Maurizio Blondet
Come temevo, ricevo una lettera così (e non è la sola).
«Caro Direttore,
capisco la sua riluttanza a parlare sulla vicenda Boffo ma lei non è stato molto tenero con il Salame. Mi aspettavo almeno di vedere pubblicato - come accade spesso in ultima colonna di questo giornale - almeno l’articolo del Giornale. Insomma, se alla direzione del più importante giornale della Chiesa (che oltretutto gode dei finanziamenti pubblici) ci deve stare un ‘noto omosessuale’ per di più ‘attenzionato’ dalle forze di polizia, sarà pure una notizia degna di nota? Se poi costui è anche reo confesso (vedi patteggiamento e sconto di pena) di un reato penale di molestia alle persone, sarà altrettanto degno di nota? Si sta parlando del direttore del giornale dei vescovi italiani, mica del giornalino parrocchiale!!! Prima che costui si dimetta dalla carica, dobbiamo forse aspettarci che venga arrestato dalle Guardie Svizzere in flagranza di atti omosessuali durante un gay party? Spero di no!!! Caro Direttore, se pensa che scrivere di Boffo sia come infierire, si tranquillizzi, via da quella poltrona Boffo può sempre chiedere ospitalità all’Unità di Concita o al giornale di Grillini.
Cordiali Saluti
Gianfranco»
Ed io non capisco il suo tono accusatorio, caro lettore. Visto che Berlusconi stesso ha preso le distanze dal vile attacco di Feltri, perchè vuole che attacchi proprio io? Sarei l’unico. Da destra a sinistra al centro, e specie al centro della Conferenza Episcopale Italiana, è tutto un esprimere solidarietà e confermare stima. E’ così: la pratica omosessuale, un tempo «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio», è diventata una legittima preferenza, uno stile di vita; chi lo critica è «omofobo», esattamente come chi critica gli ebrei per i loro delitti in Israele è «antisemita». Le due lobbies sono potenti, è già duro sfidarne una.
Vuol sentirmi ripetere, come ho già atto tante volte ricavandone insulti, che l’omosessualità nella gerarchia e nei suoi dintorni è uno dei più gravi scandali della Chiesa, continuo fomite di storture e di doppiezze morali? Ma è la gerarchia stessa che mi smentisce: sapeva tutto sul caso giudiziario (ne parlò una pubblicazione radicale credo nel 2004), aveva dunque il tempo di prendere i necessari provvedimenti con l’opportuna discrezione. Evidentemente, ha valutato che i meriti dell’uomo lo rendono insostituibile. Lei è ingenuo e troppo ottimista, caro lettore, a ventilare dimissioni a seguito di arresti «in flagrantia» da parte delle Guardie Svizzere, proprio loro. Ma quali dimissioni?
L’attacco è «disgustoso», come ha detto il cardinal Bagnasco.
Pensi invece che da questo può venire un bene. La Chiesa italiana si è autonominata governo aggiunto del Paese. Non è il solo governo alternativo: abbiamo anche Bankitalia. Esattamente come Draghi a Bankitalia, il suddetto cardinale - ma la pratica è stata inaugurata da Ruini - tiene una «prolusione» mensile, dove, proprio come Draghi, esamina lo stato dell’Italia e dà consigli al governo su come governare. Tutti i giornalisti raccolgono con devozione le sue parole, come fanno con Draghi, e sottolineano i passi in cui appaiono critiche al governo vero, quello votato dagli italiani.
Naturalmente, questi due governi che nessuno ha votato, mentre criticano, non sopportano di essere criticati. E’ un a questione di potere,e la Chiesa italiana, come dimostrano i fatti, difende il suo potere con la stessa rocciosa intransigenza di Bankitalia. Ma almeno, dopo il fatto, non potrà più dire una parola sulle questioni morali, contro le nozze gay, contro la pillola del giorno dopo. Perchè tutte le «sinistre» che gli hanno espresso «solidarietà» in odio a Berlusconi, saranno allora pronte a ricordare al cardinal Bagnasco la stima e la fiducia confermata al personaggio.
