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09/06/09

Israele sequestra i fondi della Chiesa.

Bloccati i conti di una importante istituzione ecclesiastica con sede in Israele
CITTÀ DEL VATICANO - A poche settimane dalla visita di Benedetto XVI in Israele, il governo di Netanyahu ha sequestrato i fondi di una importante istituzione ecclesiastica che a sede in in Israele. La notizia è stata confermata dal delegato della Custodia di Terrasanta, padre David Jaeger, il quale esprime l'auspicio «che la clamorosa iniziativa, se confermata, risulti quella di un singolo funzionario, poco informato, e che nelle prossime ore venga sconfessata e ribaltata dai suoi Superiori, in ottemperanza al noto impegno pattizio dello Stato (nel quadro del suo Accordo fondamentale con la Santa Sede), di astenersi rigorosamente da tali mosse unilaterali in pendenza di negoziato sul piano del diritto pubblico internazionale». Il provvedimento, firmato da Yehezkel Abrahamoff, capo dell'esattoria del ministero delle Finanze israeliano, manifesta di fatto un cambiamento di rotta del governo Natanyahu e, se confermato, rischia di avere pesanti ricadute sulla gestione di scuole e ospedali cattolici. Al momento né le autorità israeliane, né la segreteria di Stato vaticana hanno confermato l'accaduto.

IL PROVVEDIMENTO - L'oridnanza è stata recapitata il 20 maggio scorso ad almeno una istituzione della Chiesa cattolica. Si tratterebbe, secondo fonti locali che hanno chiesto l'anonimato, di «una importante istituzione», la cui identità padre Jaeger non ha inteso rivelare. «Non avendo ricevuto istruzioni in merito e, vista l'estrema delicatezza della materia - ha detto - non sono attualmente in grado di dire se la Custodia di Terra Santa sia bersaglio dei sequestri di fondi della Chiesa decretati dal funzionario del Ministero delle Finanze, il sig. Yehezkel Abrahamoff». Si tratta, comunque, secondo il delegato della Custodia di Terrasanta, di un gesto che rischia di condizionare il prosieguo dei negoziati bilaterali per la definizione dei rapporti economici tra Vaticano e Santa Sede che si trascinano da 16 anni e che, dopo varie interruzioni e passi indietro, sembravano essere giunti sul giusto binario, favoriti dalla visita di Benedetto XVI in Israele dello scorso maggio. Resta da capire il significato e l'entità di questo passo da parte del governo israeliano: la vicenda, se riferita a un caso isolato e ridimensionata, potrebbe ridursi a un piccolo incidente; oppure, se confermata, potrebbe aprire un aspro contenzioso tra Israele e Santa Sede, proprio a poche settimane dalla visita del Papa in Terrasanta.

16 ANNI DI NEGOZIATI - Una fonte bene informata sui negoziati, aggiornati l'ultima volta il 30 aprile scorso, si è limitata ad osservare che si tratterebbe di una violazione degli «Accordi fondamentali», che escludevano esplicitamente la possibilità di azioni unilaterali a negoziato in corso. I negoziati tesi a definire i rapporti economici tra Israele e Vaticano, che un accordo siglato nel 1993 demandava a successive trattative, sono tuttora in corso. Il cosiddetto «Accordo fondamentale» rimandava a ulteriori intese la regolamentazione dello status delle proprietà e delle attività economiche della chiesa cattolica nella parte di Terrasanta sotto sovranità israeliana. Oltre al possesso di alcuni edifici, tra i quali il luogo dove, secondo la tradizione cattolica, Gesù tenne l'ultima cena, è oggetto di negoziato anche il trattamento fiscale da applicare all'attività della chiesa cattolica in Israele. In sede di negoziato il Vaticano ha sempre sostenuto che Tel Aviv debba onorare i diritti acquisiti della chiesa su quei territori prima della nascita dello stato di Israele. Israele, da parte sua, si è mostrato finora poco disponibile a fare concessioni di qualunque tipo alle istituzioni ecclesiastiche, in particolare per quanto riguarda il pagamento delle tasse. L'ultimo incontro della commissione bilaterale in sede plenaria si era svolto il 30 aprile scorso, in vista della visita del Papa in Terrasanta dello scorso maggio. Al termine era stato diffuso un comunicato congiunto che riferiva di «significativi progressi». Era la prima riunione dopo la formazione dell'attuale governo Netanyahu. La delegazione israeliana era guidata dal vice ministro degli esteri Denny Ayalon, del partito di Lieberman, il quale aveva dichiarato in quell'occasione che il nuovo governo di Israele «considera la conclusione di questo accordo con la Santa Sede della massima importanza», tanto più alla luce dell'allora imminente visita di Ratzinger. Un nuovo incontro della commissione in sede plenaria è stato fissato per il prossimo dicembre, ma dovrebbe essere preceduto da altri contatti.

