Maurizio Blondet
Come temevo, ricevo una lettera così (e non è la sola).
«Caro Direttore,
capisco la sua riluttanza a parlare sulla vicenda Boffo ma lei non è stato molto tenero con il Salame. Mi aspettavo almeno di vedere pubblicato - come accade spesso in ultima colonna di questo giornale - almeno l’articolo del Giornale. Insomma, se alla direzione del più importante giornale della Chiesa (che oltretutto gode dei finanziamenti pubblici) ci deve stare un ‘noto omosessuale’ per di più ‘attenzionato’ dalle forze di polizia, sarà pure una notizia degna di nota? Se poi costui è anche reo confesso (vedi patteggiamento e sconto di pena) di un reato penale di molestia alle persone, sarà altrettanto degno di nota? Si sta parlando del direttore del giornale dei vescovi italiani, mica del giornalino parrocchiale!!! Prima che costui si dimetta dalla carica, dobbiamo forse aspettarci che venga arrestato dalle Guardie Svizzere in flagranza di atti omosessuali durante un gay party? Spero di no!!! Caro Direttore, se pensa che scrivere di Boffo sia come infierire, si tranquillizzi, via da quella poltrona Boffo può sempre chiedere ospitalità all’Unità di Concita o al giornale di Grillini.
Cordiali Saluti
Gianfranco»
Ed io non capisco il suo tono accusatorio, caro lettore. Visto che Berlusconi stesso ha preso le distanze dal vile attacco di Feltri, perchè vuole che attacchi proprio io? Sarei l’unico. Da destra a sinistra al centro, e specie al centro della Conferenza Episcopale Italiana, è tutto un esprimere solidarietà e confermare stima. E’ così: la pratica omosessuale, un tempo «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio», è diventata una legittima preferenza, uno stile di vita; chi lo critica è «omofobo», esattamente come chi critica gli ebrei per i loro delitti in Israele è «antisemita». Le due lobbies sono potenti, è già duro sfidarne una.
Vuol sentirmi ripetere, come ho già atto tante volte ricavandone insulti, che l’omosessualità nella gerarchia e nei suoi dintorni è uno dei più gravi scandali della Chiesa, continuo fomite di storture e di doppiezze morali? Ma è la gerarchia stessa che mi smentisce: sapeva tutto sul caso giudiziario (ne parlò una pubblicazione radicale credo nel 2004), aveva dunque il tempo di prendere i necessari provvedimenti con l’opportuna discrezione. Evidentemente, ha valutato che i meriti dell’uomo lo rendono insostituibile. Lei è ingenuo e troppo ottimista, caro lettore, a ventilare dimissioni a seguito di arresti «in flagrantia» da parte delle Guardie Svizzere, proprio loro. Ma quali dimissioni?
L’attacco è «disgustoso», come ha detto il cardinal Bagnasco.
Pensi invece che da questo può venire un bene. La Chiesa italiana si è autonominata governo aggiunto del Paese. Non è il solo governo alternativo: abbiamo anche Bankitalia. Esattamente come Draghi a Bankitalia, il suddetto cardinale - ma la pratica è stata inaugurata da Ruini - tiene una «prolusione» mensile, dove, proprio come Draghi, esamina lo stato dell’Italia e dà consigli al governo su come governare. Tutti i giornalisti raccolgono con devozione le sue parole, come fanno con Draghi, e sottolineano i passi in cui appaiono critiche al governo vero, quello votato dagli italiani.
Naturalmente, questi due governi che nessuno ha votato, mentre criticano, non sopportano di essere criticati. E’ un a questione di potere,e la Chiesa italiana, come dimostrano i fatti, difende il suo potere con la stessa rocciosa intransigenza di Bankitalia. Ma almeno, dopo il fatto, non potrà più dire una parola sulle questioni morali, contro le nozze gay, contro la pillola del giorno dopo. Perchè tutte le «sinistre» che gli hanno espresso «solidarietà» in odio a Berlusconi, saranno allora pronte a ricordare al cardinal Bagnasco la stima e la fiducia confermata al personaggio.
Come cattolico, può spiacere. Ma evidentemente la gerarchia ha valutato, ed ha preferito scegliere: il potere, anzichè la verità. Ha preferito indebolire la sua posizione morale, anzichè sostiture un insostituibile direttore, che da parte sua non ha nemmeno fatto il gesto di offrire le dimissioni. Sarà almeno lecito dire che la Chiesa italiana soffre qui un suo, molto particolare, «conflitto d’interesse»?
Ma no. Tutto è normale. Bossi si recherà in Vaticano con Calderoli a spiegare le sue posizioni sugli immigrati, criticate dall’incriticabile CEI. Come vede, il potere dell’altro governo non-eletto viene riconosciuto e legittimato. Spero comprenda meglio la mia riluttanza.
Oltretutto, sono appena tornato da una vacanza alle Canarie (Lanzarote) e ho già voglia di tornarci. A parte la pulizia, l’educazione della gente, le buone infrastrutture pubbliche, la mancanza di graffiti sui bianchi muri di un’edilizia turistica modellata sull’architettura tradizionale popolare e senza abusivismo, tra i vari segni di civiltà ho trovato questo: i giornali radio spagnoli, in questi giorni, parlano della enorme disoccupazione dovuta alla crisi, e delle tasse che lo Stato dovrà aumentare, perchè la crisi economica ha ridotto gravemente gli introiti tributari.
Torno in Italia, e i giornali non parlano che dell’«attenzionato». Cioè di quello che, per corale, totalitaria dichiarazione generale, non è un problema. E allora, perchè dovrei parlarne io? Io che sono stato licenziato da quel non-problema, e potrei essere accusato di spirito di vendetta personale? Di disgustosa Schadenfreude?
Stia tranquillo anche lei, caro amico. Aspettiamo a piè fermo gli sviluppi degli eventi: con la ferma certezza che non mancheranno di regalarci altre gustose sconcezze e sapide, ulteriori prove della nostra boccaccesca inciviltà.
Noi qui vorremmo occuparci della crisi economica e dei suoi mandanti ancora impuniti; dei veri autori degli «attentati islamici» come l’11 settembre, o la strage di Lockerby; del genocidio e dei traffici d’organi che il Reich israeliano continua a perpetrare, nel silenzio dei media e della Chiesa.
Ma queste verità non interessano alla Chiesa, a Berlusconi, a Feltri. Non mi dica che non interessano nemmeno a lei. Altrimenti mi fa venire voglia di tornare a Lanzarote, come tanti pensionati tedeschi che hanno scelto quel posto civile come residenza della loro terza età, con mia grande invidia. E porre su questo sito il cartello «Chiuso per vomito».
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31/08/09
15/08/08
Per un nuovo ordine mondiale
Tremonti non era ancora ministro, e già il Corriere attaccava la sua politica. Lo ha fatto attraverso il suo economista-maggiordomo preferito, Francesco Giavazzi.
Un tipo di inquietante avvenenza, che sorride fisso mentre auspica catastrofi sociali, uno che ha cercato di convincere la sinistra che il liberismo è di sinistra.
Giavazzi se la prende con Tremonti «tentato dal protezionismo»: nel collasso del capitalismo terminale, mentre anche in USA Alan Greenspan raccomanda interventi pubblici per i poveracci che non riescono a pagare il mutuo variabile (mutui a tasso fisso e basso, di Stato), Giavazzi difende il mostro che ci sta ingoiando.
E’ per questo che prende lo stipendio: è il Magdi Allam del liberismo sfrenato.
Il personaggio deride Tremonti che ha parlato di «dazi e quote per difendere le nostre produzioni dalla concorrenza asiatica».
Ma va là, sprezza il Giavazzi ridens: le nostre aziende non hanno bisogno di protezione.
E cita una certa Eurotech, aziendina di Udine che «ha conquistato una nicchia mondiale nei nanocomputer», tanto da aver acquistato un’azienda cinese.
«Un acquisto che Pechino probabilmente non avrebbe gradito se l’Italia avesse imposto dazi sulle sue esportazioni».
Cita solo la Eurotech, Giavazzi.
Anche se assicura che l’ha pescata da «un campione di 4.200 piccole e medie imprese» studiato da Bankitalia, che sono «piene di vita».
Per lui, vale la pena di aver perso centinaia di migliaia di posti di lavoro nel tessile, nel calzaturiero, nell’alimentare, in tutti quanti i settori, perché la Eurotech di Udine viva.
Giavazzi è così, promuove la distruzione creativa.
Miriadi di aziende italiane, sotto la concorrenza cinese, hanno chiuso: ma erano «marginali», non meritano lacrime.
E’ questo il metodo-Giavazzi: il darwinismo portato in economia.
Non si tratta infatti di un economista, ma di un ideologo.
Tutto ciò che dice non ha nulla a che vedere coi bisogni umani, che l’economia dovrebbe soddisfare; è la difesa del dogma.
Il dogma deve restare vigente, a prezzo di vite umane.
Tremonti ha chiesto una «riduzione delle regolamentazioni comunitarie», che impongono costi sconosciuti ai produttori cinesi?
Giavazzi s’indigna: «Quel poco di concorrenza che c’è in Europa lo dobbiamo tutto a Bruxelles!».
E dà due esempi.
Primo: «Chi ha eliminato la tassa di roaming sulle telefonate cellulari internazionali?».
Secondo: «Chi ha obbligato Microsoft a sbloccare i suoi codici consentendoci di ascoltare musica con programmi diversi da Windows Media Player?».
A parte che questi due esempi non riguardano le «regolamentazioni» che ha in mente Tremonti
(un esempio: l’obbligo di una impresa con tre operai fra cui una donna di avere una toilette per signore, e una per invalidi), anzi sono «de-regolamentazioni»; vi siete accorti, voi consumatori, di una riduzione dei costi cellulari dopo l’eliminazione della «tassa di roaming»?
Al contrario: tutto aumenta, rincara il costo della vita, la Telecom ci deruba più di prima.
Magari qualcuno ha effettivamente notato un vantaggio: qualcuno che telefona spesso all’estero col cellulare per grossi affari (le imprese risparmiose usano Skype, quasi gratis).
Diciamo qualcuno con un reddito superiore ai 300 mila euro l’anno, gente dello spettacolo, superbanchieri, che ne so.
E’ la dottrina Bush: benefici solo ai ricchi.
E ai pochi.
A spese dei molti, di tutti gli altri.
A questo serve il liberismo globale.
Impagabile l’altro esempio giavazzano: grazie a Bruxelles, possiamo «ascoltare musica con programmi diversi da Media Player».
Ma scusate, non ci avevate promesso che a forza di concorrenza globale, i consumatori avrebbero goduto di prodotti abbondanti e a prezzi bassi?
Ora che rincarano benzina e gasolio, il pane e la carne; ora che rincarano persino le carabattole cinesi (così Pechino esporta la sua inflazione), Giavazzi non trova altro esempio per raccomandarci il liberismo globale che la possibilità di ascoltare musica «con un programma diverso da Media Player».
Ne valeva la pena?
Ai pensionati a 500 euro mensili cui rincara il latte e la pasta, ai giovani precari, agli operai che hanno visto il loro lavoro emigrare in Cina, agli imprenditori truffati dalle banche che hanno rifilato loro derivati, a coloro che hanno preso il mutuo a tasso variabile ed ora rischiano di perdere la casa, Giavazzi replica: ne valeva la pena.
Voi precari e pensionati, voi disoccupati e pignorati, potere ascoltare musica con un programma diverso da Media Player.