Come cattolico, può spiacere. Ma evidentemente la gerarchia ha valutato, ed ha preferito scegliere: il potere, anzichè la verità. Ha preferito indebolire la sua posizione morale, anzichè sostiture un insostituibile direttore, che da parte sua non ha nemmeno fatto il gesto di offrire le dimissioni. Sarà almeno lecito dire che la Chiesa italiana soffre qui un suo, molto particolare, «conflitto d’interesse»?
Ma no. Tutto è normale. Bossi si recherà in Vaticano con Calderoli a spiegare le sue posizioni sugli immigrati, criticate dall’incriticabile CEI. Come vede, il potere dell’altro governo non-eletto viene riconosciuto e legittimato. Spero comprenda meglio la mia riluttanza.
Oltretutto, sono appena tornato da una vacanza alle Canarie (Lanzarote) e ho già voglia di tornarci. A parte la pulizia, l’educazione della gente, le buone infrastrutture pubbliche, la mancanza di graffiti sui bianchi muri di un’edilizia turistica modellata sull’architettura tradizionale popolare e senza abusivismo, tra i vari segni di civiltà ho trovato questo: i giornali radio spagnoli, in questi giorni, parlano della enorme disoccupazione dovuta alla crisi, e delle tasse che lo Stato dovrà aumentare, perchè la crisi economica ha ridotto gravemente gli introiti tributari.
Torno in Italia, e i giornali non parlano che dell’«attenzionato». Cioè di quello che, per corale, totalitaria dichiarazione generale, non è un problema. E allora, perchè dovrei parlarne io? Io che sono stato licenziato da quel non-problema, e potrei essere accusato di spirito di vendetta personale? Di disgustosa Schadenfreude?
Stia tranquillo anche lei, caro amico. Aspettiamo a piè fermo gli sviluppi degli eventi: con la ferma certezza che non mancheranno di regalarci altre gustose sconcezze e sapide, ulteriori prove della nostra boccaccesca inciviltà.
Noi qui vorremmo occuparci della crisi economica e dei suoi mandanti ancora impuniti; dei veri autori degli «attentati islamici» come l’11 settembre, o la strage di Lockerby; del genocidio e dei traffici d’organi che il Reich israeliano continua a perpetrare, nel silenzio dei media e della Chiesa.
Ma queste verità non interessano alla Chiesa, a Berlusconi, a Feltri. Non mi dica che non interessano nemmeno a lei. Altrimenti mi fa venire voglia di tornare a Lanzarote, come tanti pensionati tedeschi che hanno scelto quel posto civile come residenza della loro terza età, con mia grande invidia. E porre su questo sito il cartello «Chiuso per vomito».
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31/08/09
28/08/09
Il senso dei tempi. La famiglia perduta e la frittata gay.
Non riesco a provare antipatia per Max, Cicci e Andrè che pure occupano con i loro corpi, i loro birignao gay e i loro sgargianti asciugamani il mio scoglio di Talamone. Non riesco a capire come si possa aggredire una persona perché è omosessuale. Mi pare rozzo e pure stupido, quasi quanto chi propone leggi ad hoc per salvaguardare i gay come se fossero una specie protetta o una fragile cristalleria da tutelare come bene pubblico e cagionevole. In un paese civile dovrebbero bastare le leggi che valgono per tutti. Ma l'occasione delle recenti aggressioni ai gay è stata ghiotta per riprendere la celebrazione pubblica dell'omosessualità e la condanna di chi non si compiace per la pervasiva presenza di un immaginario gay che colonizza ormai la società.
Non voglio far prediche, preferisco partire dalla realtà, parlando di persone vere. I tre gay che ho citato non sono figure retoriche, ma reali. Ho disordinato i loro nomignoli ma sono davvero là, su quello scoglio in vacanza da Roma: lei, Max, è la femminona del trio, un incrocio tra un lottatore di sumo e una massaia obesa, liscia e abbronzata nelle sue rotondità lucenti, con una raggiera di capelli biondi arruffati ed una risata fragorosa, in falsetto. Poi c'è, non so come definirlo, il capo famiglia, con i capelli biondi legati a ciuppillo, come si diceva da noi delle casalinghe con la cipolla in testa, che governa il gruppo e sforna ogni mattina gustose frittate, con variazioni quotidiane e annuncio pubblico (oggi è di patate). Infine c'è il ragazzo, il pupo, il belloccio, più taciturno, magro e con capelli corti ma biondo-accecanti per denotare l'affiliazione al gruppo. Viaggiano in Mini Minor e scendono tardi al mare, la gente lascia loro la punta prelibata dello scoglio per una sorta di cavalleria o di usucapione.