08/05/09

I giudei insultano (di nuovo) il Santo Padre, la Chiesa e i Cattolici.

«Il ragazzo di Roma, l'ex giovane nazista». E' come hanno definito il Papa i conduttori di una trasmissione dell'emittente radiofonica Israel national Radio dei coloni israeliani, che fa capo all'agenzia informativa Arutz Sheva. Attacchi durissimi alla vigilia del pellegrinaggio in Terra Santa di Benedetto XVI. I coloni non vedono di buon occhio il possibile accordo fra Israele e Santa Sede in base al quale alcuni luoghi santi sarebbero ceduti al Vaticano.

Le offese. Tovia Singer e Tamara Yonah, conduttori del programma, definiscono il Papa «il ragazzo di Roma, l'ex giovane nazista», e affermano che viene in Israele da «crociato» per chiedere agli ebrei «di svendere parte della Terra Santa alla sua Chiesa».

«La richiesta di sovranità sui luoghi sacri». «Si legga il libro di Zaccaria o la Genesi - affermano i due conduttori - al posto di Agostino: questa terra è legata a un'Alleanza, non appartiene a Roma. «Pretende di venir qui nei nostri posti più sacri indossando la croce, senza nessun rispetto: vada a farlo alla Mecca».

E ancora: «Deve venire come una persona umile, non come un usurpatore», «speriamo che quando va all'aeroporto di Roma il motore dell'aereo non parta». Quindi vengono fatti riferimenti classici ai capitoli negativi e alle leggende della storia passata della Chiesa, si parla dei crociati che quando arrivarono a Gerusalemme nel 1099 uccisero tutti gli ebrei. E poi vengono ricordati i bambini ebrei rapiti dalla Chiesa anche in Italia; «chissà che qualcuno di loro non diventi Papa». Si ricorda anche il cardinale Jean Louis Lustiger di origine ebraica, ora scomparso del quale si dice: «il convertito: pensate che alcuni ebrei sarebbero persino stati fieri se fosse diventato Papa. Come siamo ridotti».

«Certo, non tutti i cattolici sono cattivi. Ma è un dato di fatto - aggiunge il conduttore Tovia Singer -. Quelli che sono amici di Israele lo sono nonostante la Chiesa di Roma». Quindi nel programma si afferma che «dicono di seguire i comandamenti: il terzo dice di non adorare immagini; perché - allora - le loro Chiese sono piene di statue?».

La posizione del governo. Il testo della trasmissione è stato rilanciato anche dalla rivista "Mondo e missione" che rileva come «la maggior parte degli ebrei non la pensa come Tovia Singer. E il governo di Israele - che pure ha nella sua compagine anche deputati molto vicini ad Arutz Sheva - ha detto con chiarezza che il viaggio del Papa sarà un'occasione importante di dialogo e di pace. Detto questo, però, le voci dei fanatici anche in campo ebraico esistono». Quindi si rileva che anche estremisti islamici in Giordania hanno chiesto al Papa di scusarsi per il discorso di Ratisbona

25/03/09

T-shirt dei soldati israeliani inneggiano al genocidio palestinese

Israele stato canaglia!

Bambini palestinesi trucidati, madri in lacrime sulla tomba dei loro figli, foto di ragazzini con una pistola puntata alla testa, moschee bombardate. Sono queste le macabre immagini che i soldati israeliani chiedono di stampare sulle loro magliette. "One shot, two kills" (un colpo, due morti) è invece l'inquietante frase stampata sulla t-shirt di un militare in borghese.
Sopra la scritta, la foto di una donna palestinese incinta, centrata in un mirino. Gli uffici di "Adiv", il negozio di magliette nella zona sud di Tel Aviv, stanno ricevendo un numero crescente di richieste da parte di militari israeliani.