Scegliete il software che volete: è la pacchia che vi regala la competizione globale.
La grande abbondanza del mercato-mondo.
Non hanno pane?
Mangino l’Ipod.
Uno potrebbe pensare che Giavazzi sia un immenso idiota.
Di più: che il Corriere abbia fatto una scelta decisiva per propagare l’idiozia attraverso le sue «Grandi Firme», visto che dà la prima pagina a personaggi vuoti anche se altezzosamente dottrinari come Sartori, o a propagandisti del Mossad come Magdi Allam.
Ma sarebbe una spiegazione semplicista.
Quello che Giavazzi, Magdi Allam e Sartori hanno in comune non è tanto la stupidità (che c’è) quanto la crudeltà.
La crudeltà dei dottrinari che impartiscono lezioni distruttive a cuor leggero, sapendo che loro saranno riparati dalle conseguenze.
Per Giavazzi è un vero godimento sadico consigliare ai pensionati minimi di usare «un programma diverso da Media Player», esattamente come per Allam è un piacere insegnarci che Israele (con 500 bombe atomiche) è minacciata dai reclusi di Gaza «nella sua stessa esistenza».
E’ il sadismo, il gusto di deridere chi sta male, cui conduce l’abitudine all’impunità.
Non c’è nessuna concorrenza cinese che metta in pericolo le numerose poltrone di Giavazzi nei consigli d’amministrazione, nessun giornalista più bravo sarà chiamato a sostituire Magdi Allam onde privarlo della paga da 40 mila euro mensili.
Non occupano i loro posti lucrosissimi e inamovibili perché hanno vinto una competizione sul «mercato»; sono lì perché hanno giurato fedeltà alla religione vigente, ai suoi dogmi e ai suoi luoghi comuni, al «politicamente corretto» del momento.
Non hanno bisogno di pensare: ricevono i pensieri dall’estero e dall’alto.
Godono dei privilegi delle classi dirigenti terminali: l’assoluta irresponsabilità.
La crudeltà ne è la conseguenza, l’indifferenza alle sofferenze del proprio popolo.
Sono così tutti quelli che in Italia vengono intervistati in ginocchio in qualità di «economisti»,
in quanto hanno ricevuto una cattedra universitaria grazie alla loro natura di pappagalli del dogma.
E questi, mentre i dogma collassa nella rovina planetaria, ancora ripetono le formulette apprese.
Prendiamo Giacomo Vaciago, «economista».
Al giornalista che gli domanda come mai la Banca Centrale europea non abbassi i tassi, provocando l’enorme rialzo dell’euro sul dollaro che strangola le nostre esportazioni e ci affonda nella recessione-depressione, Vaciago dice la vera ragione di questo mistero: «Bisogna dare una mano agli Stati Uniti».
Per questo non deprezziamo l’euro per riavvicinarlo al dollaro, per aiutare l’America.
Traduciamo: l’economista Vaciago accetta lietamente che l’Europa produca milioni di nuovi disoccupati, che blocchi la sua economia nel gelo recessivo, che sparga miseria suoi popoli europei, accentuando la miseria dei poveri, per aiutare il governo e le banche USA a ripudiare, pagandoli con dollari svalutati, i debiti enormi che hanno contratto facendo guerre dementi, togliendo le tasse ai ricchi, ed esponendosi in speculazioni folli e sterili, per giunta andate a male.
E come lo dice, Vaciago l’economista!
Lo dice come naturale che la Banca Centrale Europea pensi agli americani anziché agli europei.
Lo dice come se ci fosse un trattato, firmato e sottoscritto, che ci obbliga a non fare concorrenza agli Stati Uniti mentre ci sottraggono quote di mercato svalutando il dollaro.
Nemmeno una scintilla di pensiero fa rilucere nel cranio di Vaciago e di Giavazzi l’idea che questo non è «liberismo», non è «competizione», non è «mercato»; che questo è dirigismo molto più di quello minacciato da Tremonti, ma dirigismo a vantaggio della speculazione, anziché dei posti di lavoro e della società.
Macchè.
Ci dev’essere un trattato, come quello di Maastricht.
Noi non l’abbiamo mai visto, nessuno ce ne ha mai parlato.
Ma qualcuno deve averlo firmato per noi.
E a nostre spese.
Un tipo di inquietante avvenenza, che sorride fisso mentre auspica catastrofi sociali, uno che ha cercato di convincere la sinistra che il liberismo è di sinistra.
Giavazzi se la prende con Tremonti «tentato dal protezionismo»: nel collasso del capitalismo terminale, mentre anche in USA Alan Greenspan raccomanda interventi pubblici per i poveracci che non riescono a pagare il mutuo variabile (mutui a tasso fisso e basso, di Stato), Giavazzi difende il mostro che ci sta ingoiando.
E’ per questo che prende lo stipendio: è il Magdi Allam del liberismo sfrenato.
Il personaggio deride Tremonti che ha parlato di «dazi e quote per difendere le nostre produzioni dalla concorrenza asiatica».
Ma va là, sprezza il Giavazzi ridens: le nostre aziende non hanno bisogno di protezione.
E cita una certa Eurotech, aziendina di Udine che «ha conquistato una nicchia mondiale nei nanocomputer», tanto da aver acquistato un’azienda cinese.
«Un acquisto che Pechino probabilmente non avrebbe gradito se l’Italia avesse imposto dazi sulle sue esportazioni».
Cita solo la Eurotech, Giavazzi.
Anche se assicura che l’ha pescata da «un campione di 4.200 piccole e medie imprese» studiato da Bankitalia, che sono «piene di vita».
Per lui, vale la pena di aver perso centinaia di migliaia di posti di lavoro nel tessile, nel calzaturiero, nell’alimentare, in tutti quanti i settori, perché la Eurotech di Udine viva.
Giavazzi è così, promuove la distruzione creativa.
Miriadi di aziende italiane, sotto la concorrenza cinese, hanno chiuso: ma erano «marginali», non meritano lacrime.
E’ questo il metodo-Giavazzi: il darwinismo portato in economia.
Non si tratta infatti di un economista, ma di un ideologo.
Tutto ciò che dice non ha nulla a che vedere coi bisogni umani, che l’economia dovrebbe soddisfare; è la difesa del dogma.
Il dogma deve restare vigente, a prezzo di vite umane.
Tremonti ha chiesto una «riduzione delle regolamentazioni comunitarie», che impongono costi sconosciuti ai produttori cinesi?
Giavazzi s’indigna: «Quel poco di concorrenza che c’è in Europa lo dobbiamo tutto a Bruxelles!».
E dà due esempi.
Primo: «Chi ha eliminato la tassa di roaming sulle telefonate cellulari internazionali?».
Secondo: «Chi ha obbligato Microsoft a sbloccare i suoi codici consentendoci di ascoltare musica con programmi diversi da Windows Media Player?».
A parte che questi due esempi non riguardano le «regolamentazioni» che ha in mente Tremonti
(un esempio: l’obbligo di una impresa con tre operai fra cui una donna di avere una toilette per signore, e una per invalidi), anzi sono «de-regolamentazioni»; vi siete accorti, voi consumatori, di una riduzione dei costi cellulari dopo l’eliminazione della «tassa di roaming»?
Al contrario: tutto aumenta, rincara il costo della vita, la Telecom ci deruba più di prima.
Magari qualcuno ha effettivamente notato un vantaggio: qualcuno che telefona spesso all’estero col cellulare per grossi affari (le imprese risparmiose usano Skype, quasi gratis).
Diciamo qualcuno con un reddito superiore ai 300 mila euro l’anno, gente dello spettacolo, superbanchieri, che ne so.
E’ la dottrina Bush: benefici solo ai ricchi.
E ai pochi.
A spese dei molti, di tutti gli altri.
A questo serve il liberismo globale.
Impagabile l’altro esempio giavazzano: grazie a Bruxelles, possiamo «ascoltare musica con programmi diversi da Media Player».
Ma scusate, non ci avevate promesso che a forza di concorrenza globale, i consumatori avrebbero goduto di prodotti abbondanti e a prezzi bassi?
Ora che rincarano benzina e gasolio, il pane e la carne; ora che rincarano persino le carabattole cinesi (così Pechino esporta la sua inflazione), Giavazzi non trova altro esempio per raccomandarci il liberismo globale che la possibilità di ascoltare musica «con un programma diverso da Media Player».
Ne valeva la pena?
Ai pensionati a 500 euro mensili cui rincara il latte e la pasta, ai giovani precari, agli operai che hanno visto il loro lavoro emigrare in Cina, agli imprenditori truffati dalle banche che hanno rifilato loro derivati, a coloro che hanno preso il mutuo a tasso variabile ed ora rischiano di perdere la casa, Giavazzi replica: ne valeva la pena.
Voi precari e pensionati, voi disoccupati e pignorati, potere ascoltare musica con un programma diverso da Media Player.
Scegliete il software che volete: è la pacchia che vi regala la competizione globale.
La grande abbondanza del mercato-mondo.
Non hanno pane?
Mangino l’Ipod.
Uno potrebbe pensare che Giavazzi sia un immenso idiota.
Di più: che il Corriere abbia fatto una scelta decisiva per propagare l’idiozia attraverso le sue «Grandi Firme», visto che dà la prima pagina a personaggi vuoti anche se altezzosamente dottrinari come Sartori, o a propagandisti del Mossad come Magdi Allam.
Ma sarebbe una spiegazione semplicista.
Quello che Giavazzi, Magdi Allam e Sartori hanno in comune non è tanto la stupidità (che c’è) quanto la crudeltà.
La crudeltà dei dottrinari che impartiscono lezioni distruttive a cuor leggero, sapendo che loro saranno riparati dalle conseguenze.
Per Giavazzi è un vero godimento sadico consigliare ai pensionati minimi di usare «un programma diverso da Media Player», esattamente come per Allam è un piacere insegnarci che Israele (con 500 bombe atomiche) è minacciata dai reclusi di Gaza «nella sua stessa esistenza».
E’ il sadismo, il gusto di deridere chi sta male, cui conduce l’abitudine all’impunità.
Non c’è nessuna concorrenza cinese che metta in pericolo le numerose poltrone di Giavazzi nei consigli d’amministrazione, nessun giornalista più bravo sarà chiamato a sostituire Magdi Allam onde privarlo della paga da 40 mila euro mensili.
Non occupano i loro posti lucrosissimi e inamovibili perché hanno vinto una competizione sul «mercato»; sono lì perché hanno giurato fedeltà alla religione vigente, ai suoi dogmi e ai suoi luoghi comuni, al «politicamente corretto» del momento.
Non hanno bisogno di pensare: ricevono i pensieri dall’estero e dall’alto.
Godono dei privilegi delle classi dirigenti terminali: l’assoluta irresponsabilità.
La crudeltà ne è la conseguenza, l’indifferenza alle sofferenze del proprio popolo.
Sono così tutti quelli che in Italia vengono intervistati in ginocchio in qualità di «economisti»,
in quanto hanno ricevuto una cattedra universitaria grazie alla loro natura di pappagalli del dogma.
E questi, mentre i dogma collassa nella rovina planetaria, ancora ripetono le formulette apprese.
Prendiamo Giacomo Vaciago, «economista».
Al giornalista che gli domanda come mai la Banca Centrale europea non abbassi i tassi, provocando l’enorme rialzo dell’euro sul dollaro che strangola le nostre esportazioni e ci affonda nella recessione-depressione, Vaciago dice la vera ragione di questo mistero: «Bisogna dare una mano agli Stati Uniti».
