Quando i primati del sud ed il loro “genio creativo” non possono essere cancellati, gli storici italiani li “adulterano” ad uso e consumo degli interessi del nord. Caso eclatante è la ferrovia Napoli-Portici, prima ferrovia d’Italia, frutto di una predisposizione all’industria pesante che il sud aveva e che il nord distrusse. Se, come disse l’avvocato Gianni Agnelli, il ‘900 fu il secolo dei trasporti, era impossibile nascondere la notizia che il primo treno d’Italia non attraversò la pianura padana bensì il litorale di Napoli. Non potendo nascondere questo “smacco” alla loro superiorità, gli Italiuniti hanno deformato l’interpretazione. Alcuni storici spacciano la “Napoli-Portici” non per quello che era, cioè solo il tratto iniziale della linea prevista sino a Taranto in previsione dell’apertura del canale di Suez, ma come un semplice passatempo dei Borbone per raggiungere la reggia di Portici. Si, avete capito bene: la messa in esercizio del primo treno d’Italia non viene inquadrata nell’ottica del pieno sviluppo tecnologico del popolo meridionale. Il ricordo di quell’evento non viene susseguito dall’elencazione delle fabbriche di proprietà meridionale da cui usciva metallurgia pesante invidiata in tutto il mondo. Quel treno non è figlio moderno dei meridionali progrediti e ricchi ma, come cercano in tutti i modi di spiegarci, di uno sfizio da nobili annoiati, giusto per creare un suggestivo contrasto con noi poveri meridionali che invece siamo sempre in cerca del tozzo di pane.
Quest’opinione tende subdolamente a dimostrare che la classe dirigente dei meridionali dell’epoca in realtà non avesse alcuna progettualità e che quindi hanno fatto bene i Savoia a sostituirla. Questa bugia, allo stesso tempo, serve a convincerci che quella linea ferroviaria non era nostra, del popolo meridionale per intenderci, ma del solo inutile Borbone. Il perché di questa volontaria “adulterazione” da parte della classe dirigente italiunita, sta nel fatto che se ci convincono che non avevamo nulla, nulla sono tenuti a darci e che le briciole rispetto al nulla sono già abbastanza. Convincendoci, insomma, che non abbiamo un passato non sono tenuti a garantirci un futuro. Infatti, convinti i meridionali che i treni non erano “cosa loro”, che la Napoli-Portici fosse in realtà un trenino da parco giochi e che “normalmente” i meridionali non sapessero neppure cosa fosse la tecnologia ferroviaria o l’industria metalmeccanica, oggi sono giustificati a costringere gli italiani di Palermo che vogliono andare a Siracusa ad impiegare tre volte il tempo che quelli di Milano impiegano per andare a Roma ed a fargli sembrare “normale” questa assurdità. Il continuo affannarsi “storico” nel ripetere che dopo il primo tratto ferroviario il Piemonte surclassò per quantità di Km di strada ferrata il Regno delle Due Sicilie viene spacciato per progresso. Ovviamente non ci raccontano dell’indebitamento che il Piemonte contrasse con le banche e gli altissimi prezzi, finanziari e umani, pagati in termini di sovranità popolare dal popolo piemontese, non più libero delle proprie decisioni politiche. Nascondere l’indebitamento, per gli storici liberali, è normale, in quanto è normale per i liberali campare di debiti o, meglio, sui debiti altrui. Questo astio nei confronti dei Borbone è giustificato dal fatto che essi rifiutarono categoricamente i piani finanziari e i prestiti vincolanti a poteri bancari a loro indipendenti: non avevano nessuna intenzione di assoggettare il proprio popolo ai voleri delle nascenti e plebee oligarchie finanziarie, fossero anche finanziarie napoletane (solo nel 1857 si aprì una filiale del banco di Napoli a Bari). La comprensione che nulla potesse essere contro o anche al di fuori dal “progresso” perché quel progresso li avrebbe spazzati via non sfiorò i Borbone. Infatti non presero provvedimenti, convinti di essere su un’isola impermeabile fra “l’acqua santa e l’acqua e’mare”. Per questo gli stati democratici dominati dall’alta finanza vennero a “liberare” i meridionali attraverso la guerra “preventiva” chiamata risorgimento di cui i Borbone si resero conto troppo tardi. Quel risorgimento venne a spazzar via uno stato “arretrato” dove sin dal 1815 si pagavano solo 5 tasse[1] e lo sostituì con il “progresso” di ben 24 tasse importate dal Piemonte e l’invenzione di altre 15[2] fra cui la tassa di successione (una pura invenzione dei Savoia). Tenendo conto che da subito i piemontesi abolirono gli usi civici ed applicarono la concezione di proprietà privata di stampo moderno (prima il concetto di proprietà era paragonabile più al concetto che oggi abbiamo del possesso) i Savoia tartassarono “modernamente” la classe contadina meridionale che “moderna” non era, non voleva esserlo, né aveva chiesto di esserlo. Francesco Saverio Nitti[3] e Angelo Manna ci fanno sapere che, prima dell'unità, al sud si pagavano 14 lire l'anno di tasse a testa, dopo l'unità 32. Un bel “progresso”, che nei primi 2 anni di Unità fece aumentare il carico fiscale al sud del 40%, e nei successivi tre, dell’85%[4]. Il concetto di proprietà moderno introdotto al sud con i Savoia ha nel tempo capovolto la gerarchia dei valori: è “il privato” e non più il “pubblico” a diventare prioritario. A questo il Borbone, da buon cristiano. si opponeva ferocemente e per questo venne accusato di essere “anti-moderno”.