Una maglietta appena uscita dalla stampante è stata prenotata da un cecchino dell'esercito. Sotto la foto del corpo di un bambino palestinese, con accanto la madre in lacrime, campeggia la scritta "Better use Durex" (meglio usare il profilattico).

"Scommetti che sarai violentata?", è la domanda stampata sulla maglia di un altro soldato, accanto all'immagine di una ragazza piena di lividi. Diverse magliette portano la scritta "confirming the kill" (verifica di aver ucciso), con l'invito a sparare un colpo di pistola alla testa alle proprie vittime. Su altre t-shirt, le immagini di moschee bombardate. Poi, cadaveri e devastazioni.

E' già la seconda volta in una settimana che l'esercito israeliano finisce nella bufera. Giovedì scorso, sempre il quotidiano Haaretz, ha sostenuto che le forze armate israeliane durante l'offensiva nelle Striscia hanno ucciso "civili palestinesi grazie a regole di ingaggio tolleranti" e "distrutto deliberatamente le loro proprietà". L'inchiesta si basava sulle testimonianze di alcuni soldati che parteciparono all'operazione Piombo Fuso.

Uno dei militari di Tsahal aveva raccontato di una donna e dei suoi figli uccisi per errore da un cecchino che, per un difetto di comunicazione, non era stato informato in tempo che le vittime erano state autorizzate a uscire dalla casa nella quale erano state chiuse da giorni. In un altro caso, "il comandante di una compagnia ordinò di sparare a un'anziana donna palestinese" che morì sul colpo. La sua unica colpa, scriveva Haaretz, era stata quella di camminare "a 100 metri da una casa dove i soldati (israeliani) avevano installato il loro comando". Già allora un portavoce dell'esercito aveva annunciato l'apertura di un'inchiesta.

11/02/09

E se l'avesse detto Ahmanidejad?

"Gaza deve essere distrutta così come si fece con Hiroshima e Nagasaki. Tanto di bombe atomiche ne abbiamo 400".

L'ha detto uno dei leader di Israel Beitenu, il terzo partito israeliano.

27/01/09

Giorno della memoria.

Aghanistan, Iraq, Libano, Palestina, Siria, Iran. Quante altre civiltà dovremo distruggere per appagare la lobby, quanti altri massacri di innocenti dovranno essere compiuti prima che gli uomini liberi fermino gli esecutori del pensiero massonico-ateista?

20/01/09

Perchè un cattolico non può che stare con i Palestinesi .


"Ma quale popolo eletto? Secondo voi il Signore può mai pensare a chi, come gli ebrei, fa a tempo pieno il macellaio?"
E' questo l'inizio della predica che il padre guardiano di un convento francescano ha tenuto, durante la messa domenicale, per commentare il genocidio palestinese perpretato da sciacalli infedeli senza nè patria nè umanità.

E' una fortuna che gli esponenti di Allenza Ebraica, in particolare il presidente della Camera ardente Giacobbe Fini, frequentino solo Sinagoghe, perchè - se mai fossero entrati in quella Chiesa - avrebbero sicuramente parlato di limiti della decenza superati.

Un po' come hanno fatto per Santoro, l'unico che non si è lasciato attrarre dalla propaganda ultrasionista. Sono trenta anni che conduce, in maniera parzialissima, le sue trasmissioni - memorabili quelle in favore di una frocizzazione di massa - eppure solo adesso gli aderenti al partito dell'italico Bocchino levano gli scudi scontro l'indecente Santoro. Si sa, i camerieri si muovono solo a comando.

L'ambasciatore israeliano ha protestato con una lettera formale inviata al presidente della RAI Petruccioli, mentre il rabbino di Venezia ha attaccato direttamente il Papa per aver osato citare i bambini massacrati a Gaza.

Questo perchè la lobby non si accontenta di aver il controllo dei media e dei componenti delle assemblee parlamentari (compreso chi, fino a 3 anni fa, cantava settembre nero tra bandiere irachene e palestinesi e oggi tace), ma vuole l'anima dei propri servitori.

E' logico, quindi, che in questo senso, si scagli contro la Chiesa, l'unico baluardo contro il pensiero massonico-ateista teorizzato da Sion.