Per questo non deprezziamo l’euro per riavvicinarlo al dollaro, per aiutare l’America.
Traduciamo: l’economista Vaciago accetta lietamente che l’Europa produca milioni di nuovi disoccupati, che blocchi la sua economia nel gelo recessivo, che sparga miseria suoi popoli europei, accentuando la miseria dei poveri, per aiutare il governo e le banche USA a ripudiare, pagandoli con dollari svalutati, i debiti enormi che hanno contratto facendo guerre dementi, togliendo le tasse ai ricchi, ed esponendosi in speculazioni folli e sterili, per giunta andate a male.
E come lo dice, Vaciago l’economista!
Lo dice come naturale che la Banca Centrale Europea pensi agli americani anziché agli europei.
Lo dice come se ci fosse un trattato, firmato e sottoscritto, che ci obbliga a non fare concorrenza agli Stati Uniti mentre ci sottraggono quote di mercato svalutando il dollaro.
Nemmeno una scintilla di pensiero fa rilucere nel cranio di Vaciago e di Giavazzi l’idea che questo non è «liberismo», non è «competizione», non è «mercato»; che questo è dirigismo molto più di quello minacciato da Tremonti, ma dirigismo a vantaggio della speculazione, anziché dei posti di lavoro e della società.
Macchè.
Ci dev’essere un trattato, come quello di Maastricht.
Noi non l’abbiamo mai visto, nessuno ce ne ha mai parlato.
Ma qualcuno deve averlo firmato per noi.
E a nostre spese.
11/08/08
Georgia, Israele ha perso di nuovo.
Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».
La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini baltici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola numero 12»
In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani... Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».
Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto».
Eccolo:
«Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».
Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.
Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiane in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».
Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».
Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraq e Afghanistan.
Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?
Invece avviene il contrario, naturalmente.
Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche».
Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande armata occidentale dai tempi della prima guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40% delle benzine e dei carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e dei carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».
Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati Paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.
Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».
Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.
Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.
Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».
Le grandi manovre giudaiche («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.
Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.
Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.
• Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini. In base ad un accordo firmato fra i due Paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
• Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto». Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
• Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel Paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della Difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).
Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.
I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.
Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di TG del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.
La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini baltici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola numero 12»
In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani... Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».
Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto».
Eccolo:
«Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».
Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.
Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiane in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».
Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».
Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraq e Afghanistan.
Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?
Invece avviene il contrario, naturalmente.
Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche».
Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande armata occidentale dai tempi della prima guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40% delle benzine e dei carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e dei carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».
Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati Paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.
Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».
Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.
Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.
Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».
Le grandi manovre giudaiche («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.
Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.
Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.
• Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini. In base ad un accordo firmato fra i due Paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
• Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto». Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
• Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel Paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della Difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).
Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.
I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.
Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di TG del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.
04/08/08
L’uomo che ha detto la verità
Benchè debba essere un giorno lieto quello in cui Aleksandr Solgenitsin è tornato a Dio, la sua morte mi lascia un vuoto personale nell’anima, come la morte di mio padre, o di mia madre. Per la nostra generazione, è l’uomo che ci ha insegnato a dire la verità. Una questione che divide gli uomini in due.
La verità che ci raccontò Solgenitsin era l’enorme mostro concentrazionario, inghiottitore di milioni di vittime, che ingrossava nella pancia del paradiso dei lavoratori sovietico. Una verità immane, spaventosa, che colava sangue e gridava vendetta, e che la mia generazione non vedeva. Faceva finta di non vedere. E non solo e tanto in Russia, dove il silenzio aveva una giustificazione nel terrore; era l’Occidente a tacere, era - per quanto mi riguarda - una intera generazione di giornalisti italiani, grandi firme comprese, grandi giornali compresi.
Così capii che anche i giornalisti si dividono in due: e di quelli che tacciono la verità evidente, capii che non si deve fare parte. Che ogni generazione ha l’obbligo di denunciare il suo mostro, quello con cui l’umanità, in quella generazione, convive in silenzio. Solgenitsin, dicevano in quella metà, non era un vero scrittore; era un pubblicista, un giornalista. Come se questo fosse un modo di sminuirlo. Come se nella nostra epoca di Gulag il primo obbligo, per chi sa scrivere, fosse quello di scrivere romanzi.
I romanzi di Solgenitsin sono effettivamente sbiaditi, in confronto alla sanguinosa potenza di Arcipelago Gulag. Era stato internato nell’orrore di cui si taceva; era stato uno di loro, uno zek; e senza carta nè penna, solo stampandosi nella memoria prodigiosa migliaia di vite, di volti, di nomi e storie di prigionieri e vittime, e dei loro persecutori, aveva scritto il reportage dell’indicibile. E non c’è stato libro, nel nostro ‘900, pari ad Arcipelago; un libro scritto con gli stracci e i pidocchi, la fame e il sangue e lo sterco dei prigionieri.
Si capì allora che l’Unione Sovietica, il grande esperimento del comunismo reale con le sue pretese realizzazioni e «conquiste», non era, e non era mai stato, altro che questo: un inghiottitotio di uomini, una immensa energia posta al servizio totale della burocrazia carceraria e della tortura.
Oggi i giovani possono non capirlo, ma era una cosa che negavano non solo i grandi giornalisti nè solo i politi comunisti occidentali, ma i grandi progressisti alla Giorgio Bocca, i grandi direttori avanzati, persino i Papi. Il mostro brulicante di zek morenti e congelati era lì, e nessuno se ne dava per inteso. Non faceva progressista, essere anti-comunista; non agevolava la carriera, ma questo non era il peggio. Il peggio era che denunciare il Gulag non faceva «tendenza».
Così ho imparato, grazie a quel mio e nostro padre russo, che accanto a noi vivono aguzzini potenziali, capaci di tutto. Non in Russia, ma a Milano e a Roma, gente che per non andare contro la «tendenza» di moda è capace di partecipare al massacrro silenzioso del secolo (qualunque sia), di aderirvi e - se la situazione del potere cambia qui da noi - di parteciparvi come poliziotti, delatori e secondini. So che esistono. Sono ancora tra noi.
Tutti, ancora, tacciono il mostro della nostra generazione, quello che ha cominciato ad artigliarci dall’11 settembre, e che oggi si chiama America.
Solgenitsin stava morendo di cancro nel Gulag; fu dimesso perchè andasse a morire a casa, e lo stesso giorno lo raggiunse la notizia della morte di Stalin. Il suo cancro sparì. Egli ha sempre creduto che Dio stesso gli avesse dato altri anni, con il compito di dire la verità fino in fondo. Perchè per dire la verità non si deve, anzitutto, aver paura di morire. Non di quello che possono farti gli uomini - che possono fare di tutto, e vivono accanto a te, nella tua stessa civiltà - perchè ogni ora, per chi dice la verità, è un’ora donata.
Oggi che il comunismo si è volatilizzato come un sogno/incubo, subito dimenticato dagli aguzzini e dai loro complici, sembra impossibile: ma ci volle il coraggio sovrumano di Solgenitsin e di una schiera in gran parte anonima di suoi amici, di persone sopravvissute, che gli hanno portato le loro storie, e le storie degli ingoiati e degli scomparsi, perchè le scrivesse, per fare crollare quella muraglia. E Solgenitsin, dicendo la verità, ha riabilitato i russi; ha riabilitato, lui patriota, la Russia.
Negli ultimi anni, nella tarda vecchiaia ancora prodigiosamente attiva, si è dedicato alla storia degli ebrei e alla loro parte nella costruzione del Gulag e, più in generale, del sistema di menzogna che è la modernità. Degli ebrei proprio come gruppo etnico, che in massa partecipò alla «rivoluzione» e alla sua chiusura concentrazionaria, e che oggi non si pente di nulla, non riconosce alcuna responsabilità, gettandola invece e sempre sugli altri.
Ecco un’altra cosa che non fa tendenza, che non si deve dire; che fa bollare come «antisemiti» esattamente come trent’anni fa faceva bollare da «anticomunisti» che non avevano capito «la direzione della storia». Nella sua vecchiaia, Solgenitsin ha violato questo tabù.
Il suo libro «Due Secoli Insieme» è ciò che Arcipelago Gulag fu per gli anni ‘70-‘80 del 900. Egli aveva capito che l’obbligo di non tacere la verità, oggi, per la nostra presente generazione, significa non tacere la parte che l’ebraismo ha nel mondo, e a cui conduce il mondo. Un’altra questione che divide l’umanità in due. L’umanità che tace l’evidenza per convenienza o per moda, che si fa complice del mostro attuale e presente fingendo di «vegliare» perchè non ritorni un nazismo, un mostro passato e defunto e che la nostra generazione non deve combattere, è anche oggi la maggior parte dell’umanità.
Ma il peso delle due umanità, ci ha insegnato Solgenitsin, non è uguale. Le poche decine che dicono la verità pesano più dei milioni che tacciono. Perciò, benchè siamo lieti che egli sia ormai al sicuro presso la Verità, la sua morte ha aperto un grando vuoto nelle nostre anime personali.
Solgenitsin lascia il vuoto di milioni di uomini; un vuoto che i miliardi di uomini che vivono nella menzogna non riempiranno mai.
La verità che ci raccontò Solgenitsin era l’enorme mostro concentrazionario, inghiottitore di milioni di vittime, che ingrossava nella pancia del paradiso dei lavoratori sovietico. Una verità immane, spaventosa, che colava sangue e gridava vendetta, e che la mia generazione non vedeva. Faceva finta di non vedere. E non solo e tanto in Russia, dove il silenzio aveva una giustificazione nel terrore; era l’Occidente a tacere, era - per quanto mi riguarda - una intera generazione di giornalisti italiani, grandi firme comprese, grandi giornali compresi.
Così capii che anche i giornalisti si dividono in due: e di quelli che tacciono la verità evidente, capii che non si deve fare parte. Che ogni generazione ha l’obbligo di denunciare il suo mostro, quello con cui l’umanità, in quella generazione, convive in silenzio. Solgenitsin, dicevano in quella metà, non era un vero scrittore; era un pubblicista, un giornalista. Come se questo fosse un modo di sminuirlo. Come se nella nostra epoca di Gulag il primo obbligo, per chi sa scrivere, fosse quello di scrivere romanzi.
I romanzi di Solgenitsin sono effettivamente sbiaditi, in confronto alla sanguinosa potenza di Arcipelago Gulag. Era stato internato nell’orrore di cui si taceva; era stato uno di loro, uno zek; e senza carta nè penna, solo stampandosi nella memoria prodigiosa migliaia di vite, di volti, di nomi e storie di prigionieri e vittime, e dei loro persecutori, aveva scritto il reportage dell’indicibile. E non c’è stato libro, nel nostro ‘900, pari ad Arcipelago; un libro scritto con gli stracci e i pidocchi, la fame e il sangue e lo sterco dei prigionieri.
Si capì allora che l’Unione Sovietica, il grande esperimento del comunismo reale con le sue pretese realizzazioni e «conquiste», non era, e non era mai stato, altro che questo: un inghiottitotio di uomini, una immensa energia posta al servizio totale della burocrazia carceraria e della tortura.
Oggi i giovani possono non capirlo, ma era una cosa che negavano non solo i grandi giornalisti nè solo i politi comunisti occidentali, ma i grandi progressisti alla Giorgio Bocca, i grandi direttori avanzati, persino i Papi. Il mostro brulicante di zek morenti e congelati era lì, e nessuno se ne dava per inteso. Non faceva progressista, essere anti-comunista; non agevolava la carriera, ma questo non era il peggio. Il peggio era che denunciare il Gulag non faceva «tendenza».
