma “soldato”, che come definizione gli è più congeniale, si aggrappa alla sua katana, la spada da samurai, se la porta ai denti e la stringe per farsi pazienza. Detto tra parentesi è una bellissima spada: “E’ vecchia e cionca – dice – ma ha aperto tante teste americane”. Il soldato si fa proprio un punto d’onore della sua capacità di farsi largo con la lama. “Sì, questo sì. Sono celebre nel tirare con il pugnale, solo io tra i ragazzi dell’Esercito italiano potevo tenere testa alla bravura dei siciliani e dei calabresi con il coltello, anzi, insegnavo loro come sgozzare un uomo senza perdere tempo”.
La storia di Pio Filippani Ronconi, conte, patrizio romano, è la storia dell’ultimo soldato. Appunto: “Della Ventinovesima divisione granatieri SS, dei 1.650 uomini che rispondevano agli ordini di Carlo Federico degli Oddi, il mio comandante, ce n’è uno superstite, uno: quello che sta davanti a lei”. L’otto settembre, che lo aveva travolto nello spavento di un’insopportabile vergogna, gli fece cercare a tutti i costi l’estrema possibilità di mettere a nudo se stesso, “scheggia di morte” quale voleva essere, nell’annullamento di un rituale suicidio d’omaggio all’onore che non conosce riti. “Cercavo un seppuku” ci dice oggi, un suicidio elaborato nella purificazione. Nelle Waffen questo soldato trovò la tipica scuola di guerra, “quella a piedi dei grandi eserciti del ’700”. “Volevo annullarmi e la notizia della costituzione di una divisione italiana mi trovò triste perché dopo l’otto settembre l’Italia era solo vergogna”. Le Waffen SS furono nella notte del ΝΕΚΤΑΡ dell’ultimo anno di guerra, la legione straniera di chi aveva eletto la Germania “anima dell’Europa”. Arrivavano dal Belgio, dalla Francia, 600 uomini anche dall’Inghilterra. E naturalmente c’erano russi, lituani, ceceni, turchi, egiziani. Ovviamente indiani, tibetani, tartari. C’erano le SS musulmane a cavallo. “C’erano anche le SS albanesi – ricorda ancora Filippani Ronconi – ma erano così disordinate…”. Si sommavano, in tutto, in 38 divisioni. A Mariano Comense, davanti allo stato maggiore, al suono di quello che secondo il soldato è l’inno più bello di tutti i tempi, “Gloria di Prussia, l’inno di Federico II”, marciarono le rappresentanze di tutte quelle divisioni. Etnie, popoli e lingue di quel mondo dietro il mondo si ritrovarono sotto le insegne runiche. “Mi sembrò una scena settecentesca”. Oggi il soldato dice: “In Germania trova luogo l’anima dell’Europa. Essendo anche un ufficiale tedesco, conosco bene la mia materia. Anche se la Germania ha avuto bisogno di un’iniezione asiatica. Le SS, infatti, i migliori li mandavano in Tibet”.
C’è un capitolo che solo questo soldato può aprire, ci permettiamo di farlo sotto la forma di una domanda morbosa. A proposito di iniezione asiatica, ma Ernst Jünger, era un iniziato? “Nel senso della Thule?”. In quel senso, certo. “Sì”. E’ il vero motivo per cui Adolf Hitler non poté permettersi di mandarlo a morte? “Lo stesso motivo per cui non se lo sarebbe potuto permettere con me”, così ci è sembrato di sentire tra le parole di questo soldato che, “nel rammemoramento spirituale” ci sembra ormai il Riccardo III di William Shakespeare, e cioè il “virtuoso dell’azione”. La guerra lo ha attraversato facendolo suo. “Ero alto un metro e 78 centimetri e mezzo. Volevo andare nei paracadutisti, ma non mi presero per mezzo centimetro, non ci riuscii neppure mettendo una saponetta sotto il tallone per alzarmi di più. Me ne vergognai. Feci però la guerra nel modo migliore. Nel mio corpo si sono avventati i pidocchi e le bombe. Ho avuto tutte le malattie, tutti le smorfie della morte e anche tutti i suoi recessi: la diarrea di sangue, l’epatite, la setticemia. Per questo non ho mai permesso a nessun signorino vestito bene, quelli che vedevo nelle scuole ufficiali, di insegnare a me la guerra”. Lui incarna il fuoco di Marte: “Ma le divinità che mi assistevano nel conflitto erano soprattutto Odino ed Hermès. Uno mi dava la potenza distruttiva, l’altro invece mi insegnava a strisciare sotto il fuoco nemico per raggiungere le mie prede. Mi ha insegnato anche a rubare. Io rubavo tutto, io non avevo niente, io non mi portavo mai bagagli, tesori, soldi. La rapina era la mia condizione di spontaneità. Tutto era a mia disposizione, le armi dovevano essere mie, soprattutto le armi dei nemici, erano tutte del conte Filippani Ronconi. La mia stessa divisa era la somma di pezzi che recuperavo ovunque. Mi veniva rattoppata dalle amiche. Alla mia gamba squarciata poi, avevo attaccato lo stipite di una porta”. Una protesi degna di Riccardo III. E oggi? “Ho lasciato tutto, ho fatto cose di cui non parlo”. Ci lasciamo il sospetto che tra le cose fatte e di cui non parla ci sia tanta di quella pietas che solo un guerriero educato da Livio e da Krsn_a si può consentire. Non c’è traccia di odio in questo soldato. Riccardo III, infatti, di tutti i suoi nemici sconfitti non fa mai carne da condanna eterna, ma piuttosto ospiti. “Ho lasciato tutto” dice, e infatti non ha nostalgie. Forse solo per la frutta che mangiava negli “anni Quaranta”. La frutta che “aveva un sapore diverso”. Figurarsi allora se anche la guerra, il frutto più impossibile del divino, non ha perso il sapore della sua indicibile diversità. “Anche se noi, figli di Manu, abbiamo connaturata la morte. O Aditia, portate la nostra vita oltre gli ostacoli perché viviamo!”.