N.B. Ringrazio il CAPO del Venezuela Hugo Chavez che, dopo aver espulso l'ambasciatore yankee e quello israelita, è stato chiaro anche su Obama: "sara' un fallimento, ma anche se sara' peggiore del presidente uscente, a noi non importa perche' noi siamo liberi".

11/01/09

Chi sarà il più circonciso?


Chi sarà l'esponente di AN che più si è circonciso? Giacobbe Fini, Ariel Bocchino,Giuditta Gasparri o Sansone Alemanno?

L'ultima dichiarazione di Rachele Ronchi, di certo, non va per il sottile e merita di entrare nella top ten delle voci bianche di Alleanza Ebraica:

"Sono qui per esprimere solidarietà ad Israele. Gli israeliani sono gli aggrediti, Hamas è l'aggressore". Lo afferma il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che partecipa alla manifestazione 'Sosteniamo Israele, sosteniamo la pace'. Ronchi aggiunge: "Partecipo a questa manifestazione come ministro e come esponente di An. La nostra cultura è contro il terrorismo. Contro chi non ha il coraggio di dire che Israele ha ragione. Contro gli sciacalli che vogliono boicottare i negozi degli ebrei".
Naturalmente, però, Ronchi considera "aggressore" chi si fa ammazzare inerme.

Secondo l'ufficio dell'Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) il 5 gennaio in un edificio hanno trovato la morte circa 30 persone, colpite dal fuoco israeliano, e decine sono state ferite. Il portavoce israeliano ha cercato di smentire quanto affermano tutti, ovvero che il giorno precedente all'eccidio i soldati abbiano ordinato ai civili palestinesi di chiudersi nell'edificio. "Ma dove è finito Walid?". Ricoverata in una corsia dell'ospedale Shifa di Gaza, Amal Samuni, nove anni, non riesce a darsi pace. Walid (17 anni) è il suo cugino prediletto, è sempre disponibile a giocare e scherzare con lei, ogni tanto la sorprende donandole caramelle. La sua presenza sarebbe dunque oggi più che mai necessaria. Ma Walid non si trova. "Walid - insiste con un filo di voce - dove sei?". I parenti di Amal cercano di distrarla. Due dei suoi fratelli e il padre sono morti e Walid da quattro giorni non si trova più. Probabilmente è ancora sotto le macerie del 'magazzino della morte', nel rione Zaitun di Gaza. La cognata di Walid, Mayssa Samuni, 23 anni, è ricoverata nella stanza accanto. E' seduta sul suo letto e tiene in mano la figlia più piccola, Jumana, di 9 mesi. Una mano della bebé ha tre dita amputate. "Domenica (4 gennaio), di prima mattina, i soldati israeliani sono entrati nella nostra abitazione e in quella di nostri parenti e ci hanno ordinato di radunarci tutti in un locale vicino, una specie di magazzino di cemento" racconta Mayssa all'ANSA. Erano diverse decine di persone, tutte del clan familiare dei Samuni. Senza acqua, senza cibo. Così è trascorsa una giornata. "La mattina di lunedì (5 gennaio) tre miei cugini hanno socchiuso la porta, hanno visto che la situazione sembrava tranquilla e hanno deciso di avventurarsi fuori. Ma fatti pochi passi sono stati colpiti: da un razzo sparato da un aereo senza pilota o da un carro armato, non saprei". "Noi - prosegue Mayssa - eravamo molto spaventati. Poi, dopo due ore circa, c'é stata una seconda esplosione, all' interno del magazzino che si è riempito di fumo e di polvere. Quando abbiamo potuto vedere cosa era accaduto attorno a noi, abbiamo constatato che per terra c'erano decine di cadaveri e di feriti". "Ho visto subito che mio marito era morto. Poi fra i cadaveri ho riconosciuto anche mio suocero, mia suocera, delle zie, alcuni nipoti.

07/01/09

Non tutti stanno a guardare.

CARACAS - Espulso dal Venezuela l'ambasciatore israeliano in seguito al genocidio palestinese attuato da Israele. L'annuncio e' stato dato dal ministro degli esteri di Caracas con una nota ripresa dalla televisione di stato. Poco prima il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva chiesto alla comunita' ebreaica del paese di condannare le azioni militari di Israele.