Così ho imparato, grazie a quel mio e nostro padre russo, che accanto a noi vivono aguzzini potenziali, capaci di tutto. Non in Russia, ma a Milano e a Roma, gente che per non andare contro la «tendenza» di moda è capace di partecipare al massacrro silenzioso del secolo (qualunque sia), di aderirvi e - se la situazione del potere cambia qui da noi - di parteciparvi come poliziotti, delatori e secondini. So che esistono. Sono ancora tra noi.
Tutti, ancora, tacciono il mostro della nostra generazione, quello che ha cominciato ad artigliarci dall’11 settembre, e che oggi si chiama America.
Solgenitsin stava morendo di cancro nel Gulag; fu dimesso perchè andasse a morire a casa, e lo stesso giorno lo raggiunse la notizia della morte di Stalin. Il suo cancro sparì. Egli ha sempre creduto che Dio stesso gli avesse dato altri anni, con il compito di dire la verità fino in fondo. Perchè per dire la verità non si deve, anzitutto, aver paura di morire. Non di quello che possono farti gli uomini - che possono fare di tutto, e vivono accanto a te, nella tua stessa civiltà - perchè ogni ora, per chi dice la verità, è un’ora donata.
Oggi che il comunismo si è volatilizzato come un sogno/incubo, subito dimenticato dagli aguzzini e dai loro complici, sembra impossibile: ma ci volle il coraggio sovrumano di Solgenitsin e di una schiera in gran parte anonima di suoi amici, di persone sopravvissute, che gli hanno portato le loro storie, e le storie degli ingoiati e degli scomparsi, perchè le scrivesse, per fare crollare quella muraglia. E Solgenitsin, dicendo la verità, ha riabilitato i russi; ha riabilitato, lui patriota, la Russia.
Negli ultimi anni, nella tarda vecchiaia ancora prodigiosamente attiva, si è dedicato alla storia degli ebrei e alla loro parte nella costruzione del Gulag e, più in generale, del sistema di menzogna che è la modernità. Degli ebrei proprio come gruppo etnico, che in massa partecipò alla «rivoluzione» e alla sua chiusura concentrazionaria, e che oggi non si pente di nulla, non riconosce alcuna responsabilità, gettandola invece e sempre sugli altri.
Ecco un’altra cosa che non fa tendenza, che non si deve dire; che fa bollare come «antisemiti» esattamente come trent’anni fa faceva bollare da «anticomunisti» che non avevano capito «la direzione della storia». Nella sua vecchiaia, Solgenitsin ha violato questo tabù.
Il suo libro «Due Secoli Insieme» è ciò che Arcipelago Gulag fu per gli anni ‘70-‘80 del 900. Egli aveva capito che l’obbligo di non tacere la verità, oggi, per la nostra presente generazione, significa non tacere la parte che l’ebraismo ha nel mondo, e a cui conduce il mondo. Un’altra questione che divide l’umanità in due. L’umanità che tace l’evidenza per convenienza o per moda, che si fa complice del mostro attuale e presente fingendo di «vegliare» perchè non ritorni un nazismo, un mostro passato e defunto e che la nostra generazione non deve combattere, è anche oggi la maggior parte dell’umanità.
Ma il peso delle due umanità, ci ha insegnato Solgenitsin, non è uguale. Le poche decine che dicono la verità pesano più dei milioni che tacciono. Perciò, benchè siamo lieti che egli sia ormai al sicuro presso la Verità, la sua morte ha aperto un grando vuoto nelle nostre anime personali.
Solgenitsin lascia il vuoto di milioni di uomini; un vuoto che i miliardi di uomini che vivono nella menzogna non riempiranno mai.
28/07/08
Il federalismo ci rovinerà
Ricevo questa lettera:
«Non serve a chi ha gli occhi aperti e guarda la vita di un uomo, non gli episodi e la banalità:
1. E’ stato il primo a denunciare il problema dell’immigrazione incontrollata quando si inneggiava il decreto Martelli negli anni ottanta; ora il problema è esploso, risusciremo a risolverlo a questo punto?
2. Vorrebbe difendere le tradizioni della sua regione. Perchè un siciliano o un calabrese può dire di essere fiero di essere tale e considerare di essere migliore degli altri in questa o quella cosa e un lombardo no, neanche per scherzo, è un argomento tabù. Se lo fa è un razzista?
3. Denuncia da sempre gli sprechi di Roma e del Sud (mi viene come esempio quello dei forestali calabresi o degli spazzini a Napoli) quando gli altri invece ne convivono apertamente e non se ne fanno un problema, tanto meno si impegnano a risolerli.
Da 26 anni si prende le accuse di essere ignorante, volgare e razzista, ma lui va avanti; dopo 26 anno si sono accorti tutti che l’immigrazione è un problema, che gli sprechi in tempi di crisi riducono i nostri redditi a causa della elevata pressione fiscale.
Ora sta chiedendo con tutte le sue forze il federalismo, una riforma che può permetterci di sopravvivere e responsabilizzare quella parte della popolazione che sopravvive solo grazie ai sussidi di quell’altra.
Spero di non dover aspettare 26 anni; vedrei questa nazione affondare.
Saluti Blondet,
con stima comunque, lei ha le sue opinioni.
Walter»
Grazie per la stima, Walter. Rispondo:
1. Adesso Bossi è al governo. Dove non basta «denunciare l’immigrazione incontrollata», ma si ha il dovere, se lo si ritiene giusto, di «controllarla». La cosa è impossibile a Bossi, che non ha alcuna capacità realizzatrice, ed è impossibile in generale, visto che gli stessi piccoli imprenditori del Nord, quelli stessi che votano Lega magari, assumono a manbassa africani, serbi e romeni, di preferenza i clandestini perchè possono farli lavorare in nero. La politica della «denuncia» utopica e in malafede, senza nè volontà nè capacità di arrivare a una soluzione, è demagogia del tipo più basso, l’appello in malafede degli umori incivili italioti. Il dito alzato non è una soluzione, serve solo per eccitare le ridicole tifoserie valligiane.
2. Non ho mai detto che Bossi è un razzista; dico che è un pirla inconcludente e un bauscia parolaio, ossia un tipico «italiota». Quanto alle tradizioni della sua regione, scusi, è anche la mia: io sono nato e cresciuto a Milano, da genitori «nordici», e ci ho lavorato sempre. La «tradizione» di Milano sta nella sua storica apertura, nell’essere stata fin dalla romanità un centro di strade e commerci con Francia, Svizzera ed Austria, e di scambi di idee; ha avuto la prima classe possidente in Italia che ha trasformato le sue tenute agricole in industrie (il baco da seta e le filande, e le risiere); già dall’ottocento ha avuto la grande industria avanzata, in collegamento permanente con le novità dei politecnici tedeschi ed elvetici.
Mi sa dire che cosa c’entra tutto questo con «la Padania», il «rito celtico», l’ampolla sacra del Po, ed altre coglionate da quattro soldi sui prati? Queste sono «tradizioni» da film di serie B, tipo Conan il Barbaro, e del tutto inventate. Per di più, Milano è gravemente peggiorata, in iniziativa e in idee e cultura, in coincidenza con il trionfo del «regionalismo» e con l’andata al potere della Lega; nei comuni di provincia ci sono buoni sindaci leghisti ma, appunto, provinciali: danno il meglio di sè nella dimensione paesana. Milano non era provinciale. Ora lo è.
La Regione prolifera come il cancro sulla società, è quasi la sola attività economica rimasta, tutte le attività private dipendono dalla Regione più o meno direttamente... Milano è diventata, in questo, come una città del Sud, dove appunto gli uffici pubblici sono i massimi datori di lavoro.
Infine: se un individuo siciliano o un calabrese sostengono di essere migliori dei lombardi o dei piemontesi, non me la prendo; ciò indica solo che sono provinciali, di vedute ristrette e non conoscono il mondo. Ora lei vuole che i lombardi diventino parimenti provinciali e ristretti... non vedo il progresso. Come milanese, mi vergogno di poter essere rappresentato, da Bossi e dai suoi yes-men di strapaese.
3. Ancora una volta: denunciare «Roma ladrona» è facile, il difficile porre rimedio agli sprechi. Bossi non sa nemmeno da che parte cominciare (per questo offre ai suoi fan qualche soddisfazione, tipo il dito alzato o il gesto dell’ombrello: gli costa poco, è il suo genere). Detronizzare le caste parassitarie, super-difese dai giudici come dai sindacati e dai partiti di sinistra, esige carattere, volontà e organizzazione. E’ una lotta dura, che richiede azioni e non qualche gestaccio - ma la platea lumbard si eccita per i gestacci, sapendo che sono commedia... i fucili, i proiettili e tutto il resto. Nessuna capacità di usarli, del resto. Solo chiacchiere da osteria, fra ubriachi.
E veniamo un attimo al «federalismo»: si è sparsa la illusione, tra i leghisti, che esso consista e si riduca nel fatto che le regioni del Nord potranno tenersi la gran parte delle tasse che pagano e che vanno nel buco senza fondo del Sud, alle «Regioni» che sono sotto il dominio di mafia, camorra, n’drangheta e Sacra Corona.
Invece, tanto per cominciare, il vero federalismo richiede una profonda riforma - da fare contro gli interessi costituiti e forti dei parassiti - delle Regioni stesse. Le Regioni attuali, non so se se n’è accorto, sono in pratica aziende sanitarie, perchè alla Sanità dedicano il 90% dei loro introiti. Furono i democristo-comunisti dell’epoca a volerle così: costretti dalla Massoneria internazionale (rappresentata in Italia dal Partito repubblicano di Ugo La Malfa) a dare allo Stato un assetto regionale - la Massoneria sta distruggendo gli Stati nazionali che aveva creato, insieme al nazionalismo, per distruggere gli imperi europei - i furbi democristi hanno ingolfato le Regioni di compiti sanitari, con l’idea seguente: gli ospedali e le siringhe le terranno occupate al cento per cento, non avranno tempo di esercitare più ampie autonomie.
Le classi regionali al potere le autonomie se le sono prese, come tutte le burocrazie, «allargandosi» in compiti indebiti, «condizionando» la società a poco a poco, rendendola dipendente. Coi risultati che vediamo. Le Regioni sono un disastro e un buco nero della spesa pubblica e della corruzione, si vede da come gestiscono la sanità. Un vero federalismo dovrebbe dunque rifondarle radicalmente, farle divenire piccoli Stati (non s’è mai visto uno Stato costituto essenzialmente da un solo ministero la Sanità): e senza alcuna rete di salvataggio «pubblica» per le malversazioni e gli sprechi.
In California, stante la recessione, il governatore - il vero Conan - ha ridotto le paghe dei 200 mila dipendenti pubblici a 4 euro l’ora: le pare una cosa che si possa fare in Italia, senza una lotta durissima? Ma no, visto che non si riesce nemmeno ad abolire una provincia sola, anzi ne nascono sempre nuove. E lei crede che il Nord potrà cessare i suoi contributi fiscali al Sud ufficiale e malavitoso? Non so cosa si fumi sulle rive celtiche del Po...