(P.But. - il foglio del 27/01/2001)
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cultura
17/01/10
16/01/10
14/01/10
Il popolo di usurai continua ad insultare i cattolici.
La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». (Concordiamo: perche' il Papa continua a visitare luoghi disdiceboli,ndr?). È una posizione dura quella espressa dal presidente dei rabbini italiani, Giuseppe Laras, che domenica non parteciperà alla cerimonia nel Tempio maggiore di Roma. Un evento, dice, che «non porterà nulla di buono ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa». Laras spiega che ci sono stati molti dissensi sulla presenza di Benedetto XVI dopo le nuove polemiche relative al processo di beatificazione di Pio XII, rilevando come l'ebraismo italiano avrebbe dovuto prendere una posizione molto dura sulla questione.
POLEMICHE SU PIO XII - Secondo Laras, che ha rilasciato un'intervista al Judische Allgemeine, giornale della comunità ebraica tedesca, dice che nulla di positivo può venire dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga: «Da questo incontro non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras spiega che l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice e alle iniziative da assumere dopo le nuove polemiche su Pio XII. La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni.
POLEMICHE SU PIO XII - Secondo Laras, che ha rilasciato un'intervista al Judische Allgemeine, giornale della comunità ebraica tedesca, dice che nulla di positivo può venire dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga: «Da questo incontro non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras spiega che l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice e alle iniziative da assumere dopo le nuove polemiche su Pio XII. La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni.
08/01/10
il Nord voleva una Guantanamo per la gente del Sud.
di MARISA INGROSSO
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
07/01/10
Fini non accetta la critiche.
Marcello VENEZIANI
E alla fine arrivò la minaccia estrema: scissione. Se non la smettete di criticare Fini, se non sbugiardate Feltri e punite il Giornale, facciamo la scissione. Mamma mia, l’arma atomica. La parola bellicosa è risuonata su alcuni giornali, un avvertimento lanciato dai finiani a Berlusconi. Lasciamo da parte i giudizi e i sarcasmi sull’entità di una scissione del genere e ricostruiamo i fatti. Dunque, da quando è presidente della Camera, Fini ha assunto posizioni sistematicamente divergenti non solo rispetto a Berlusconi e al suo governo ma rispetto al suo elettorato, alla storia del suo partito e ai programmi politici sottoscritti in questi sedici anni. Ha creato una profonda spaccatura nella sua base elettorale, ha messo in grave difficoltà gli stessi esponenti di An, a livello nazionale e locale; ha intralciato l’opera del governo, si è fatto perfino parlamentarista buttando a mare una vita da presidenzialista e ha compiuto vistosi tradimenti dei valori politici, civili e culturali su cui la destra, prima che il Pdl, ha chiesto e avuto consensi. Ha poi accusato Berlusconi di governare come un monarca, quando lui regnava su An con poteri assoluti.
Il Giornale ha liberamente e duramente criticato questa deriva finiana. La reazione è stata di stampo mafioso: chiedere al premier di zittire il Giornale, magari epurando chi osa criticare Fini. Se i finiani chiedono di chiudere la porta alla Santanchè, o a Storace, rientra nella normale dialettica interna; ma se il Giornale, che a differenza dei primi non ha obblighi di partito perché è un giornale di opinione, critica la Polverini candidata alla Regione Lazio, è accusato di guerra civile e di sfascismo. Del fascismo Fini avrà rinnegato tutto, meno una cosa, la peggiore: chiudere la bocca a chi dissente. O la volgarità squadristica degli attacchi alla Santanchè, paragonata a Cicciolina e accusata di esprimere valori retrivi solo perché lei è rimasta di destra. Il guaio è che non si tratta di semplici minacce, chi conosce Fini e quel mondo di caporali, ha esperienze anche dirette di censure, chiusure e cacciate, perché «non gestibile», perché «inaffidabile», cioè non servizievole, e così via.
Evito di farne la storia e di far volare gli stracci. Una vecchia militante rautiana del Secolo nota che io avrei scritto cose interessanti negli anni Ottanta; ma non ho colpa io se lei non legge da quegli anni e da allora è imbalsamata al Secolo, dove ha vissuto con pieno consenso la stagione del fascismo del Duemila e dell’antifascismo del Tremila. Nel frattempo ho fondato e diretto settimanali, fondazioni, ecc.; ho scritto una quindicina di libri che qualche effetto hanno avuto anche sulla sua destra, ho scritto su svariati giornali, ho fatto qualche altro migliaio di cose. Criticabili, per carità. Ora siamo al ridicolo. Lunedì, in un editoriale, ho sostenuto che se oggi Bossi prende piede è perché manca una destra in grado di bilanciare la sua presenza.
E l’organo dei finiani mi accusa di essere diventato leghista; scusate, ma io dicevo esattamente il contrario, che per frenare Bossi è necessario che ci sia una destra in grado di far sentire il suo peso e di esprimere valori, sensibilità e identità diverse. Se chiedo a Fini di rilanciare il presidenzialismo e l’identità nazionale per arginare il federalismo (a cui non credo) e la tentazione padana, sono leghista io o siete scemi voi che mi accusate di leghismo? Ma non solo. Non ho mai sostenuto una destra appiattita su Berlusconi, anzi ho sempre espresso la necessità di una destra che faccia pesare la cultura, il senso dello Stato e i suoi valori nel centro-destra; sostengo da tempo che l’assenza di Fini lascia a Berlusconi la sovranità assoluta sul Popolo della libertà. Ma loro traducono tutto questo in modo infame e servile: si è venduto al berlusconismo. Ma se capite l’italiano e non siete in malafede, io ho detto l’opposto: se sciogliete la destra non resta che Berlusconi. Non so a questo punto se prevalgano i cretini o i servi. Mi auguro si tratti per loro solo di un momento difficile.