GRAZIE, PRESIDENTE!
Non tutti prendono ordini dagli eredi di Erode.

19/09/08

Confermato: Israele usava la Georgia come base di attacco all’Iran

«In base ad un accordo segreto fra Israele e Georgia, due campi d’aviazione militari nella Georgia meridionale erano stati assegnati ai bombardieri israeliani per un attacco preventivo contro le installazioni nucleari dell’Iran. Ciò riduce notevolmente la distanza che i caccia-bombardieri devono coprire per raggiungere i loro bersagli in Iran».

Stavolta a scriverlo nero su bianco non è un complottista marginale. E’ Arnaud De Borchgrave, storico direttore del Washington Times ed ora, in tarda età, «editor-at-large» (ossia direttore non esecutivo, ma libero commentatore) dell’agenzia internazionale UPI. Un personaggio con ottimi agganci con servizi segreti, in primo luogo francesi.

Ora egli conferma tutto ciò che abbiamo detto in questo sito: Israele ha addestrato ed armato i georgiani, e si è fatta pagare (in parte) facendosi concedere due basi militari avanzate contro Teheran. S’intende che i caccia-bombardieri israeliani, per raggiungere le loro basi in Georgia, avrebbero dovuto «sorvolare lo spazio aereo della Turchia».

«L’attacco ordinato da Saakashvili contro il Sud-Ossezia la notte del 7 agosto», aggiunge De Borchgrave, «ha dato ai russi il pretesto per ordinare alle sue forze speciali di fare incursione in queste basi isrealiane, dove si dice che sono stati catturati diversi droni israeliani. E’ dubbio che l’IAF (Israeli Air Force) possa ancora contare su queste basi», dice sardonico.

Al pubblico americano, De Borchgrave rivela diversi particolari già noti:

Che il «ministro della Difesa georgiana Davit Kezerashvili è un ex-israeliano che si è trasferito per facilitare le vendite di armi israeliane con l’aiuto degli USA».

Che «il primo ministro Vladimir Gurgenidze», prima dell’attacco, «ha fatto una telefonata in Israele per chiedere una benedizione speciale al più importante rabbino degli haredim, rabbi Aaron Leib Steinman».

Che «da Israele arriva il maggiore Roni Milo, ex ministro e sindaco di Tel Aviv, con suo fratello Shlomo, in qualità di rappresentanti della Elbit Systems, e delle Israeli Military Industries». Sono i droni fabbricati dalla Elbit ad «aver condotto i voli di ricognizione nella Russia meridionale, e anche nel vicino Iran».

Che il «ministro georgiano Temur Yakobashvili - un ebreo secondo Haaretz - si è fatto intervistare dalla radio dell’armata israeliana per vantarsi», alquanto improbabilmente, che «un piccolo gruppo dei nostri uomini sono stati capaci di spazzar via una intera divisione russa, grazie all’addestramento israeliano».

Il generale Anatoly Nogovitsyn, vice-capo di Stato Maggiore russo, ha infatti confermato in una conferenza-stampa a Mosca che l’aiuto israeliano alla Georgia comprendeva «otto tipi di veicoli militari, esplosivi, mine ed esplosivi speciali per pulire i campi minati», e in più «un numero di istruttori israeliani distaccati presso la milizia georgiana valutato tra i 100 e i mille. Oltre ai 110 militari USA impegnati nell’addestramento in Georgia».

De Borchgrave ricorda che a luglio era avvenuta l’esercitazione USA-georgiana «Immediate Response 2008», durante la quale «2000 soldati USA erano stati trasportati in Georgia», lasciando capire che tale esercitazione serviva a preparare, e a mascherare, l’attacco a sorpresa al Sud Ossezia.

Invece la sorpresa l’hanno fatta i russi. Perchè - e qui De Borchgrave fornisce informazioni molto interessanti, di sue fonti - agenti doppi russi, «che in apparenza lavorano per i georgiani», hanno riferito a chi di dovere delle «fantasie militariste dell’impetuoso Saakashvili»; d’altra parte, gli Stati Uniti non avevano sufficiente «capacità di spionaggio satellitare, già stra-impegnato nelle guerre in Iraq e Afghanistan».