Il vero federalismo dovrebbe porsi come primo compito l’otturazione di almeno alcuni dei mille buchi di questo colabrodo che è l’ordinamento statale-regional-provinciale e comunale italiota. L’abolizione delle provincie. L’accorpamento in tre macro-regioni, magari. La Sanità restituita alla nazione, come dice il suo nome falso (servizio sanitario «nazionale», e invece così diverso in Calabria e in Lombardia). E non già la privatizzazione e flessibilizzazione dei pubblici impiegati, anzi il contrario: la privatizzazione dei dirigenti pubblici, ministeriali e regionali, li ha resi dipendenti più di prima dai politici (se non glielo leccano, si sognano il rinnovo del contratto triennale...).
La vera soluzione è la garanzia del posto di lavoro pubblico, ma compensata dalla mobilità (là dove servono, non dove piace a loro) e dalla possibile riduzione degli stipendi per necessità di bilancio, specie per quelli altissimi. In California si fa; chissà perchè, invece, da noi il modello proposto è non so quale Celtia preistorica o da fiction, mai la California.
Sono solo alcune idee, buttate lì alla rinfusa. Non mi risulta che Bossi e i pensatori della Lega abbiano nemmeno accennato a queste necessarie riforme «federaliste». Nemmeno ad una. Solo l’idea: ci teniamo i soldi, «padroni a casa nostra» e via cazzeggiando.
Guardi, non è che non lo sappiano. Solo che sono ben conscienti che la lotta per il federalismo sarebbe durissima, contro quelle forze che, contrariamente ai baùscia leghisti, i «fucili» e i «proiettili» li hanno eccome (camorra, n’drangteta, per non parlare di Carabinieri e Polizia); che hanno capi di poche parole e parchi di gesti inutili, e tutti gli appoggi politici che contano, e i grumi di interesse da non sfidare. Sfidarli richiede coraggio civile.
Volete capire, voi leghisti, che i sudisti sussidiati non solo la secessione l’hanno già fatta, ma che sono anche i più forti e i più criminalmente decisi a mantenere i loro poteri e i loro (nostri) soldi? Ci vuol altro che il dito alzato. Ma i Bossi e soci lo sanno benissimo.
Guardi la famosa e giusta proposta di prendere le impronte digitali ai bambini Rom: Caritas e Massoneria unite hanno gridato al razzismo, e si sono rimangiati tutto. Anzi, le impronte le devono dare tutti i cittadini onesti (meno i rom). Lo sanno benissimo, di non avere le palle, e che gli urlacci e i gestacci non sono un sostituto delle palle. Sanno che faranno un pasticcio, aggiungendo una concrezione in più ai mostri giuridico-politici che sono le Regioni, il che sboccherà in un aumento generale della spesa pubblica e della tassazione.
Infatti Tremonti sta cercando di metter da parte un tesoretto, dalle dissanguate finanze dello Stato più corrotto e inefficiente d’Europa, per accontentare Bossi: perchè, «il federalismo» dovrebbe ridurre la spesa? Quanto ci costerà alla fine?
La «cultura» della inciviltà e della rozzezza, o il culto della maleducazione, mi creda, non portano a nulla di buono. Solo ad altra inciviltà, altro disordine, altro spreco. Ne abbiamo già abbastanza, grazie.
«Non serve a chi ha gli occhi aperti e guarda la vita di un uomo, non gli episodi e la banalità:
1. E’ stato il primo a denunciare il problema dell’immigrazione incontrollata quando si inneggiava il decreto Martelli negli anni ottanta; ora il problema è esploso, risusciremo a risolverlo a questo punto?
2. Vorrebbe difendere le tradizioni della sua regione. Perchè un siciliano o un calabrese può dire di essere fiero di essere tale e considerare di essere migliore degli altri in questa o quella cosa e un lombardo no, neanche per scherzo, è un argomento tabù. Se lo fa è un razzista?
3. Denuncia da sempre gli sprechi di Roma e del Sud (mi viene come esempio quello dei forestali calabresi o degli spazzini a Napoli) quando gli altri invece ne convivono apertamente e non se ne fanno un problema, tanto meno si impegnano a risolerli.
Da 26 anni si prende le accuse di essere ignorante, volgare e razzista, ma lui va avanti; dopo 26 anno si sono accorti tutti che l’immigrazione è un problema, che gli sprechi in tempi di crisi riducono i nostri redditi a causa della elevata pressione fiscale.
Ora sta chiedendo con tutte le sue forze il federalismo, una riforma che può permetterci di sopravvivere e responsabilizzare quella parte della popolazione che sopravvive solo grazie ai sussidi di quell’altra.
Spero di non dover aspettare 26 anni; vedrei questa nazione affondare.
Saluti Blondet,
con stima comunque, lei ha le sue opinioni.
Walter»
Grazie per la stima, Walter. Rispondo:
1. Adesso Bossi è al governo. Dove non basta «denunciare l’immigrazione incontrollata», ma si ha il dovere, se lo si ritiene giusto, di «controllarla». La cosa è impossibile a Bossi, che non ha alcuna capacità realizzatrice, ed è impossibile in generale, visto che gli stessi piccoli imprenditori del Nord, quelli stessi che votano Lega magari, assumono a manbassa africani, serbi e romeni, di preferenza i clandestini perchè possono farli lavorare in nero. La politica della «denuncia» utopica e in malafede, senza nè volontà nè capacità di arrivare a una soluzione, è demagogia del tipo più basso, l’appello in malafede degli umori incivili italioti. Il dito alzato non è una soluzione, serve solo per eccitare le ridicole tifoserie valligiane.
2. Non ho mai detto che Bossi è un razzista; dico che è un pirla inconcludente e un bauscia parolaio, ossia un tipico «italiota». Quanto alle tradizioni della sua regione, scusi, è anche la mia: io sono nato e cresciuto a Milano, da genitori «nordici», e ci ho lavorato sempre. La «tradizione» di Milano sta nella sua storica apertura, nell’essere stata fin dalla romanità un centro di strade e commerci con Francia, Svizzera ed Austria, e di scambi di idee; ha avuto la prima classe possidente in Italia che ha trasformato le sue tenute agricole in industrie (il baco da seta e le filande, e le risiere); già dall’ottocento ha avuto la grande industria avanzata, in collegamento permanente con le novità dei politecnici tedeschi ed elvetici.
Mi sa dire che cosa c’entra tutto questo con «la Padania», il «rito celtico», l’ampolla sacra del Po, ed altre coglionate da quattro soldi sui prati? Queste sono «tradizioni» da film di serie B, tipo Conan il Barbaro, e del tutto inventate. Per di più, Milano è gravemente peggiorata, in iniziativa e in idee e cultura, in coincidenza con il trionfo del «regionalismo» e con l’andata al potere della Lega; nei comuni di provincia ci sono buoni sindaci leghisti ma, appunto, provinciali: danno il meglio di sè nella dimensione paesana. Milano non era provinciale. Ora lo è.
La Regione prolifera come il cancro sulla società, è quasi la sola attività economica rimasta, tutte le attività private dipendono dalla Regione più o meno direttamente... Milano è diventata, in questo, come una città del Sud, dove appunto gli uffici pubblici sono i massimi datori di lavoro.
Infine: se un individuo siciliano o un calabrese sostengono di essere migliori dei lombardi o dei piemontesi, non me la prendo; ciò indica solo che sono provinciali, di vedute ristrette e non conoscono il mondo. Ora lei vuole che i lombardi diventino parimenti provinciali e ristretti... non vedo il progresso. Come milanese, mi vergogno di poter essere rappresentato, da Bossi e dai suoi yes-men di strapaese.
3. Ancora una volta: denunciare «Roma ladrona» è facile, il difficile porre rimedio agli sprechi. Bossi non sa nemmeno da che parte cominciare (per questo offre ai suoi fan qualche soddisfazione, tipo il dito alzato o il gesto dell’ombrello: gli costa poco, è il suo genere). Detronizzare le caste parassitarie, super-difese dai giudici come dai sindacati e dai partiti di sinistra, esige carattere, volontà e organizzazione. E’ una lotta dura, che richiede azioni e non qualche gestaccio - ma la platea lumbard si eccita per i gestacci, sapendo che sono commedia... i fucili, i proiettili e tutto il resto. Nessuna capacità di usarli, del resto. Solo chiacchiere da osteria, fra ubriachi.
E veniamo un attimo al «federalismo»: si è sparsa la illusione, tra i leghisti, che esso consista e si riduca nel fatto che le regioni del Nord potranno tenersi la gran parte delle tasse che pagano e che vanno nel buco senza fondo del Sud, alle «Regioni» che sono sotto il dominio di mafia, camorra, n’drangheta e Sacra Corona.
Invece, tanto per cominciare, il vero federalismo richiede una profonda riforma - da fare contro gli interessi costituiti e forti dei parassiti - delle Regioni stesse. Le Regioni attuali, non so se se n’è accorto, sono in pratica aziende sanitarie, perchè alla Sanità dedicano il 90% dei loro introiti. Furono i democristo-comunisti dell’epoca a volerle così: costretti dalla Massoneria internazionale (rappresentata in Italia dal Partito repubblicano di Ugo La Malfa) a dare allo Stato un assetto regionale - la Massoneria sta distruggendo gli Stati nazionali che aveva creato, insieme al nazionalismo, per distruggere gli imperi europei - i furbi democristi hanno ingolfato le Regioni di compiti sanitari, con l’idea seguente: gli ospedali e le siringhe le terranno occupate al cento per cento, non avranno tempo di esercitare più ampie autonomie.
Le classi regionali al potere le autonomie se le sono prese, come tutte le burocrazie, «allargandosi» in compiti indebiti, «condizionando» la società a poco a poco, rendendola dipendente. Coi risultati che vediamo. Le Regioni sono un disastro e un buco nero della spesa pubblica e della corruzione, si vede da come gestiscono la sanità. Un vero federalismo dovrebbe dunque rifondarle radicalmente, farle divenire piccoli Stati (non s’è mai visto uno Stato costituto essenzialmente da un solo ministero la Sanità): e senza alcuna rete di salvataggio «pubblica» per le malversazioni e gli sprechi.
In California, stante la recessione, il governatore - il vero Conan - ha ridotto le paghe dei 200 mila dipendenti pubblici a 4 euro l’ora: le pare una cosa che si possa fare in Italia, senza una lotta durissima? Ma no, visto che non si riesce nemmeno ad abolire una provincia sola, anzi ne nascono sempre nuove. E lei crede che il Nord potrà cessare i suoi contributi fiscali al Sud ufficiale e malavitoso? Non so cosa si fumi sulle rive celtiche del Po...
Il vero federalismo dovrebbe porsi come primo compito l’otturazione di almeno alcuni dei mille buchi di questo colabrodo che è l’ordinamento statale-regional-provinciale e comunale italiota. L’abolizione delle provincie. L’accorpamento in tre macro-regioni, magari. La Sanità restituita alla nazione, come dice il suo nome falso (servizio sanitario «nazionale», e invece così diverso in Calabria e in Lombardia). E non già la privatizzazione e flessibilizzazione dei pubblici impiegati, anzi il contrario: la privatizzazione dei dirigenti pubblici, ministeriali e regionali, li ha resi dipendenti più di prima dai politici (se non glielo leccano, si sognano il rinnovo del contratto triennale...).
La vera soluzione è la garanzia del posto di lavoro pubblico, ma compensata dalla mobilità (là dove servono, non dove piace a loro) e dalla possibile riduzione degli stipendi per necessità di bilancio, specie per quelli altissimi. In California si fa; chissà perchè, invece, da noi il modello proposto è non so quale Celtia preistorica o da fiction, mai la California.