Ma qualcosa impedisce di ragionare liberamente, guardando in faccia la realtà. Alcuni obbiettano, ma la destra che sta disegnando Fini è moderna ed europea. Esempio più vicino, Sarkozy, lui mica ripete De Gaulle. Bene, Sarkozy vinse le elezioni annunciando di voler rovesciare il ’68, il suo programma politico ebbe quella chiave di impostazione. Fini ha detto esattamente il contrario, che la destra deve diventare sessantottina con quarant’anni di ritardo: la chiamate destra moderna o forse è una sinistra tardiva? Ora io mi auguro che questa tendenza scissionista, solo per far dispetto al Giornale, sia solo un effetto diabetico delle feste. Ma se volete rompere davvero con il Popolo della libertà e sottrarvi come voi dite alla logica del 51 per cento, se avete nostalgia del tre per cento, ma questa volta con l’applauso della sinistra e dei media, siete liberi di farlo. Mettetevi in proprio e buona fortuna.
Anche se a me dispiace, lo dico con franchezza perché non sparo nel mucchio, conosco alcuni dei finiani e so che non tutti sono Ronchi, ci sono persone che stimo. Ma se scegliete quella via, poi, non pretendete che da destra vi giunga pure l’applauso di incoraggiamento. Siete come quegli atei che vogliono abolire la fede ma pretendono la benedizione religiosa. Infine dico ai finiani: ma non avete capito che il Gianfranco balla da solo, si è smarcato da tutti e non sopporta seguaci? Non molestatelo, rispettate la sua solitudine.
E alla fine arrivò la minaccia estrema: scissione. Se non la smettete di criticare Fini, se non sbugiardate Feltri e punite il Giornale, facciamo la scissione. Mamma mia, l’arma atomica. La parola bellicosa è risuonata su alcuni giornali, un avvertimento lanciato dai finiani a Berlusconi. Lasciamo da parte i giudizi e i sarcasmi sull’entità di una scissione del genere e ricostruiamo i fatti. Dunque, da quando è presidente della Camera, Fini ha assunto posizioni sistematicamente divergenti non solo rispetto a Berlusconi e al suo governo ma rispetto al suo elettorato, alla storia del suo partito e ai programmi politici sottoscritti in questi sedici anni. Ha creato una profonda spaccatura nella sua base elettorale, ha messo in grave difficoltà gli stessi esponenti di An, a livello nazionale e locale; ha intralciato l’opera del governo, si è fatto perfino parlamentarista buttando a mare una vita da presidenzialista e ha compiuto vistosi tradimenti dei valori politici, civili e culturali su cui la destra, prima che il Pdl, ha chiesto e avuto consensi. Ha poi accusato Berlusconi di governare come un monarca, quando lui regnava su An con poteri assoluti.
Il Giornale ha liberamente e duramente criticato questa deriva finiana. La reazione è stata di stampo mafioso: chiedere al premier di zittire il Giornale, magari epurando chi osa criticare Fini. Se i finiani chiedono di chiudere la porta alla Santanchè, o a Storace, rientra nella normale dialettica interna; ma se il Giornale, che a differenza dei primi non ha obblighi di partito perché è un giornale di opinione, critica la Polverini candidata alla Regione Lazio, è accusato di guerra civile e di sfascismo. Del fascismo Fini avrà rinnegato tutto, meno una cosa, la peggiore: chiudere la bocca a chi dissente. O la volgarità squadristica degli attacchi alla Santanchè, paragonata a Cicciolina e accusata di esprimere valori retrivi solo perché lei è rimasta di destra. Il guaio è che non si tratta di semplici minacce, chi conosce Fini e quel mondo di caporali, ha esperienze anche dirette di censure, chiusure e cacciate, perché «non gestibile», perché «inaffidabile», cioè non servizievole, e così via.
Evito di farne la storia e di far volare gli stracci. Una vecchia militante rautiana del Secolo nota che io avrei scritto cose interessanti negli anni Ottanta; ma non ho colpa io se lei non legge da quegli anni e da allora è imbalsamata al Secolo, dove ha vissuto con pieno consenso la stagione del fascismo del Duemila e dell’antifascismo del Tremila. Nel frattempo ho fondato e diretto settimanali, fondazioni, ecc.; ho scritto una quindicina di libri che qualche effetto hanno avuto anche sulla sua destra, ho scritto su svariati giornali, ho fatto qualche altro migliaio di cose. Criticabili, per carità. Ora siamo al ridicolo. Lunedì, in un editoriale, ho sostenuto che se oggi Bossi prende piede è perché manca una destra in grado di bilanciare la sua presenza.
E l’organo dei finiani mi accusa di essere diventato leghista; scusate, ma io dicevo esattamente il contrario, che per frenare Bossi è necessario che ci sia una destra in grado di far sentire il suo peso e di esprimere valori, sensibilità e identità diverse. Se chiedo a Fini di rilanciare il presidenzialismo e l’identità nazionale per arginare il federalismo (a cui non credo) e la tentazione padana, sono leghista io o siete scemi voi che mi accusate di leghismo? Ma non solo. Non ho mai sostenuto una destra appiattita su Berlusconi, anzi ho sempre espresso la necessità di una destra che faccia pesare la cultura, il senso dello Stato e i suoi valori nel centro-destra; sostengo da tempo che l’assenza di Fini lascia a Berlusconi la sovranità assoluta sul Popolo della libertà. Ma loro traducono tutto questo in modo infame e servile: si è venduto al berlusconismo. Ma se capite l’italiano e non siete in malafede, io ho detto l’opposto: se sciogliete la destra non resta che Berlusconi. Non so a questo punto se prevalgano i cretini o i servi. Mi auguro si tratti per loro solo di un momento difficile.