Sicchè nè gli uni nè gli altri «si sono accorti che le forze russe erano pronte ad una risposta immediata e massiccia all’attacco in Sud-Ossezia, che Mosca sapeva (in anticipo) imminente».

Quando poi la sorpresa si è trasformata in rotta, l’ambasciatore georgiano a Gerusalemme ha chiesto disperatamente di «far pressione su Mosca». Ottenendo la seguente risposta: «L’indirizzo per questo tipo di pressioni è Washington». Che, come sappiamo, esegue. Israele, a quel punto, era allarmatissima di non guastarsi del tutto con Mosca: la Russia può creargli molti guai, fornendo armamento all’Iran, alla Siria, a Hezbollah.

Il fatto è, conclude sarcastico De Borchgrave, che Saakashvili era convinto che gli USA l’avrebbero sostenuto totalmente nella sua guerricciola, correndo in suo aiuto contro la Russia, come «se la Georgia fosse l’Israele del Caucaso». Ovviamente gli USA non hanno potuto fare altro che qualche borborigmo minaccioso, e qualche provocazione inutile, come mandare aiuti «umanitari» ai georgiani su navi da guerra. Ottenendo anche qui una mezza umiliazione.

La Turchia, che controlla lo stretto del Bosforo, ha rifiutato il passaggio di navi da guerra americane di grande tonnellaggio nel Mar Nero, come ha il diritto di fare in base alla Convenzione di Montreux, un trattato internazionale del 1936. Il che conferma perchè la Turchia «non merita» di entrare nella UE: ha troppa dignità, troppo senso del proprio interesse nazionale, per entrare in questa conigliaia di servi spaventati di Israele.

Un collega, ottima fonte, mi dice che anche la UE ha finanziato l’armamento della Georgia, attraverso denari etichettati come «fondi per lo sviluppo». Naturalmente è una notizia incontrollabile per principio, dati i labirinti del bilancio eurocratico, dove la pratica di nascondere le voci sotto altre voci è una forma d’arte. Ma è del tutto credibile.

Il che spiega perchè le truppe russe non hanno fretta di lasciare la Georgia. E perchè la UE ha alzato il ditino moralistico contro Mosca, ma per poi farle sapere (dopo consultazioni sottobanco) che non la isolerà nè eleverà sanzioni contro la Russia; annuncio che è stato accolto a Mosca con sardonica soddisfazione. Perchè tutti capiscono che le sanzioni, sono loro che le possono applicare a noi, tagliandoci il petrolio in inverno.

Così abbiamo fatto anche questa figura: dei deboli ridicoli e doppiogiochisti, per non aver avuto il coraggio di affermare che la ragione stava dalla parte di Putin, e che Israele e gli americani devono smettere di provocare e intrigare «out of area», mettendo in pericolo il mondo.

Forse siamo noi che dovremmo chiedere l’entrata nella Turchia...

11/08/08

Georgia, Israele ha perso di nuovo.

Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».

La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini baltici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola numero 12»

In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani... Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».

Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto».

Eccolo:

«Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».

Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.

Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiane in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».

Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».

Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraq e Afghanistan.

Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?

Invece avviene il contrario, naturalmente.

Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche».

Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande armata occidentale dai tempi della prima guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40% delle benzine e dei carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e dei carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».

Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati Paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.

Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».

Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.

Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.

Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».

Le grandi manovre giudaiche («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.

Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.

Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.


• Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini. In base ad un accordo firmato fra i due Paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto». Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
• Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel Paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della Difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).


Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.

I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.

Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di TG del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.

07/07/08

«Attacchiamo l’Iran perchè è debole»


Gli americani «devono» attaccare l’Iran prima che si faccia la bomba; o almeno devono farlo gli israeliani, perchè il regime di Teheran costituisce «una minaccia all’esistenza stessa di Israele». Questo è l’argomento della propaganda, che ogni giorno viene ribattuto con toni sempre più alti. Anzi, Haaretz ha cominciato a dire di più: è l’Iran ad essere in grado di attaccare preventivamente Israele; coi suoi missili Shihab 3 e 4 può «colpire bersagli strategici e civili, causando forti perdite umane ed enormi danni». Anzi, c’è la prova che l’Iran si prepara proprio a questo.

Quale?