L’anti modernità borbonica in realtà era solo una “modernità” diversa e soprattutto non giacobina, che lo poneva a considerare “la proprietà privata come mezzo delle necessità sociali”. I convinti sostenitori della modernità a quasi 150 anni di distanza si ritrovano a fare i conti con “l’odiato n°1 in ispano-america da parte dei liberisti” Chavez, che come slogan nel 2004 urlava con orgoglio “…la proprietà privata deve tenere conto delle necessità sociali”. Hanno potuto trasformare i Borbone, non potranno mai fermare quello che i Borbone rappresentavano.
[1]La fondiaria, l'indiretta (tabacchi, dogana, carte da giuoco, polvere da caccia e sale), la tassa di registro e di bollo, la bonafficiata e le poste. Per alcuni periodi (per esempio dopo la parentesi austriaca) furono decretate altre tasse ma a tempo determinato. La Sicilia aveva un regime fiscale ancora meno oneroso.
[2]Imposta personale,Tassa sulle successioni,Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sull’emancipazione ed adozione,Tassa sulle pensioni,Tassa sanitaria,Tassa sulle fabbriche,Tassa sull’industria,Tassa sulle società industriali,Tassa per pesi e misure,Diritto d’insinuazione,Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena,Sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra,Tassa sulle mani morte,Tassa per la caccia.Tassa sulle vetture.
[3] F.S.Nitti, Il Bilancio dello Stato dal 1862 al 1897, Napolo, 1900,
[4] Roberto Maria Selvaggi: Il Tempo dei Borbone. EdR edizioni, pag, 71
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08/01/10
il Nord voleva una Guantanamo per la gente del Sud.
di MARISA INGROSSO
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
16/04/09
06/11/08
Seminario di Ernst Nolte a Napoli.
A Napoli, dal 16+1 al 21 novembre 2008, presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Palazzo Serra di Cassano in via Monte di Dio), si terrà un seminario tenuto dallo storico Ernst Nolte
Ernst Nolte (Università di Berlino):
LA “RIVOLUZIONE CONSERVATRICE” NELLA GERMANIA DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR
Lunedì 16+1 Introduzione con uno sguardo particolare alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann. - Oswald Spengler: il profetico pensatore della storia e il polemista politico.
Martedì 18 Ludwig Klages: il precoce paladino dell'ecologia - Karl-Schmitt: il grande giurista e il temporaneo avvocato difensore della Repubblica di Weimar.
Mercoledì 19 Artur Moeller van den Bruck: “popoli giovani” e “terzo Reich” tedesco. - Ernst Jünger: la personificazione del soldato del fronte e il pensatore della “mobilitazione totale”.
Giovedì 20 Ernst Niekisch: il nazionalbolscevico – per odio contro “l’Occidente” o per rifiuto del nazionalsocialismo? - August Winnig: il proletario antimarxista.
Venerdì 21 Karl Otto Paetel e Otto Strasser: i nazionalsocialisti “rivoluzionari” contro il nazionalsocialismo “borghese” di Hitler - Sintesi e problematiche conclusive.