Sono solo alcune idee, buttate lì alla rinfusa. Non mi risulta che Bossi e i pensatori della Lega abbiano nemmeno accennato a queste necessarie riforme «federaliste». Nemmeno ad una. Solo l’idea: ci teniamo i soldi, «padroni a casa nostra» e via cazzeggiando.
Guardi, non è che non lo sappiano. Solo che sono ben conscienti che la lotta per il federalismo sarebbe durissima, contro quelle forze che, contrariamente ai baùscia leghisti, i «fucili» e i «proiettili» li hanno eccome (camorra, n’drangteta, per non parlare di Carabinieri e Polizia); che hanno capi di poche parole e parchi di gesti inutili, e tutti gli appoggi politici che contano, e i grumi di interesse da non sfidare. Sfidarli richiede coraggio civile.
Volete capire, voi leghisti, che i sudisti sussidiati non solo la secessione l’hanno già fatta, ma che sono anche i più forti e i più criminalmente decisi a mantenere i loro poteri e i loro (nostri) soldi? Ci vuol altro che il dito alzato. Ma i Bossi e soci lo sanno benissimo.
Guardi la famosa e giusta proposta di prendere le impronte digitali ai bambini Rom: Caritas e Massoneria unite hanno gridato al razzismo, e si sono rimangiati tutto. Anzi, le impronte le devono dare tutti i cittadini onesti (meno i rom). Lo sanno benissimo, di non avere le palle, e che gli urlacci e i gestacci non sono un sostituto delle palle. Sanno che faranno un pasticcio, aggiungendo una concrezione in più ai mostri giuridico-politici che sono le Regioni, il che sboccherà in un aumento generale della spesa pubblica e della tassazione.
Infatti Tremonti sta cercando di metter da parte un tesoretto, dalle dissanguate finanze dello Stato più corrotto e inefficiente d’Europa, per accontentare Bossi: perchè, «il federalismo» dovrebbe ridurre la spesa? Quanto ci costerà alla fine?
La «cultura» della inciviltà e della rozzezza, o il culto della maleducazione, mi creda, non portano a nulla di buono. Solo ad altra inciviltà, altro disordine, altro spreco. Ne abbiamo già abbastanza, grazie.
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Lega;
22/07/08
Bossi, il terrone del Nord
del milanese Maurizio Blondet
Firma la petizione per far superare la maturità a Renzo Bossi.
Un lettore dall’Africa manda la seguente lettera:
«Gentilissimo Direttore, sono, da anni, un lettore assiduo di EFFEDIEFFE, trovo i suoi articoli interessantissimi anche se non concordo, a volte, al 100%. Vivo e lavoro in Africa subsahariana da due decenni, sono medico e docente universitario. Negli ultimi tempi leggo sempre piu’ spesso su questo Bossi che minaccia di prendere i fucili, di fare le marce sui Rom ed ultimo, intollerabile atto, mostrare il dito al nostro Inno Nazionale. Mi chiedo: ma tutto questo non e’ contro la legge? Se si, perche’ nessuno denuncia questo delinquente. Dal punto di vista professionale credo sia un caso psichiatrico molto piu’ che conclamato... se vi mancano letti in psichiatria ve ne riservo uno gratis da me... con moto piacere. E’ finita in una battuta ma la tristezza mi e’ rimasta dentro...
Alberto»
Benchè la sua proposta sia tentatrice - Bossi internato fra psicolabili negri, sarebbe quel che merita - mi permetto di dissentire dalla sua diagnosi, pur non priva di indizi sintomatici.
Bossi non è pazzo, è solo di una rozzezza, maleducazione e ignoranza enorme: in ciò, il perfetto modello dell’italiota o, come direbbe lui, del «terrone»; e difatti è molto votato dai «terroni del Nord», che abitano vallate alpine e subalpine, e nelle cui case non si trova un libro, anche se nel garage hanno un paio di BMW. In questo, Bossi dà un suo decisivo contributo alla nostra comune inciviltà, quella di chi piscia sui sagrati, di chi graffita i muri e di chi passa col rosso, di chi lascia in strada i preservativi che ha usato in auto con il travestito (una specialità nordica), di chi brucia la monnezza o fa i blocchi stradali per qualche interesse marginale (e di solito indebito).
Bossi rappresenta un certo tipo di settentrionale, che fu l’oggetto delle macchiette di Tino Scotti: il «baùscia». In italiano, sta per vanaglorioso, spacca-montagne inconcludente. Spesso il bauscia è un piccolo malavitoso marginale, per palese incapacità di successo: come il personaggio cantato da Giorgio Gaber, («Lo chiamavan drago», i compagni all’osteria) o il «palo della banda dell’Ortica» immortalato da Jannacci.
Tipico del bauscia lombardo è quello di far uscire la sua forza dalla bocca, a forza di parole, «fucili», «pallottole», «federalismo», sono tutte cose che non ci sono e non ci saranno, per incapacità realizzativa. Anche questo non è molto «settentrionale», secondo il mito del nordico laconico, pratico e fattivo. Mito che penso si riferisca agli svedesi, non ai «lumbard» che votano un simile energumeno, oltretutto inefficace.
Il consumare la forza con le parole è un sintomo di anima debole. Tutte le ascetiche, di ogni religione, consigliano infatti il silenzio.
L’ultima uscita di Bossi contro gli insegnanti meridionali è dovuta al fatto che un insegnante di nome Caracciolo ha bocciato suo figlio (quasi certamente un semi-analfabeta come lui), a dire del papà perchè la bestia da lui generata ha presentato «una tesina sul Cattaneo», anzichè su «Sciascia o Pirandello».
Insomma, anche questo molto «terrone»: i figli so’ piezz’e core. E l’interesse privato viene prima di ogni interesse pubblico. La Lega di governo ha appena cercato di salvare le aziende locali del gas e della luce, chiaro esempio di clientelismo e chiara fonte di mazzette nei comuni leghisti, per il partito. Il che dice tutto sulla superiore onestà dei nordici.
Bossi vuole che gli insegnanti al nord siano solo nati del Nord, perchè i professori «terroni» portano via il lavoro «ai nostri»: ignaro che non ci sono abbastanza laureati al Nord, specialmente nel suo nord valligiano, capaci di coprire i ruoli. Quel nord, da generazioni, manda i figli a lavorare a 14 anni, nella fabbrichetta di famiglia; poi la fabbrichetta viene schiacciata dalla concorrenza internazionale, perchè padri e figli non parlano altra lingua che il bergamasco o il veneto, convinti che la cultura non serva, e che l’ignoranza sgobbona basti a se stessa…
Sì, anch’io voglio il governo del Nord: proporrei l’arruolamento di podestà norvegesi, presidiati da fucilieri lettoni in uniforme SS e da amministratori finlandesi. Gente di poche parole, mi dicono. Ma forse persino dei catalani andrebbero bene, come governanti di questo Paese.
Firma la petizione per far superare la maturità a Renzo Bossi.
Un lettore dall’Africa manda la seguente lettera:
«Gentilissimo Direttore, sono, da anni, un lettore assiduo di EFFEDIEFFE, trovo i suoi articoli interessantissimi anche se non concordo, a volte, al 100%. Vivo e lavoro in Africa subsahariana da due decenni, sono medico e docente universitario. Negli ultimi tempi leggo sempre piu’ spesso su questo Bossi che minaccia di prendere i fucili, di fare le marce sui Rom ed ultimo, intollerabile atto, mostrare il dito al nostro Inno Nazionale. Mi chiedo: ma tutto questo non e’ contro la legge? Se si, perche’ nessuno denuncia questo delinquente. Dal punto di vista professionale credo sia un caso psichiatrico molto piu’ che conclamato... se vi mancano letti in psichiatria ve ne riservo uno gratis da me... con moto piacere. E’ finita in una battuta ma la tristezza mi e’ rimasta dentro...
Alberto»
Benchè la sua proposta sia tentatrice - Bossi internato fra psicolabili negri, sarebbe quel che merita - mi permetto di dissentire dalla sua diagnosi, pur non priva di indizi sintomatici.
Bossi non è pazzo, è solo di una rozzezza, maleducazione e ignoranza enorme: in ciò, il perfetto modello dell’italiota o, come direbbe lui, del «terrone»; e difatti è molto votato dai «terroni del Nord», che abitano vallate alpine e subalpine, e nelle cui case non si trova un libro, anche se nel garage hanno un paio di BMW. In questo, Bossi dà un suo decisivo contributo alla nostra comune inciviltà, quella di chi piscia sui sagrati, di chi graffita i muri e di chi passa col rosso, di chi lascia in strada i preservativi che ha usato in auto con il travestito (una specialità nordica), di chi brucia la monnezza o fa i blocchi stradali per qualche interesse marginale (e di solito indebito).
Bossi rappresenta un certo tipo di settentrionale, che fu l’oggetto delle macchiette di Tino Scotti: il «baùscia». In italiano, sta per vanaglorioso, spacca-montagne inconcludente. Spesso il bauscia è un piccolo malavitoso marginale, per palese incapacità di successo: come il personaggio cantato da Giorgio Gaber, («Lo chiamavan drago», i compagni all’osteria) o il «palo della banda dell’Ortica» immortalato da Jannacci.
Tipico del bauscia lombardo è quello di far uscire la sua forza dalla bocca, a forza di parole, «fucili», «pallottole», «federalismo», sono tutte cose che non ci sono e non ci saranno, per incapacità realizzativa. Anche questo non è molto «settentrionale», secondo il mito del nordico laconico, pratico e fattivo. Mito che penso si riferisca agli svedesi, non ai «lumbard» che votano un simile energumeno, oltretutto inefficace.
Il consumare la forza con le parole è un sintomo di anima debole. Tutte le ascetiche, di ogni religione, consigliano infatti il silenzio.
L’ultima uscita di Bossi contro gli insegnanti meridionali è dovuta al fatto che un insegnante di nome Caracciolo ha bocciato suo figlio (quasi certamente un semi-analfabeta come lui), a dire del papà perchè la bestia da lui generata ha presentato «una tesina sul Cattaneo», anzichè su «Sciascia o Pirandello».
Insomma, anche questo molto «terrone»: i figli so’ piezz’e core. E l’interesse privato viene prima di ogni interesse pubblico. La Lega di governo ha appena cercato di salvare le aziende locali del gas e della luce, chiaro esempio di clientelismo e chiara fonte di mazzette nei comuni leghisti, per il partito. Il che dice tutto sulla superiore onestà dei nordici.
Bossi vuole che gli insegnanti al nord siano solo nati del Nord, perchè i professori «terroni» portano via il lavoro «ai nostri»: ignaro che non ci sono abbastanza laureati al Nord, specialmente nel suo nord valligiano, capaci di coprire i ruoli. Quel nord, da generazioni, manda i figli a lavorare a 14 anni, nella fabbrichetta di famiglia; poi la fabbrichetta viene schiacciata dalla concorrenza internazionale, perchè padri e figli non parlano altra lingua che il bergamasco o il veneto, convinti che la cultura non serva, e che l’ignoranza sgobbona basti a se stessa…
Sì, anch’io voglio il governo del Nord: proporrei l’arruolamento di podestà norvegesi, presidiati da fucilieri lettoni in uniforme SS e da amministratori finlandesi. Gente di poche parole, mi dicono. Ma forse persino dei catalani andrebbero bene, come governanti di questo Paese.