«Alcuni anni fa», scrive Haaretz, «il generale Ahmed Wahid, capo delle industrie aeronautiche iraniane, disse che l’Iran non considera gli Stati Uniti un bersaglio». Ergo, è Israele che Teheran tiene sotto tiro. Non è solo un esempio di razionalità talmudica, è anche la «narrativa ufficiale» che ci viene venduta in preparazione-giustificazione dell’attacco preventivo.

Ma fra loro, i sionisti si dicono esattamente il contrario: questo è il momento di attaccare Teheran, perchè il regime è debole. Politicamente e militarmente. La fortissimo disparità militare fra l’Agnello di Sion e il «nuovo Hitler» è tutta a favore di Israele, dicono Patrick Clawson e Michael Eisenstadt, in uno studio pubblicato dal Washington Institute of Near East Policy (WINEP): proprio per questo l’attacco preventivo è fattibile, e gli americani non devono preoccuparsi delle conseguenze.

La stessa cosa dice Chuck Freilich, membro del Belfer Center on Science and International Affairs (di Harvard): Israele ha una tale schiacciante superiorità, che non ha nulla da temere.

Tutt’e tre questi personaggi hanno noti legami con Israele: il WINEP ha sempre suggerito politiche pro-israeliane, e ha come direttore-fondatore Martin Indyk, che è stato direttore delle ricerca dell’AIPAC, American-Israel Public Affairs Committee, ossia della più potente fra le lobby ebraiche che determinano la politica USA. Freilich è un vice-consigliere della sicurezza nazionale di Israele.

I tre puntano, con il loro argomento (che è il contrario della narrativa ufficiale) a convincere i responsabili americani che devono loro, non Israele, prendere l’iniziativa dell’attacco preventivo. Le possibilità di ritorsione dell’Iran, assicurano, sono molto limitate.

Inoltre, sottolineano che il regime di Teheran è una controparte razionale, la quale ha ben presente quali sarebbero i costi di sue rappresaglie: anche questo, l’esatto contrario della versione ufficiale, secondo cui gli ayatollah sarebbero dominati da una sete apocalittica di auto-distruzione del mondo, per via del profetismo sciita da tempi ultimi.

Intervistato da Haaretz, Clawson (uno dei due del WINEP) ha assicurato: «secondo le nostre valutazioni, le opzioni di ritorsione dell’Iran sono poche e deboli». Freilich ha scritto un articolo sul Jerusalem Post per battere lo stesso chiodo: «Smettiamola con questa infondata avversione per il rischio, con cui ci sconfiggiamo da soli: non dimentichiamo chi tiene il bastone più grosso, più incalcolabilmente grosso. Non è certo l’Iran».

I due autori del WINEP smentiscono l’una dopo l’altra le asserzioni sulla potenza iraniana, propaganda buona per le masse. Anzitutto, non è vero che Teheran sta accelerando a ritmo infernale i passi per dotarsi di un’arma nucleare: «Più che una corsa al nucleare, Teheran sembra dedicarsi ad una passeggiata al nucleare». Non è vero nemmeno che l’Iran sviluppa il nucleare per scopi minacciosi; è spinto invece «dall’aspirazione al prestigio e all’influenza», aspirazione che soddisfa già l’avere il nucleare civile.

Quanto alla minaccia iraniana di essere in grado di bloccare il traffico navale nel Golfo Persico (da cui passa il 90% del greggio per l’Occidente e la Cina), non va presa sul serio: l’Iran ha sempre dimostrato grande cautela nella reazione ad attacchi in passato. Teheran sa benissimo che gli USA hanno la forza per devastare del tutto la loro modesta marina militare.

A questo proposito, gli autori evocano il caso dell’aereo civile iraniano carico di passeggeri, abbattuto nel 1988 dall’aviazione americana (ci dev’essere uno Stato-canaglia nel mondo...); allora Teheran minacciò rappresaglie, ma invece si accordò per il cessate-il-fuoco con Saddam Hussein (erano i tempi della guerra Iran-Iraq) nel timore che gli USA usassero il pretesto per entrare nel conflitto apertamente a fianco dell’Iraq, come già facevano di nascosto.