Ernst Nolte (Università di Berlino):
LA “RIVOLUZIONE CONSERVATRICE” NELLA GERMANIA DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR
Lunedì 16+1 Introduzione con uno sguardo particolare alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann. - Oswald Spengler: il profetico pensatore della storia e il polemista politico.
Martedì 18 Ludwig Klages: il precoce paladino dell'ecologia - Karl-Schmitt: il grande giurista e il temporaneo avvocato difensore della Repubblica di Weimar.
Mercoledì 19 Artur Moeller van den Bruck: “popoli giovani” e “terzo Reich” tedesco. - Ernst Jünger: la personificazione del soldato del fronte e il pensatore della “mobilitazione totale”.
Giovedì 20 Ernst Niekisch: il nazionalbolscevico – per odio contro “l’Occidente” o per rifiuto del nazionalsocialismo? - August Winnig: il proletario antimarxista.
Venerdì 21 Karl Otto Paetel e Otto Strasser: i nazionalsocialisti “rivoluzionari” contro il nazionalsocialismo “borghese” di Hitler - Sintesi e problematiche conclusive.
04/11/08
Il 4 novembre è l'unica data che può unire tutti i popoli italiani.

* "La strada entra nella casa" del futurista Umberto BOCCIONI, artista che partecipò volontario alla Grande Guerra morendo, poco più che trentenne, a causa di una caduta da cavallo.
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Forse non tutti sanno che la celebre canzone la "Leggenda del Piave" è stata composta dal napoletano E. A. Mario, nome d'arte di Ermete Giovanni Gaeta, uno dei più grandi musicisti di inizio '900. E' una curiosità che ci rivela come la Grande Guerra sia stata l'occasione per attivare un primo contatto tra popoli diversissimi che si trovarono a combattere assieme. Dopo i massacri dello stato sabaudo contro un Sud orfano del proprio legittimo sovrano, i soldati meridionali divisero la trincea con gli annessori per completare il processo risorgimentale. Operazione che è miseramente fallita, visto che,dopo 90 anni, la penisola continua ad essere abitata da popoli che si considerano estranei tra loro, ma che non toglie valore al fatto che, per un momento storico, c'è stato comunque un comune sforzo per unire davvero le Italie.
E' giusto ricordare eroi come l'istriano Nazario Sauro, Cesare Battisti, Francesco Baracca (l'aviatore "rampante"), l'ammiraglio siciliano Luigi Rizzo, Gabriele D'Annunzio , Guido Keller, Enrico Toti, Ettore Muti (volontario a 14 anni!) o AMEDEO D'AOSTA (l'unico Savoia davanti al cui nome mi inchino, tanto più che è stato un meridionale d'adozione avendo frequentato il collegio della Nunziatella di Napoli e la facoltà di legge a Palermo).
Sono figure che non si studiano più a scuola e che andrebbero recuperate anche per onorare ogni nazione dello stivale.
Non dimentichiamo, infatti, che ci furono anche tanti meridionali che condivisero il Risorgimento (salvo magari ricredersi a conti fatti) come il napoletano Luigi SETTEMBRINI del quale mi piace sempre citare questa frase:
"La nazione consiste in una comune eredità ricca di ricordi e nel desiderio di farla rivivere".
Magari Settembrini, se vivesse oggi, la penserebbe come me; ma chi ha creduto in buona fede in un ideale di patria più grande, con i moti carbonari così come durante la Grande Guerra, merita ogni rispetto.
("I colori della gioventù").
N.B. Di celebrare iperbolicamente la Patria in tal dì dovrebbero farne a meno i tanti John Wayne nostrani che, proni da una vita per esterofilia e fondamentalismo atlantista, si sono fatti schiavi degli yankees. Infatti, che nell'anniversario di Vittorio Veneto si svolgano anche le elezioni in USA, è un segno del destino: se nel 1918 provammo a darci una terra comune non arrendendoci nemmeno a Caporetto, oggi siamo solo una colonia di un'ex prima potenza mondiale
18/09/08
Cancellare ogni via dedicata al brigante Garibaldi si può.
Nessuna città del Sud dovrebbe avere una strada intitolata a Garibaldi, invece in fin troppe compare il nome del ladro di cavalli senza un orecchio. Ora il sindaco di Capo D'Orlando ha, finalmente, voluto rompere ogni indugio e intervenire direttamente sulla toponomastica del paese che amministra. Dovrebbe essere imitato.
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