Ma qualcosa impedisce di ragionare liberamente, guardando in faccia la realtà. Alcuni obbiettano, ma la destra che sta disegnando Fini è moderna ed europea. Esempio più vicino, Sarkozy, lui mica ripete De Gaulle. Bene, Sarkozy vinse le elezioni annunciando di voler rovesciare il ’68, il suo programma politico ebbe quella chiave di impostazione. Fini ha detto esattamente il contrario, che la destra deve diventare sessantottina con quarant’anni di ritardo: la chiamate destra moderna o forse è una sinistra tardiva? Ora io mi auguro che questa tendenza scissionista, solo per far dispetto al Giornale, sia solo un effetto diabetico delle feste. Ma se volete rompere davvero con il Popolo della libertà e sottrarvi come voi dite alla logica del 51 per cento, se avete nostalgia del tre per cento, ma questa volta con l’applauso della sinistra e dei media, siete liberi di farlo. Mettetevi in proprio e buona fortuna.
Anche se a me dispiace, lo dico con franchezza perché non sparo nel mucchio, conosco alcuni dei finiani e so che non tutti sono Ronchi, ci sono persone che stimo. Ma se scegliete quella via, poi, non pretendete che da destra vi giunga pure l’applauso di incoraggiamento. Siete come quegli atei che vogliono abolire la fede ma pretendono la benedizione religiosa. Infine dico ai finiani: ma non avete capito che il Gianfranco balla da solo, si è smarcato da tutti e non sopporta seguaci? Non molestatelo, rispettate la sua solitudine.
31/12/09
Buon 2010 a tutti!
Che sia un anno di ritrovata liberta' e di soddisfazioni senza Bassolino, Iervolino e cloaca circostante.
Auguri a tutti noi patrioti meridionali, a Napoli e a tutti voi lettori.
Auguriamoci di riprenderci la nostra identita' e la nostra terra spezzando le catene dei colonizzatori. Mando poi i miei saluti a tutti i miei amici spagnoli che mi sono venuti a trovare a Napoli rimanendo colpiti dalla straordinaria bellezza della citta' ma anche dai numerosi punti di contatto che ci sono tra noi napoletani e i valenciani.
Consentitemi, inoltre, un augurio speciale all'Iran,paese che in questo momento sta resistendo all'ennesimo tentativo di golpe da parte delle potenze oscure, e ai miei amici musulmani i quali non mi hanno fatto mancare gli auguri per un Santo Natale.
Un augurio, infine, va esteso anche alle menti eccelse che negli ultimi 10 anni si sono dilettate a portarci allo scontro di civilta' e hanno trovato in Obama il degno successore di Bush : possano ritrovare la fantasia delle origini, visto che le ultime notizie provenienti dall'Iran e sull'attentatore misteriosamente imbarcato senza controlli dimostrano che ne hanno urgentemente bisogno. Non sia mai che i milioni di morti che hanno causato tormentino le loro coscienze!
Auguro un fantastico 2010 a tutti tranne a due bipedi che possono indurre solo al vomito e sono il presidente della camera e l'anonimo nordista che, da parassita ignorante e volgare qual e', vive su questo blog - forse dando un senso alla sua vuota giornata - lasciando insulti che stanno solo a dimostrare l'inferiorita' della razza bastarda a cui appartiere.
Auguri a tutti noi patrioti meridionali, a Napoli e a tutti voi lettori.
Auguriamoci di riprenderci la nostra identita' e la nostra terra spezzando le catene dei colonizzatori. Mando poi i miei saluti a tutti i miei amici spagnoli che mi sono venuti a trovare a Napoli rimanendo colpiti dalla straordinaria bellezza della citta' ma anche dai numerosi punti di contatto che ci sono tra noi napoletani e i valenciani.
Consentitemi, inoltre, un augurio speciale all'Iran,paese che in questo momento sta resistendo all'ennesimo tentativo di golpe da parte delle potenze oscure, e ai miei amici musulmani i quali non mi hanno fatto mancare gli auguri per un Santo Natale.
Un augurio, infine, va esteso anche alle menti eccelse che negli ultimi 10 anni si sono dilettate a portarci allo scontro di civilta' e hanno trovato in Obama il degno successore di Bush : possano ritrovare la fantasia delle origini, visto che le ultime notizie provenienti dall'Iran e sull'attentatore misteriosamente imbarcato senza controlli dimostrano che ne hanno urgentemente bisogno. Non sia mai che i milioni di morti che hanno causato tormentino le loro coscienze!
Auguro un fantastico 2010 a tutti tranne a due bipedi che possono indurre solo al vomito e sono il presidente della camera e l'anonimo nordista che, da parassita ignorante e volgare qual e', vive su questo blog - forse dando un senso alla sua vuota giornata - lasciando insulti che stanno solo a dimostrare l'inferiorita' della razza bastarda a cui appartiere.
17/12/09
Se fosse successo in Iran, apriti cielo...
Accade queste nella perfida Albione, il simbolo del nuovo Occidente. Accade che una ragazza italiana sia stata arrestata e tenuta in cella 5 ore - in applicazione alle leggi antiterrorismo - semplicemente per aver filmato alcuni edifici di rilievo storico e artistico. Accade che Simona Bonomo, un'italiana di 32 anni a Londra per un corso d'arte, sia stata avvicinata da due 'agenti di supporto', una
sorta di poliziotti di quartiere, mentre stava girando un piccolo filmato amatoriale nell'area di Paddington. Quando gli agenti le hanno chiesto perche' stava filmando e lei ha risposto loro ''per divertimento'', uno dei due ha ribattuto:
''Ti piace guardare quegli edifici. Stai filmando per divertimento? Non ti credo''.