Mi colpisce la loro voglia di amicizia, le loro carinerie per acquisire simpatia e farsi accettare, la premura con cui salutano tutti e a tutti offrono frittata mista, che è un po' il simbolo della loro vita. Su di me, per esempio, appena mi hanno conosciuto, si sono documentati e il giorno dopo che li ho conosciuti sono venuti preparati, avevano visto su internet vita e opere. Anche per rimediare all'amabile gaffe del primo giorno quando uno di loro, riconoscendomi come giornalista e scrittore, mi ha chiesto se fossi criminologo. Ho risposto che criminale forse sì, ma criminologo lo dica a sua sorella. Non ho ben capito i loro rispettivi ruoli nella vita intima e sessuale, ma non mi interessa saperlo. Mi colpisce di loro questa gioconda maturità, che mette allegria e tristezza. Il gay, e il trans in particolare, nell'ansia di travestirsi e di vivere la propria diversità, resta legato ad una specie di avvizzita infanzia e di sgualcita teatralità, che lo spinge a giocare per darsi un ruolo e a travestirsi per sancire l'asimmetria rispetto all'anagrafe e all'anatomia. Non ho difficoltà a riconoscere nella loro vita un disordine di fondo, come dicono i teologi, anche se mi riesce difficile trovare in giro vite ordinate.
La loro sembra un'identità gioiosa quanto sofferta, preadolescenziale ma quasi costretta all'immaturità, la pubertà come un ergastolo e una maschera permanente. Poi vedo in giro tra coppie scoppiate, famiglie senza figli, e avverto tanta insofferenza, me compreso, verso i rari bambini al loro primo frignare, in spiaggia, in aereo, al ristorante o in albergo. Capisco che un'epoca nata narcisista finisce omosessuale, ama nel suo sesso solo se stessa, la propria individualità accresciuta, non è capace di proiettarsi nella vera diversità, che è etero, e poi nella famiglia, nella procreazione. Ognuno si vive addosso, vive allo specchio e l'omosessualità fotografa e realizza la condizione presente. Se ci fosse uno Schopenhauer del Duemila direbbe che l'astuzia della specie ha deciso di portarci alla morte demografica anche in questo modo, alimentando pulsioni omosessuali.
Di tutto questo non voglio far scontare nulla a Max, Cicci e Andrè, a cui mando virtuali orchidee in cambio di frittata. So distinguere l'errore dagli erranti e sono convinto che una sessualità non disposta a procreare sia una distorsione del disegno naturale - e per chi crede, soprannaturale - di perpetuare la vita e fondare le famiglie. Non un peccato e tantomeno una ragione di disprezzo o di odio, ma un errore. Spesso mi trovo a dover considerare la loro umanità, e i loro gusti, la loro sensibilità, la loro affabilità e cortesia, mediamente più viva di quella dei cosiddetti etero. Mi piacerebbe solo che non si confondesse un'inclinazione privata con un modello pubblico.
L'omosessualità è un diritto, la sfilata gay è invece un esibizionismo che mortifica la loro dignità e la rende caricaturale. Vorrei che i bambini e gli adolescenti fossero educati al piacere e al dovere di formare una famiglia e non al primato assoluto dei desideri soggettivi; senza penalizzare chi per inclinazione naturale o per scelta poi si sottrae. Vorrei che non si ponesse sullo stesso piano una famiglia con padre madre e figli ad un triangolo omosessuale. Vorrei che si tutelasse pubblicamente la famiglia, come un bene pubblico, sociale e civile, naturale e culturale; lasciando le altre unioni, occasionali o omosessuali, alla libera sfera del diritto privato. Mi piacerebbe vivere in una società che coltivasse valori pubblici e poi lasciasse a ciascuno nella propria vita la facoltà di assumersi le responsabilità di una scelta diversa, sulla sessualità e la famiglia, la bioetica e l'eutanasia. Ognuno viva come ritiene di farlo, a patto di non danneggiare il prossimo. Ma una comunità che voglia dirsi civiltà abbia pure il coraggio di indicare i valori comuni e non considerarli occasionali, neutri e soggettivi. Una comunità libera e civile non impone valori ma non si sottrae a educare e orientare.