19/07/08
La sanità è da togliere alle regioni
Altro che federalismo, la spesa per la Sanità ammonta ad oltre l'80% del bilancio per ogni regione ed è una pappatoia ovunque, dalla Sicilia alla Lombardia. Questa situazione trae, tra l'altro, origine con la modifica del titolo V della costituzione del 2001 con la quale alle regioni fu attribuita la potestà legislativa concorrente. E' l'ennesimo dazio che abbiamo dovuto pagare al partito dei piccolo borghesi, la Lega.
IL GIOCO DELLE TRE CARTE, altro capolavoro di Edoardo Bennato.
Tutto è estremamente istruttivo nello scandalo Del Turco: le banche sono a completa disposizione per le tangenti ai politici, dove tutta la procedura di prelievo cambia. Finalmente poi possiamo dare un volto a chi si cela dietro ai finestrini scuri delle Cayenne: c’è un pubblico funzionario della ASL. Abbiamo la certezza che i senatori sono in vendita. E per finire che in ogni Regione, la Sanità è la più grossa e regolare fonte di mazzette. Tutto molto istruttivo.
CLICCA PER LEGGERE TUTTO L'ARTICOLO
IL GIOCO DELLE TRE CARTE, altro capolavoro di Edoardo Bennato.
Tutto è estremamente istruttivo nello scandalo Del Turco: le banche sono a completa disposizione per le tangenti ai politici, dove tutta la procedura di prelievo cambia. Finalmente poi possiamo dare un volto a chi si cela dietro ai finestrini scuri delle Cayenne: c’è un pubblico funzionario della ASL. Abbiamo la certezza che i senatori sono in vendita. E per finire che in ogni Regione, la Sanità è la più grossa e regolare fonte di mazzette. Tutto molto istruttivo.
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12/07/08
LA RELIGIONE DEL FUTURO
Cronaca triste di tempi tristi.
DI MAURIZIO BLONDET
Prevedo un’ulteriore emorragia di fedeli dalla Chiesa cattolica apostolica romana: sciami di giovani si convertono alla religione rasta. La Cassazione ha sancito che non è reato possedere due etti di marijuana, se si appartenga a questa religione. E’ una pietra miliare del diritto, il riconoscimento della massima libertà religiosa.
Sicuramente, quella rasta è la religione del futuro: è la religione da discoteca, quella che ci vuole per la nuova gioventù. Quella con il tatuaggino sul pube, quella con il diamantino nel dente e l’orecchino. Quella delle fanciulle che, col tatuaggino e il diamantino, cercano il vero amore nell’uruguaiano da discoteca, nel «gordo» con tanti tatuaggi - ecco un buon partito, sicuramente un futuro marito e un buon padre.
E’ uno che poi ti ammazza se non gliela vuoi dare, ma che fa? Ha frainteso il messaggio. Chissà perchè, ritiene che tatuaggini e diamantini indichino l’appartenenza al mondo della sub-prostituzione, non alla vera fede. E poi, la nuova religione deve avere le sue martiri (di vergini non ne parliamo più).
Un applauso alla magistratura italiana, alla sua ideologia evolutiva del diritto: sempre un po’ più avanti sui tempi. Un modello, visto che i tempi già tendono per conto loro alla inciviltà condita di farsa. Prevedo il pullulare di nuove religioni. Ognuno potrà fondarne una secondo le sue tendenze preferite, oggi represse dall’oscurantismo legalizzato.
«La mia religione me lo permette», sarà la giustificazione per tutto: pedofilia, eutanasia, suicidio, omicidio (ebbene? Avete mai sentito parlare di sacrifici umani?). Ci attende il grande Ritorno del Sacro. Il ritorno di Dioniso; e le discoteche saranno la fonte inesauribile delle nuove religioni.Ecstasis, coca per raggiungere «piani diversi di coscienza», miscuglio di birra e pasticche per celebrare il Rito. C’è solo da fare appello alla fantasia. Che non manca nel racket.
L’esimia Corte di Cassazione - gli Ermellini, come sono chiamati – non ha messo in dubbio la fede dell’imputato. Anche se l’imputato non è un caraibico - dei Tropici dove la rasta è nata - ma un tale che si chiama (e il nome poteva indurre a qualche sospetto sulla sua devozione) Guaglione.
I magistrati hanno fatto benissimo: mica spetta ai giudici fare l’esame ai fedeli. O’ Guaglione, appena trovato in possesso di 70 dosi di erba, ha spiegato che - secondo la sua religione, la marijuana è «l’erba sacra cresciuta sulla tomba di re Salomone, detto il re saggio, e perciò il fedele ne trae la forza». Mica gli hanno chiesto se sa chi era davvero Haile Selaissiè, il messia a cui i rasta rivolgono le loro preghiere fumatorie (in realtà, ultimo negus etiopico); la magistratura non è una scuola, non fa le interrogazioni, non soppesa la cultura.
Ci stupisce un poco solo una cosa: che la Cassazione tolleri una campagna antireligiosa in corso, quella delle femministe e dei radicali contro la escissione delle bambine, praticata da certi immigrati. Invito gli avvocati della parte colpita a fare causa: quegli illuministi stanno reprimendo l’espressione di una fede. Dovrebbero vincere la causa. Invece no, forse.
Perchè ci sono due pesi e due misure evidenti nella società: la religione islamica non gode evidentemente lo stesso favore della religione rastafari. Quando i musulmani pregano per strada in via Jenner, la gente protesta («Quei terroristi»). Quando i «Guaglione o’rasta» fumano e coltivano droga, la gente è contenta. Così vuole i suoi figli. E così li avrà.
In compenso, la Chiesa romana vedrà forse l’entrata di prelati anglicani, che tornano al nido dopo che la loro chiesa nazionale, il cui papa è Elisabetta II, ha ordinato donne vescovo e celebrato matrimoni fra preti gay. Ma una cosa è l’accordo di vertice fra Chiese, un’altra è lo spirito religioso delle masse; nel primo caso è un rivolo, nel secondo un’alluvione.
Senza contare che, probabilmente, ci sono già suore lesbiche e preti e prelati cattolici che stanno pensano al percorso contrario: verso la Chiesa Anglicana Innovatrice, dove si può omosessualizzare, e pure far carriera, vestire la porpora, calzare in testa la tiara.
E allora tutti in discoteca. A celebrare, giovani, la vostra farsa incivile e tragica. La Cassazione vi indica la strada, avanzate con coraggio.
DI MAURIZIO BLONDET
Prevedo un’ulteriore emorragia di fedeli dalla Chiesa cattolica apostolica romana: sciami di giovani si convertono alla religione rasta. La Cassazione ha sancito che non è reato possedere due etti di marijuana, se si appartenga a questa religione. E’ una pietra miliare del diritto, il riconoscimento della massima libertà religiosa.
Sicuramente, quella rasta è la religione del futuro: è la religione da discoteca, quella che ci vuole per la nuova gioventù. Quella con il tatuaggino sul pube, quella con il diamantino nel dente e l’orecchino. Quella delle fanciulle che, col tatuaggino e il diamantino, cercano il vero amore nell’uruguaiano da discoteca, nel «gordo» con tanti tatuaggi - ecco un buon partito, sicuramente un futuro marito e un buon padre.
E’ uno che poi ti ammazza se non gliela vuoi dare, ma che fa? Ha frainteso il messaggio. Chissà perchè, ritiene che tatuaggini e diamantini indichino l’appartenenza al mondo della sub-prostituzione, non alla vera fede. E poi, la nuova religione deve avere le sue martiri (di vergini non ne parliamo più).
Un applauso alla magistratura italiana, alla sua ideologia evolutiva del diritto: sempre un po’ più avanti sui tempi. Un modello, visto che i tempi già tendono per conto loro alla inciviltà condita di farsa. Prevedo il pullulare di nuove religioni. Ognuno potrà fondarne una secondo le sue tendenze preferite, oggi represse dall’oscurantismo legalizzato.
«La mia religione me lo permette», sarà la giustificazione per tutto: pedofilia, eutanasia, suicidio, omicidio (ebbene? Avete mai sentito parlare di sacrifici umani?). Ci attende il grande Ritorno del Sacro. Il ritorno di Dioniso; e le discoteche saranno la fonte inesauribile delle nuove religioni.Ecstasis, coca per raggiungere «piani diversi di coscienza», miscuglio di birra e pasticche per celebrare il Rito. C’è solo da fare appello alla fantasia. Che non manca nel racket.
L’esimia Corte di Cassazione - gli Ermellini, come sono chiamati – non ha messo in dubbio la fede dell’imputato. Anche se l’imputato non è un caraibico - dei Tropici dove la rasta è nata - ma un tale che si chiama (e il nome poteva indurre a qualche sospetto sulla sua devozione) Guaglione.
I magistrati hanno fatto benissimo: mica spetta ai giudici fare l’esame ai fedeli. O’ Guaglione, appena trovato in possesso di 70 dosi di erba, ha spiegato che - secondo la sua religione, la marijuana è «l’erba sacra cresciuta sulla tomba di re Salomone, detto il re saggio, e perciò il fedele ne trae la forza». Mica gli hanno chiesto se sa chi era davvero Haile Selaissiè, il messia a cui i rasta rivolgono le loro preghiere fumatorie (in realtà, ultimo negus etiopico); la magistratura non è una scuola, non fa le interrogazioni, non soppesa la cultura.
Ci stupisce un poco solo una cosa: che la Cassazione tolleri una campagna antireligiosa in corso, quella delle femministe e dei radicali contro la escissione delle bambine, praticata da certi immigrati. Invito gli avvocati della parte colpita a fare causa: quegli illuministi stanno reprimendo l’espressione di una fede. Dovrebbero vincere la causa. Invece no, forse.
Perchè ci sono due pesi e due misure evidenti nella società: la religione islamica non gode evidentemente lo stesso favore della religione rastafari. Quando i musulmani pregano per strada in via Jenner, la gente protesta («Quei terroristi»). Quando i «Guaglione o’rasta» fumano e coltivano droga, la gente è contenta. Così vuole i suoi figli. E così li avrà.
In compenso, la Chiesa romana vedrà forse l’entrata di prelati anglicani, che tornano al nido dopo che la loro chiesa nazionale, il cui papa è Elisabetta II, ha ordinato donne vescovo e celebrato matrimoni fra preti gay. Ma una cosa è l’accordo di vertice fra Chiese, un’altra è lo spirito religioso delle masse; nel primo caso è un rivolo, nel secondo un’alluvione.
Senza contare che, probabilmente, ci sono già suore lesbiche e preti e prelati cattolici che stanno pensano al percorso contrario: verso la Chiesa Anglicana Innovatrice, dove si può omosessualizzare, e pure far carriera, vestire la porpora, calzare in testa la tiara.
E allora tutti in discoteca. A celebrare, giovani, la vostra farsa incivile e tragica. La Cassazione vi indica la strada, avanzate con coraggio.
07/07/08
«Attacchiamo l’Iran perchè è debole»

Gli americani «devono» attaccare l’Iran prima che si faccia la bomba; o almeno devono farlo gli israeliani, perchè il regime di Teheran costituisce «una minaccia all’esistenza stessa di Israele». Questo è l’argomento della propaganda, che ogni giorno viene ribattuto con toni sempre più alti. Anzi, Haaretz ha cominciato a dire di più: è l’Iran ad essere in grado di attaccare preventivamente Israele; coi suoi missili Shihab 3 e 4 può «colpire bersagli strategici e civili, causando forti perdite umane ed enormi danni». Anzi, c’è la prova che l’Iran si prepara proprio a questo.
Quale?