Quando la studentessa si e' rifiutata di far vedere il filmato al poliziotto, questi ha incalzato: ''Posso guardarlo comunque se voglio, se credo abbia a che fare con il terrorismo. Stai filmando un sito importante''. Gli agenti hanno poi accusato Bonomo di comportarsi in maniera indisponente e,affermando che stava comunque andando in bicicletta in contromano, hanno minacciato di multarla.
E poi, l'arresto, dopo averla lasciata per qualche minuto, gli agenti sono tornati con rinforzi e, accusandola di essere aggressiva, l'hanno ammanettata e portata in centrale.
Dopo cinque ore di reclusione, e' stata rilasciata con una multa di 80 sterline per disturbo dell'ordine pubblico.
Un episodio spiacevole, certo, ma la cui rilevanza va con buon senso circoscritta.
Senonche' ogni volta che giungono notizie similari dall'Iran per motivi ben piu' fondati assistiamo alla rivolta degli imbecilli
Qualche testata importante avrebbe scritto un articoletto pieno di luoghi comuni e di inni alla liberta' occidentale e i blogs culturalmente appiattiti sulla Santanche' ci avrebbero campato per mesi.
Invece e' successo a Londra, nel centro della centralissima Londra, e nessuno se n'e' accorto.
Ipocrisia o semplice stupidita'?
sorta di poliziotti di quartiere, mentre stava girando un piccolo filmato amatoriale nell'area di Paddington. Quando gli agenti le hanno chiesto perche' stava filmando e lei ha risposto loro ''per divertimento'', uno dei due ha ribattuto:
''Ti piace guardare quegli edifici. Stai filmando per divertimento? Non ti credo''.
Quando la studentessa si e' rifiutata di far vedere il filmato al poliziotto, questi ha incalzato: ''Posso guardarlo comunque se voglio, se credo abbia a che fare con il terrorismo. Stai filmando un sito importante''. Gli agenti hanno poi accusato Bonomo di comportarsi in maniera indisponente e,affermando che stava comunque andando in bicicletta in contromano, hanno minacciato di multarla.
E poi, l'arresto, dopo averla lasciata per qualche minuto, gli agenti sono tornati con rinforzi e, accusandola di essere aggressiva, l'hanno ammanettata e portata in centrale.
Dopo cinque ore di reclusione, e' stata rilasciata con una multa di 80 sterline per disturbo dell'ordine pubblico.
Un episodio spiacevole, certo, ma la cui rilevanza va con buon senso circoscritta.
Senonche' ogni volta che giungono notizie similari dall'Iran per motivi ben piu' fondati assistiamo alla rivolta degli imbecilli
Qualche testata importante avrebbe scritto un articoletto pieno di luoghi comuni e di inni alla liberta' occidentale e i blogs culturalmente appiattiti sulla Santanche' ci avrebbero campato per mesi.
Invece e' successo a Londra, nel centro della centralissima Londra, e nessuno se n'e' accorto.
Ipocrisia o semplice stupidita'?
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Caro Gesù, ti scrive un soldatino.
Marcello DE ANGELIS.
Il 7 maggio del 1967, assieme al maggiore dei miei fratelli, ho ricevuto il sacramento della Cresima, che allora si poteva avere contestualmente a quello della Comunione. Eravamo in sette ad essere sacramentati e la ridondanza di questo numero, che avevamo imparato già alle elementari a considerare simbolicamente importante (i sette colli, le sette meraviglie e persino i sette nani...), ci parve rendere ancora più decisiva quella giornata.
Il giorno fu infatti carico di emozioni, tanto che la sera, a letto dopo Carosello, non riuscivamo a prendere sonno e chiacchierammo a lungo del grande cambiamento che l’evento avrebbe portato nelle nostre vite. Mio fratello - bambino dalle visioni semplici e chiare - mi chiese quando, secondo me, ci avrebbero mandato a fare le crociate.
Alla mia domanda di chiarimenti mi rammentò, sottolineando la mia scarsa comprensione delle cose, che il vescovo, ungendoci e mettendoci la fascia con la croce sulla fronte, ci aveva ordinati “soldati di Cristo” e questo aveva un significato incontrovertibile: i soldati combattono, quelli di Cristo combattono contro i nemici di Cristo. E gli unici che gli venivano in mente, per conoscenze storiche, erano i musulmani, che occupavano i luoghi santi.
Io ero già da allora considerato - da mio fratello in particolare - un piccolo saccente petulante, quindi quando gli feci notare che in quel momento non c’erano crociate in corso e che a Gerusalemme non c’erano tanto i maomettani quanto gli israeliani, si mostrò stizzito ma non insistette più di tanto, rinviando a ulteriori approfondimenti.
A distanza di anni però, le crociate ancora non iniziavano e noi volevamo ancora essere soldati di Cristo. In Medio Oriente c’era la guerra sì, ma coinvolgeva più nazioni che religioni e la nostra immaginazione venne catturata dal conflitto scoppiato in Nord Irlanda tra cattolici e protestanti. I cattolici erano evidentemente vessati e vittime della violenza odiosa degli eretici - che noi ritenevamo tra l’altro non essere irlandesi ma inglesi invasori.
La sera, nelle mie preghiere prima di dormire, cominciai a chiedere quotidianamente a Gesù di far morire il reverendo Ian Paisley, leader dei lealisti che vedevo, in un’informazione televisiva in bianco e nero (in tutti i sensi), come i nemici della nostra religione. Dio non mi dette mai ascolto, tant’è che il reverendo è ancora in vita e finì per fare parte del primo governo “misto” del Nord Irlanda in accordo con i cattolici repubblicani del Sinn Féin.
Pochi anni dopo - eravamo alle medie - le nostre speranze di essere chiamati a combattere vennero risvegliate dagli scontri tra Valloni (francofoni e cattolici) e Fiamminghi (germanici e protestanti), in Belgio. In televisione assistevamo a sassaiole e cariche della polizia e speravamo che lo scontro dilagasse in tutta Europa opponendo ovunque cattolici e protestanti come nella Guerra dei trent’anni. Noi, ovviamente, soldati di Cristo, avremmo difeso la Santa sede e il Santo padre. Avevamo fatto le elementari dalle suore e già da molti anni eravamo negli scout cattolici, che ci avevano rafforzato nell’idea di essere cavalieri che combattevano senz’armi al servizio di Dio.