Per il resto dico a Max, Cicci e Andrè: dividiamoci lo scoglio e la frittata. E chi arriva prima si prende il posto migliore, senza priority omo o etero.
Marcello Veneziani
Non voglio far prediche, preferisco partire dalla realtà, parlando di persone vere. I tre gay che ho citato non sono figure retoriche, ma reali. Ho disordinato i loro nomignoli ma sono davvero là, su quello scoglio in vacanza da Roma: lei, Max, è la femminona del trio, un incrocio tra un lottatore di sumo e una massaia obesa, liscia e abbronzata nelle sue rotondità lucenti, con una raggiera di capelli biondi arruffati ed una risata fragorosa, in falsetto. Poi c'è, non so come definirlo, il capo famiglia, con i capelli biondi legati a ciuppillo, come si diceva da noi delle casalinghe con la cipolla in testa, che governa il gruppo e sforna ogni mattina gustose frittate, con variazioni quotidiane e annuncio pubblico (oggi è di patate). Infine c'è il ragazzo, il pupo, il belloccio, più taciturno, magro e con capelli corti ma biondo-accecanti per denotare l'affiliazione al gruppo. Viaggiano in Mini Minor e scendono tardi al mare, la gente lascia loro la punta prelibata dello scoglio per una sorta di cavalleria o di usucapione.
Mi colpisce la loro voglia di amicizia, le loro carinerie per acquisire simpatia e farsi accettare, la premura con cui salutano tutti e a tutti offrono frittata mista, che è un po' il simbolo della loro vita. Su di me, per esempio, appena mi hanno conosciuto, si sono documentati e il giorno dopo che li ho conosciuti sono venuti preparati, avevano visto su internet vita e opere. Anche per rimediare all'amabile gaffe del primo giorno quando uno di loro, riconoscendomi come giornalista e scrittore, mi ha chiesto se fossi criminologo. Ho risposto che criminale forse sì, ma criminologo lo dica a sua sorella. Non ho ben capito i loro rispettivi ruoli nella vita intima e sessuale, ma non mi interessa saperlo. Mi colpisce di loro questa gioconda maturità, che mette allegria e tristezza. Il gay, e il trans in particolare, nell'ansia di travestirsi e di vivere la propria diversità, resta legato ad una specie di avvizzita infanzia e di sgualcita teatralità, che lo spinge a giocare per darsi un ruolo e a travestirsi per sancire l'asimmetria rispetto all'anagrafe e all'anatomia. Non ho difficoltà a riconoscere nella loro vita un disordine di fondo, come dicono i teologi, anche se mi riesce difficile trovare in giro vite ordinate.
La loro sembra un'identità gioiosa quanto sofferta, preadolescenziale ma quasi costretta all'immaturità, la pubertà come un ergastolo e una maschera permanente. Poi vedo in giro tra coppie scoppiate, famiglie senza figli, e avverto tanta insofferenza, me compreso, verso i rari bambini al loro primo frignare, in spiaggia, in aereo, al ristorante o in albergo. Capisco che un'epoca nata narcisista finisce omosessuale, ama nel suo sesso solo se stessa, la propria individualità accresciuta, non è capace di proiettarsi nella vera diversità, che è etero, e poi nella famiglia, nella procreazione. Ognuno si vive addosso, vive allo specchio e l'omosessualità fotografa e realizza la condizione presente. Se ci fosse uno Schopenhauer del Duemila direbbe che l'astuzia della specie ha deciso di portarci alla morte demografica anche in questo modo, alimentando pulsioni omosessuali.