«Alcuni anni fa», scrive Haaretz, «il generale Ahmed Wahid, capo delle industrie aeronautiche iraniane, disse che l’Iran non considera gli Stati Uniti un bersaglio». Ergo, è Israele che Teheran tiene sotto tiro. Non è solo un esempio di razionalità talmudica, è anche la «narrativa ufficiale» che ci viene venduta in preparazione-giustificazione dell’attacco preventivo.
Ma fra loro, i sionisti si dicono esattamente il contrario: questo è il momento di attaccare Teheran, perchè il regime è debole. Politicamente e militarmente. La fortissimo disparità militare fra l’Agnello di Sion e il «nuovo Hitler» è tutta a favore di Israele, dicono Patrick Clawson e Michael Eisenstadt, in uno studio pubblicato dal Washington Institute of Near East Policy (WINEP): proprio per questo l’attacco preventivo è fattibile, e gli americani non devono preoccuparsi delle conseguenze.
La stessa cosa dice Chuck Freilich, membro del Belfer Center on Science and International Affairs (di Harvard): Israele ha una tale schiacciante superiorità, che non ha nulla da temere.
Tutt’e tre questi personaggi hanno noti legami con Israele: il WINEP ha sempre suggerito politiche pro-israeliane, e ha come direttore-fondatore Martin Indyk, che è stato direttore delle ricerca dell’AIPAC, American-Israel Public Affairs Committee, ossia della più potente fra le lobby ebraiche che determinano la politica USA. Freilich è un vice-consigliere della sicurezza nazionale di Israele.
I tre puntano, con il loro argomento (che è il contrario della narrativa ufficiale) a convincere i responsabili americani che devono loro, non Israele, prendere l’iniziativa dell’attacco preventivo. Le possibilità di ritorsione dell’Iran, assicurano, sono molto limitate.
Inoltre, sottolineano che il regime di Teheran è una controparte razionale, la quale ha ben presente quali sarebbero i costi di sue rappresaglie: anche questo, l’esatto contrario della versione ufficiale, secondo cui gli ayatollah sarebbero dominati da una sete apocalittica di auto-distruzione del mondo, per via del profetismo sciita da tempi ultimi.
Intervistato da Haaretz, Clawson (uno dei due del WINEP) ha assicurato: «secondo le nostre valutazioni, le opzioni di ritorsione dell’Iran sono poche e deboli». Freilich ha scritto un articolo sul Jerusalem Post per battere lo stesso chiodo: «Smettiamola con questa infondata avversione per il rischio, con cui ci sconfiggiamo da soli: non dimentichiamo chi tiene il bastone più grosso, più incalcolabilmente grosso. Non è certo l’Iran».
I due autori del WINEP smentiscono l’una dopo l’altra le asserzioni sulla potenza iraniana, propaganda buona per le masse. Anzitutto, non è vero che Teheran sta accelerando a ritmo infernale i passi per dotarsi di un’arma nucleare: «Più che una corsa al nucleare, Teheran sembra dedicarsi ad una passeggiata al nucleare». Non è vero nemmeno che l’Iran sviluppa il nucleare per scopi minacciosi; è spinto invece «dall’aspirazione al prestigio e all’influenza», aspirazione che soddisfa già l’avere il nucleare civile.
Quanto alla minaccia iraniana di essere in grado di bloccare il traffico navale nel Golfo Persico (da cui passa il 90% del greggio per l’Occidente e la Cina), non va presa sul serio: l’Iran ha sempre dimostrato grande cautela nella reazione ad attacchi in passato. Teheran sa benissimo che gli USA hanno la forza per devastare del tutto la loro modesta marina militare.
A questo proposito, gli autori evocano il caso dell’aereo civile iraniano carico di passeggeri, abbattuto nel 1988 dall’aviazione americana (ci dev’essere uno Stato-canaglia nel mondo...); allora Teheran minacciò rappresaglie, ma invece si accordò per il cessate-il-fuoco con Saddam Hussein (erano i tempi della guerra Iran-Iraq) nel timore che gli USA usassero il pretesto per entrare nel conflitto apertamente a fianco dell’Iraq, come già facevano di nascosto.
Quanto al pericolo che Hezbollah reagisca ad un attacco sull’Iran con una salva dei suoi razzi dal Libano meridionale - allarme molto agitato in queste settimane - gli autori minimizzano. Anzitutto, negano che Hezbollah sia una forza alle dipendenze dell’Iran (come ci racconta ogni giorno la «narrativa ufficiale»), e quindi che possa «reagire automaticamente» ad una incursione americana sull’Iran; invece, Hezbollah agirà «secondo il proprio interesse». Inoltre, «è ben consapevole della forza di Israele e della durissima rappresaglia che si attirerebbe» addosso.
Il vero problema, ammettono, è che «un Iran fornito di armi nucleari potrebbe limitare lo spazio di manovra israeliano sui fronti palestinesi e libanesi».
Gli autori del rapporto WINEP sottolineano il fatto che, da sempre, Israele ha la più completa libertà militare nella zona, e ha usato senza scrupoli nè limiti quella sua superiorità totale. Il fatto che l’Agnello di Sion abbia distrutto il Libano al completo nella sua aggressione ad Hezbollah nel 2006, e che abbia bombardato la misteriosa installazione in Siria, dimostra chiaramente che Israele non teme alcuna ritorsione dall’Iran. Questa estrema disparità di forze è un un dato noto a tutti i vicini di Israele da mezzo secolo.
Ray Close, il capostazione della CIA in Arabia Saudita al tempo della guerra del Kippur, ha ricordato che in quei giorni l’aviazione israeliana fece numerose incursioni provocatorio-dimostrative sorvolando basi militari saudite nel nord del Paese, e sganciando i serbatoi vuoti, ad ammonire l‘Arabia (che non era in guerra con Israele) che potevano ripetere il gioco con le bombe vere.
La conclusione logica di queste valutazioni dovrebbe essere: non è vero che l’Iran sia una minaccia, dunque non è il caso di attaccarlo preventivamente. Invece, gli analisti sionisti raccomandano l’esatto contrario: l’Iran è debole, appunto per questo si può e si deve aggredirlo. Logica talmudica.
Ma Gareth Porter, il giornalista che ha segnalato queste valutazioni in corso fra addetti ai lavori israeliani, ricorda che nel 1964, i fautori in USA dell’attacco al Nord Vietnam, avanzarono lo stesso argomento: il Nord Vietnam (e la Cina comunista sua alleata) sono troppo deboli per montare una reazione militare seria...
14/06/08
Rabbia sull'Irlanda

Fatto di significato umoristico: da diverse ore a Parigi, sull’edificio di Saint-Cloud che è la sede del Front National, sventola il tricolore. Quello dell’Irlanda. «Stasera siamo tutti irlandesi!», si legge nel proclama emanato da Jean-Marie Le Pen.
«Una volta di più la valorosa Irlanda ha dimostrato che quando i popoli si esprimono direttamente, difendono i loro interessi nazionali. Che tutti i nazionalisti d’Europa trovino in questo risultato il coraggio e la determinazione di combattere gli eurocrati brussellesi e i gestori del nuovo ordine mondiale, nemici dichiarati delle nazioni e dei popoli d’Europa! Nazionalisti di tutti i Paesi, uniamoci! Il trattato costituzionale è ormai caduco e la malefatta di Sarkozy, di far rivotare al congresso francese un testo identico a quello rigettato dal popolo francese, è cancellata».
Quest’ultima frase è purtroppo lontana dalla realtà. Il governo francese e quello tedesco, Sarko & Merkel, avevano già deciso di pubblicare una dichiarazione congiunta sulla necessità di arrivare al completamento del processo di ratifica, «qualunque cosa accada», nei Paesi che non l’hanno ancora fatto. Tanto per capire le posizioni.
Mentre le destre nazional-popolari (non dotate di kippà) esultano, Libération, il giornale della sinistra al caviale (posseduto dai Rotschild) vomita rabbia e disprezzo contro l’Irlanda (1).
L’editoriale dice: «Quando è entrata nella comunità il primo gennaio 1973, l’Irlanda era povera e infelice. Il suo livello di vita tra i più miserabili del mondo occidentale, la sua società fra le più primitive. Una Chiesa cattolica uscita appena dalla Controriforma le imponeva una frusta feroce in tema di costumi». Oggi il Paese «è coperto di case nuove», ed è «passato da James Joyce al SUV 4 per 4» (sai che miglioramento).
Eppure, «si arroga senza esitare un dirittto e quasi un dovere d’ingratitudine». Il democratico autore schizza fiele contro «il meccanismo infernale dei referendum, queste macchine per far dire no alle domande che non sono poste», trionfo «della democrazia d’opinione con i suoi demagoghi, i suoi populisti e i suoi mitomani».
L’Irlanda, coi suoi 4 milioni di abitanti, sta esercitando un «dispotismo», dice l’autore. Ha osato disobbedire «al 90% dei suoi sindacalisti, dei suoi intellettuali, dei suoi imprenditori (sic) e dei media (sic) che hanno spinto per il Sì».
Appunto, questa è la libertà: non cantare nel coro. E infine, Libé propone di sospendere «l’appartenenza» del Paese alle «istituzioni europee fino a che decida di riunirsi alla maggioranza che desidera avanzare». Insomma sanzioni ed espulsione di chi vota liberamente. E poi ci si meraviglia che la sinistra perda voti.
L’autore di questa bava d’odio è Alain Duhamel, giornalista della «sinistra» ammanicatissima (suo fratello è il direttore generale di France Télévision), insomma la Casta che poppa dal denaro pubblico.
Un altro esponente di questa sinistra, il ben noto Bernard Kouchner, aveva premuto sugli irlandesi con una dichiarazione anche più sprezzante: «Sarebbe molto, molto imbarazzante per l’onestà intellettuale che non si potesse contare sugli irlandesi, che - loro - hanno molto contato sul denaro dell’Europa». Insomma, vi abbiamo pagato.
L’effetto è stato controproducente: i militanti per il No hanno diffuso miriardi di copie coi volantini sulla «french gaffe». Enda Kenny, segretaria del partito Fine Gael e pur militante per il Sì, ha ribattuto a Kouchner: «Gli elettori irlandesi sono capaci di fare le loro scelte da soli».
Ma la sinistra al caviale non può fare a meno di mostrare tutta la sua altezzosità verso il popolo, ed esibire la sua aria di superiorità intellettuale. Mentre in realtà obbedisce agli ordini che vengono dal Bilderberg, dove il possibile no irlandese al Trattato di Lisbona è stato oggetto di preoccupate conversazioni a porte chiuse. In ogni caso, i poteri forti hanno ordinato ai loro maggiordomi «politici» di andare avanti che le «ratifiche» fasulle, fatte da parlamenti subalterni e non da referendum.
L’eurocrazia è «autistica», ha detto persino il ministro francese degli Esteri, Fillon. Non vuole prendere atto che, nonostante menzogne e pressioni e minacce, non riesce a «vendere» la UE così com’è ai suoi cittadini. La sordità e cecità degli eurocrati e dei loro padroni transnazionali è però, in qualche modo, necessitata: oggi su Bruxelles pende la madre di tutte le crisi politiche, per non parlare del governo irlandese, che ha parteggiato con tutti i mezzi più discutibili per il sì.
L’Europa senza democrazia è marchiata dalla illegittimità. Non prenderne atto, è l’unica difesa. In Francia appaiono manifesti non del tutto pubblicitari. Lo slogan dice: «Lovely day for a Guinness». E’ un bel giorno per brindare con la più célebre birra irlandese.
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