Sette anni dopo la cresima avevamo trovato una visione più chiara di chi dovessimo combattere. Giunti al liceo avevamo conosciuto i comunisti - che nel Sessantotto animavano i miei incubi perché la suora ci diceva che avevano occupato l’Università dove aggredivano i religiosi e spezzavano i crocefissi - e che dal vivo erano anche peggio. Oltre a odiare Dio erano anche nemici della Patria. Oltre a spezzare i crocefissi sputavano sul Tricolore e questo noi, che come primo libro avevamo letto Il piccolo alpino di Salvator Gotta e avevamo promesso «sul nostro onore» da giovani esploratori, «di fare del nostro meglio per compiere il nostro dovere verso Dio e verso la Patria», non potevamo proprio permetterlo.
Ben presto, prima che un nuovo settennato fosse compiuto, scoprimmo che i veri nemici di Dio e della Patria si nascondevano spesso sotto le insegne delle istituzioni, truffando e derubando il popolo che gli dava fiducia e servendo come lacchè le potenze straniere che ci avevano sconfitto in guerra. I comunisti restavano comunque nei nostri pensieri, anche perché, a loro volta, avevano scoperto quanto utili nemici fossimo noi, che nel frattempo eravamo militanti di destra a tempo pieno, tentando di spedirci all’ospedale o al Creatore in vari modi e cercando di mandare in fumo o in pezzi la nostra casa.
Non so a quali riflessioni sarebbe giunto mio fratello con un ennesimo settennato, non lo saprò mai. Morì in una cella del carcere di Rebibbia a ventidue anni, ancora assolutamente convinto di combattere contro i nemici di Dio e della Patria.
Io, che di settennati ne ho maturati invece alcuni altri, continuo ad aggiustare la mia schmittiana “identificazione del nemico” con il variare dei tempi e della storia. A cinquant’anni ritengo, senza più l’innocenza del bambino o del ragazzino, che il nemico di Dio sia l’ateo e non chi prega in un’altra lingua. E considero blasfemo chi asserisce che gli altri preghino un Dio diverso dal nostro, perché Dio è e può essere solo Uno (come sapeva già Plotino).
Ho continuato a sentire Dio chiamarmi alla crociata per liberare i luoghi santi (la chiamata che tanto aspettava mio fratello che come ultimo progetto, prima di morire, voleva raggiungere il Libano per combattere con i maroniti), ma quei luoghi vorrei liberarli dall’odio che genera odio, da una pratica quotidiana di umiliazione e di violenza e dalla disperazione che non ci possa mai più essere una soluzione di giustizia e di pace.
Non prego più Dio di far morire gli avversari del cattolicesimo, ma sicuramente lo imploro quotidianamente di inibire le capacità di espressione di chi sporca tutto ciò che è sacro sfruttandolo per una prima pagina, un po’ d’attenzione televisiva, per vendere qualche copia in più di un libro o di un quotidiano o, peggio ancora, per buttarsi in politica.
I simoniaci, quelli che fanno commercio delle cose di Dio, quelli sì che mi fanno schifo. E quelli che straparlano di cose a cui non hanno dedicato nemmeno sei mesi di studio. E quelli che parlano a nome di questi o quelli senza rappresentare altro che se stessi. Che si dicano cristiani o musulmani.
Mi commuovo ancora per quel bambino nato in Palestina, un ebreo rinnegato dai suoi, considerato un sovversivo da tutti, sacrificato sulla croce per placare i conflitti politici e riportare l’ordine in una colonia. Un bambino che un miliardo di persone considerano figlio di Dio e un altro miliardo considerano uno dei più venerabili profeti di Dio. Non lo considerano Dio, perché, dicono, se Dio è unico non può esserci nessun altro come lui, e non capiscono proprio come si possa essere Uno e Trino.
E venerano Maria, ma non la chiamano Madre di Dio, perché Dio, che è il padre di tutte le cose, non può avere né padre né madre, perché il creatore non può essere creato. E chiamano Gesù “il profeta Isa”, ma non “il figlio di Dio” perché, dicono, siamo tutti figli di Dio.
Ma nessuno, oggi, li considera nemici per questo, bensì perché parlano strano, odorano strano, si vestono strano e pregano facendo cose buffe. Quindi vanno tenuti fuori dal nostro mondo perché essere strano, evidentemente, è contagioso e potrebbe far diventare strani anche noi.
C’è il pericolo che le nostre figlie, anziché andare a ballare sui cubi a dodici anni, mettersi il pearcing, la minigonna e magari abortire a sedici e chiederci le tette e il naso finto per il loro diciottesimo compleanno e a quarant’anni - donne autonome e affermate - modificarsi anche le labbra, gli zigomi e qualche altro pezzo, ci tornino un giorno a casa con un fazzoletto in testa, come le nostre nonne…
Ancora non potrei giurare che Cristo sia la sola via e non potrei mai essere un soldato contro un altro fedele alla ricerca della verità per un’altra via. Né posso essere nemico di chiunque preghi sinceramente Dio. Comunque lo chiami e in qualunque altra lingua.
Vorrei ancora essere un soldato invece, per combattere fino all’ultimo giorno chiunque veneri alcunché al di fuori di Dio: la carriera e il successo, il danaro e il potere, il lusso, la menzogna, la vanità e, insomma, se stesso. Come certi conduttori e certe signore, certi direttori o peggio i loro vice.
Aiutami, ti prego, bambino Gesù, a non diventare mai come loro.