Di tutto questo non voglio far scontare nulla a Max, Cicci e Andrè, a cui mando virtuali orchidee in cambio di frittata. So distinguere l'errore dagli erranti e sono convinto che una sessualità non disposta a procreare sia una distorsione del disegno naturale - e per chi crede, soprannaturale - di perpetuare la vita e fondare le famiglie. Non un peccato e tantomeno una ragione di disprezzo o di odio, ma un errore. Spesso mi trovo a dover considerare la loro umanità, e i loro gusti, la loro sensibilità, la loro affabilità e cortesia, mediamente più viva di quella dei cosiddetti etero. Mi piacerebbe solo che non si confondesse un'inclinazione privata con un modello pubblico.
L'omosessualità è un diritto, la sfilata gay è invece un esibizionismo che mortifica la loro dignità e la rende caricaturale. Vorrei che i bambini e gli adolescenti fossero educati al piacere e al dovere di formare una famiglia e non al primato assoluto dei desideri soggettivi; senza penalizzare chi per inclinazione naturale o per scelta poi si sottrae. Vorrei che non si ponesse sullo stesso piano una famiglia con padre madre e figli ad un triangolo omosessuale. Vorrei che si tutelasse pubblicamente la famiglia, come un bene pubblico, sociale e civile, naturale e culturale; lasciando le altre unioni, occasionali o omosessuali, alla libera sfera del diritto privato. Mi piacerebbe vivere in una società che coltivasse valori pubblici e poi lasciasse a ciascuno nella propria vita la facoltà di assumersi le responsabilità di una scelta diversa, sulla sessualità e la famiglia, la bioetica e l'eutanasia. Ognuno viva come ritiene di farlo, a patto di non danneggiare il prossimo. Ma una comunità che voglia dirsi civiltà abbia pure il coraggio di indicare i valori comuni e non considerarli occasionali, neutri e soggettivi. Una comunità libera e civile non impone valori ma non si sottrae a educare e orientare.
Per il resto dico a Max, Cicci e Andrè: dividiamoci lo scoglio e la frittata. E chi arriva prima si prende il posto migliore, senza priority omo o etero.
Marcello Veneziani
01/06/09
Offesa al buon costume.

Se si appliccasse il codice penale, costituirebbero reato; invece, oggi, certe manifestazioni di oltraggio alla pubblica decenza vengono addirittura definite gay pride - e il ricorso al sostantivo orgoglio è ancor più stridente - e si svolgono ovunque, anche a Napoli (ed è successo ieri!). E, intanto, mentre in nome dello stato laico si insultano le stimabili donne musulmane che, per condivisione di sentimento religioso, si coprono con il velo e, quindi, non rendendosi identificabili, consumerebbero altra fattispecie di reato, si autorizzano i travestiti a cambiarsi i connotati in pubblico. Godono, forse, di immunità particolari? Il lodo Alfano riguarda, forse, anche tutti i travestiti e ce lo siamo persi? Siccome pare di no, si dia applicazione al codice penale: l'esercizio dell'azione penale è obbligatorio.
01/03/09
Alla fine ha vinto Povia.
Sarà sicuramente l'unica canzone che del passato festival di Sanremo rimarrà nei ricordi. Perchè, anche quest'ultima, come tutte le altre di Povia, è una canzone bella, originale e riflessiva. Eppure, per una settimana, la sua canzone è stata introdotta freddamente da un presentatore prezzolato e ignorata da un pubblico intimidito da chi ha cercato di trasformare il festival della canzone in un gay pride. Evidentemente perchè Bonolis il pappone lo sa fare molto bene. Infatti,senza che nessuno trovasse qualche differenza, è riuscito a far esibire prima il teologo Benigni e l'occhialuto Grillini contro un concorrente e, dopo, le puttane di playboy con una pornostar di passaggio. Ad un pubblico assuefatto a canzoni pro gay come quelle di Anna Tamarratangelo e Cuozzo D'Alessio non si può chiedere anche di indignarsi. Per questo motivo, per una settimana, Povia ha cantato la sua canzone prendendosi ogni tipo di insulti da stampa, media e colleghi incapaci di scrivere un pezzo decente ma sempre pronti a dire ciò che i poteri forti vogliono. Eppure Povia ha moralmente vinto. E' arrivato secondo, ma sarà ricordato più del primo perchè, oltre ad aver scritto una bella canzone, ha dimostrato che il paese reale è stufo delle filastrocche dei gendarmi del pensiero unico e, per questo, l'ha votato. Chapeau!
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