Quanto al pericolo che Hezbollah reagisca ad un attacco sull’Iran con una salva dei suoi razzi dal Libano meridionale - allarme molto agitato in queste settimane - gli autori minimizzano. Anzitutto, negano che Hezbollah sia una forza alle dipendenze dell’Iran (come ci racconta ogni giorno la «narrativa ufficiale»), e quindi che possa «reagire automaticamente» ad una incursione americana sull’Iran; invece, Hezbollah agirà «secondo il proprio interesse». Inoltre, «è ben consapevole della forza di Israele e della durissima rappresaglia che si attirerebbe» addosso.

Il vero problema, ammettono, è che «un Iran fornito di armi nucleari potrebbe limitare lo spazio di manovra israeliano sui fronti palestinesi e libanesi».

Gli autori del rapporto WINEP sottolineano il fatto che, da sempre, Israele ha la più completa libertà militare nella zona, e ha usato senza scrupoli nè limiti quella sua superiorità totale. Il fatto che l’Agnello di Sion abbia distrutto il Libano al completo nella sua aggressione ad Hezbollah nel 2006, e che abbia bombardato la misteriosa installazione in Siria, dimostra chiaramente che Israele non teme alcuna ritorsione dall’Iran. Questa estrema disparità di forze è un un dato noto a tutti i vicini di Israele da mezzo secolo.

Ray Close, il capostazione della CIA in Arabia Saudita al tempo della guerra del Kippur, ha ricordato che in quei giorni l’aviazione israeliana fece numerose incursioni provocatorio-dimostrative sorvolando basi militari saudite nel nord del Paese, e sganciando i serbatoi vuoti, ad ammonire l‘Arabia (che non era in guerra con Israele) che potevano ripetere il gioco con le bombe vere.

La conclusione logica di queste valutazioni dovrebbe essere: non è vero che l’Iran sia una minaccia, dunque non è il caso di attaccarlo preventivamente. Invece, gli analisti sionisti raccomandano l’esatto contrario: l’Iran è debole, appunto per questo si può e si deve aggredirlo. Logica talmudica.
Ma Gareth Porter, il giornalista che ha segnalato queste valutazioni in corso fra addetti ai lavori israeliani, ricorda che nel 1964, i fautori in USA dell’attacco al Nord Vietnam, avanzarono lo stesso argomento: il Nord Vietnam (e la Cina comunista sua alleata) sono troppo deboli per montare una reazione militare seria...

29/06/08

La strage di Bologna? Chiedere ad USA e Israele

- ROMA, 27 GIU - La strage di Bologna non e' opera ne' dei fascisti, ne' dei comunisti, secondo Ilich Ramirez Sancchez, piu' noto come Carlos. La responsabilita' che Carlos ipotizza e' quella dei servizi americani e israeliani, magari con una sorta di trappola e di depistaggio. Lo 'Sciacallo' ha risposto, nel carcere parigino di Poissy, ad una domanda dell'ANSA sulla strage di Bologna, portatagli dal suo avvocato difensore, Sandro Clementi.

Ora, posto che è agli atti del processo che

- i servizi segreti italiani hanno tentato di depistare le indagini;
- la P2 e Licio Gelli hanno fatto indirizzare le indagini sulla pista fascista;
- non è mai stata battuta adeguatamente nè la pista libica nè quella palestinese.
- che la sentenza di condanna per Luigi Ciavardini, ritenuto l'esecutore materiale della strage, fa buchi da tutte le parti e si basa fondamentalmente sulla falsa testimonianza del delinquente Massimo Sparti e su una telefonata che sarebbe avvenuta tra Ciavardini e la fidanzata ma della quale non si sa il contenuto nè se sia davvero avvenuta;

bisogna interrogarsi sui motivi che hanno portato al depistaggio.

Chi insiste sulla pista palestinese parte dall'accordo segreto che ci fu tra il governo italiano e i terroristi palestinesi, affinchè fosse concesso a questi ultimi di trasportare armi nel nostro territorio se non avessero fatto degli attentati. Siccome, poco prima della strage, furono fermati diversi aderenti all'OLP, si conclude che - con la bomba alla stazione di Bologna - i terroristi abbiano ritenuto saltato il patto.

Ora, chiedo io, e se a metterci lo zampino sono stati proprio Cia e Mossad per far saltare il citato accordo? In questo modo troverebbero una spiegazione anche i tentativi di depistaggio. La domanda sicuramente merita la revisione del processo.