E se vedi che sto per diventarlo, fammi morire prima. Perché io credo nella vita eterna e morire è solo un ritornare a Dio, che è l’origine e la fine di tutte le cose. E questo è anche il mio biotestamento. Liberami, o Signore, da medici e magistrati, come dalla solitudine e dal dolore.
Il 7 maggio del 1967, assieme al maggiore dei miei fratelli, ho ricevuto il sacramento della Cresima, che allora si poteva avere contestualmente a quello della Comunione. Eravamo in sette ad essere sacramentati e la ridondanza di questo numero, che avevamo imparato già alle elementari a considerare simbolicamente importante (i sette colli, le sette meraviglie e persino i sette nani...), ci parve rendere ancora più decisiva quella giornata.
Il giorno fu infatti carico di emozioni, tanto che la sera, a letto dopo Carosello, non riuscivamo a prendere sonno e chiacchierammo a lungo del grande cambiamento che l’evento avrebbe portato nelle nostre vite. Mio fratello - bambino dalle visioni semplici e chiare - mi chiese quando, secondo me, ci avrebbero mandato a fare le crociate.
Alla mia domanda di chiarimenti mi rammentò, sottolineando la mia scarsa comprensione delle cose, che il vescovo, ungendoci e mettendoci la fascia con la croce sulla fronte, ci aveva ordinati “soldati di Cristo” e questo aveva un significato incontrovertibile: i soldati combattono, quelli di Cristo combattono contro i nemici di Cristo. E gli unici che gli venivano in mente, per conoscenze storiche, erano i musulmani, che occupavano i luoghi santi.
Io ero già da allora considerato - da mio fratello in particolare - un piccolo saccente petulante, quindi quando gli feci notare che in quel momento non c’erano crociate in corso e che a Gerusalemme non c’erano tanto i maomettani quanto gli israeliani, si mostrò stizzito ma non insistette più di tanto, rinviando a ulteriori approfondimenti.
A distanza di anni però, le crociate ancora non iniziavano e noi volevamo ancora essere soldati di Cristo. In Medio Oriente c’era la guerra sì, ma coinvolgeva più nazioni che religioni e la nostra immaginazione venne catturata dal conflitto scoppiato in Nord Irlanda tra cattolici e protestanti. I cattolici erano evidentemente vessati e vittime della violenza odiosa degli eretici - che noi ritenevamo tra l’altro non essere irlandesi ma inglesi invasori.
La sera, nelle mie preghiere prima di dormire, cominciai a chiedere quotidianamente a Gesù di far morire il reverendo Ian Paisley, leader dei lealisti che vedevo, in un’informazione televisiva in bianco e nero (in tutti i sensi), come i nemici della nostra religione. Dio non mi dette mai ascolto, tant’è che il reverendo è ancora in vita e finì per fare parte del primo governo “misto” del Nord Irlanda in accordo con i cattolici repubblicani del Sinn Féin.
Pochi anni dopo - eravamo alle medie - le nostre speranze di essere chiamati a combattere vennero risvegliate dagli scontri tra Valloni (francofoni e cattolici) e Fiamminghi (germanici e protestanti), in Belgio. In televisione assistevamo a sassaiole e cariche della polizia e speravamo che lo scontro dilagasse in tutta Europa opponendo ovunque cattolici e protestanti come nella Guerra dei trent’anni. Noi, ovviamente, soldati di Cristo, avremmo difeso la Santa sede e il Santo padre. Avevamo fatto le elementari dalle suore e già da molti anni eravamo negli scout cattolici, che ci avevano rafforzato nell’idea di essere cavalieri che combattevano senz’armi al servizio di Dio.
Sette anni dopo la cresima avevamo trovato una visione più chiara di chi dovessimo combattere. Giunti al liceo avevamo conosciuto i comunisti - che nel Sessantotto animavano i miei incubi perché la suora ci diceva che avevano occupato l’Università dove aggredivano i religiosi e spezzavano i crocefissi - e che dal vivo erano anche peggio. Oltre a odiare Dio erano anche nemici della Patria. Oltre a spezzare i crocefissi sputavano sul Tricolore e questo noi, che come primo libro avevamo letto Il piccolo alpino di Salvator Gotta e avevamo promesso «sul nostro onore» da giovani esploratori, «di fare del nostro meglio per compiere il nostro dovere verso Dio e verso la Patria», non potevamo proprio permetterlo.
Ben presto, prima che un nuovo settennato fosse compiuto, scoprimmo che i veri nemici di Dio e della Patria si nascondevano spesso sotto le insegne delle istituzioni, truffando e derubando il popolo che gli dava fiducia e servendo come lacchè le potenze straniere che ci avevano sconfitto in guerra. I comunisti restavano comunque nei nostri pensieri, anche perché, a loro volta, avevano scoperto quanto utili nemici fossimo noi, che nel frattempo eravamo militanti di destra a tempo pieno, tentando di spedirci all’ospedale o al Creatore in vari modi e cercando di mandare in fumo o in pezzi la nostra casa.
Non so a quali riflessioni sarebbe giunto mio fratello con un ennesimo settennato, non lo saprò mai. Morì in una cella del carcere di Rebibbia a ventidue anni, ancora assolutamente convinto di combattere contro i nemici di Dio e della Patria.
Io, che di settennati ne ho maturati invece alcuni altri, continuo ad aggiustare la mia schmittiana “identificazione del nemico” con il variare dei tempi e della storia. A cinquant’anni ritengo, senza più l’innocenza del bambino o del ragazzino, che il nemico di Dio sia l’ateo e non chi prega in un’altra lingua. E considero blasfemo chi asserisce che gli altri preghino un Dio diverso dal nostro, perché Dio è e può essere solo Uno (come sapeva già Plotino).
Ho continuato a sentire Dio chiamarmi alla crociata per liberare i luoghi santi (la chiamata che tanto aspettava mio fratello che come ultimo progetto, prima di morire, voleva raggiungere il Libano per combattere con i maroniti), ma quei luoghi vorrei liberarli dall’odio che genera odio, da una pratica quotidiana di umiliazione e di violenza e dalla disperazione che non ci possa mai più essere una soluzione di giustizia e di pace.
Non prego più Dio di far morire gli avversari del cattolicesimo, ma sicuramente lo imploro quotidianamente di inibire le capacità di espressione di chi sporca tutto ciò che è sacro sfruttandolo per una prima pagina, un po’ d’attenzione televisiva, per vendere qualche copia in più di un libro o di un quotidiano o, peggio ancora, per buttarsi in politica.
I simoniaci, quelli che fanno commercio delle cose di Dio, quelli sì che mi fanno schifo. E quelli che straparlano di cose a cui non hanno dedicato nemmeno sei mesi di studio. E quelli che parlano a nome di questi o quelli senza rappresentare altro che se stessi. Che si dicano cristiani o musulmani.
Mi commuovo ancora per quel bambino nato in Palestina, un ebreo rinnegato dai suoi, considerato un sovversivo da tutti, sacrificato sulla croce per placare i conflitti politici e riportare l’ordine in una colonia. Un bambino che un miliardo di persone considerano figlio di Dio e un altro miliardo considerano uno dei più venerabili profeti di Dio. Non lo considerano Dio, perché, dicono, se Dio è unico non può esserci nessun altro come lui, e non capiscono proprio come si possa essere Uno e Trino.
E venerano Maria, ma non la chiamano Madre di Dio, perché Dio, che è il padre di tutte le cose, non può avere né padre né madre, perché il creatore non può essere creato. E chiamano Gesù “il profeta Isa”, ma non “il figlio di Dio” perché, dicono, siamo tutti figli di Dio.
Ma nessuno, oggi, li considera nemici per questo, bensì perché parlano strano, odorano strano, si vestono strano e pregano facendo cose buffe. Quindi vanno tenuti fuori dal nostro mondo perché essere strano, evidentemente, è contagioso e potrebbe far diventare strani anche noi.
C’è il pericolo che le nostre figlie, anziché andare a ballare sui cubi a dodici anni, mettersi il pearcing, la minigonna e magari abortire a sedici e chiederci le tette e il naso finto per il loro diciottesimo compleanno e a quarant’anni - donne autonome e affermate - modificarsi anche le labbra, gli zigomi e qualche altro pezzo, ci tornino un giorno a casa con un fazzoletto in testa, come le nostre nonne…
Ancora non potrei giurare che Cristo sia la sola via e non potrei mai essere un soldato contro un altro fedele alla ricerca della verità per un’altra via. Né posso essere nemico di chiunque preghi sinceramente Dio. Comunque lo chiami e in qualunque altra lingua.
Vorrei ancora essere un soldato invece, per combattere fino all’ultimo giorno chiunque veneri alcunché al di fuori di Dio: la carriera e il successo, il danaro e il potere, il lusso, la menzogna, la vanità e, insomma, se stesso. Come certi conduttori e certe signore, certi direttori o peggio i loro vice.
Aiutami, ti prego, bambino Gesù, a non diventare mai come loro.
E se vedi che sto per diventarlo, fammi morire prima. Perché io credo nella vita eterna e morire è solo un ritornare a Dio, che è l’origine e la fine di tutte le cose. E questo è anche il mio biotestamento. Liberami, o Signore, da medici e magistrati, come dalla solitudine e dal dolore.
A Sud solo il 27% delle risorse: da 150 anni si pappa tutto il Nord.
Nel 2007 lo Stato ha erogato pagamenti per circa 629 miliardi di euro: e' il Nord che assorbe piu' risorse, quasi quanto Centro e Sud assieme.E' una cifra che comprende la spesa per attivita' quali l'istruzione, la difesa del territorio, le prestazioni assistenziali, la sicurezza. Lo rileva il rapporto 'La spesa statale regionalizzata', realizzato dalla Ragioneria generale dello Stato. Alle Regioni del Nord sono andate circa il 43% delle risorse; al Centro circa il 30% e al Sud solo il 27%.
ECCO QUI L'UNITA'!
ECCO QUI L'UNITA'!
16/12/09
A Napoli lo sceriffo di Nottingham
La sindacessa Rosa Russo Iervolino non ha digerito ancora le dimissioni di Riccardo Realfonzo, suo assessore al bilancio per un anno in seguito alla fuga - quasi da latitante - dell'altro galantuomo. «Inspiegabili politicamnte,ha la sindrome di Robin Hood» ha ribadito in aula. Piccata la replica dell’ex assessore: «Allora lei è lo sceriffo di Nottingham». Poi un’altra stoccata: «Tutti hanno capito che le mie dimissioni costituiscono un atto di denuncia del sistema inefficiente e clientelare con il quale vengono gestite le società comunali.
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jervolino
13/12/09
Il lodo Di Pietro.
Antonio DI PIETRO, un personaggio squallido amato da gente ancora piu' squallida di lui, non piu' di 3 giorni fa ha incitato la piazza alla violenza con un registro linguistico che, se fosse stato stato utilizzato da un boss, avremmo definito intimidazione mafiosa. Ora l'aggressione subita da Berlusconi e il primo - vile - commento istintivo di DI PIETRO alla notizia dimostrano che costui e' stato il mandante politico di questo atto criminoso. Per il codice penale l'istigazione e' punibile quando questa viene accolta e il reato viene consumato. E' questo il caso.
Perche' Di Pietro non si fa, allora, processare dai suoi ex colleghi?
O gode di una impunita' particolare che non necessita di lodi e che gli riconosce il diritto a sparare fesserie?
Perche' Di Pietro non si fa, allora, processare dai suoi ex colleghi?
O gode di una impunita' particolare che non necessita di lodi e che gli riconosce il diritto a sparare fesserie?
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