Roma. “Il nascondimento – così ci dice l’ultimo superstite delle Waffen SS, appaiando sul tavolinetto ‘Segnavia’ di Martin Heidegger con il ‘Canone buddista’ – è la veste di potenza della realtà”. Pio Filippani Ronconi che nel campanello del suo appartamento ha giustamente messo tanto di corona araldica, infatti, non s’è mai nascosto. Forse il disvelamento è allora la veste di potenza del mondo che sta dietro il mondo, perché il signor conte è sempre stato quello che è. Asiatico per parte di nonna, madrileno di nascita, italiano di patria, è insignito della Croce di Ferro e quasi quasi minimizza. “Una Croce di seconda classe, non era certo la Croix pour le merit del caro Ernst Jünger. Ma cosa mai posso essere stato rispetto ai miei antenati guerrieri, io?”. Ne ha avuto uno che s’è fatto fucilare per non aver voluto gridare “vive la République!” davanti al fuoco dell’esercito napoleonico, un altro che si ricordò in un post scriptum di essere stato nominato anche medaglia d’oro, uno zio, “uncle Joseph”, nelle A ntille di quel tempo che “certo non erano il posto chic di adesso”, un padre – “l’ingegnere signor conte” – veloce con la colt da meritarsi più di una leggenda nelle Americhe di Butch Cassidy e Sundance Kid e del Mucchio Selvaggio, una madre infine, catturata nella Spagna della guerra civile, che quando viene portata “all’allegra fucilazione” rieducativa dai rossi di Barcellona, chiede al capo plotone: “Dammi il cappotto”. La storia della mamma è niente male. “Il rosso le risponde: ‘Che cosa te ne importa donna, tra poco sarai un pezzo di carne frolla’. Lei chiese ancora il suo cappotto: ‘C’è freddo, non voglio che tu possa pensare che stia tremando
dalla paura’. Il capo plotone le si avvicinò rapito: ‘Donna, tu hai più coglioni di me!’ ”. La madre aveva “occhi verdi e spirito celtico”.
E’ un soldato dunque Pio Filippani Ronconi. Forse l’ultimo: “Ma cosa mai posso essere stato rispetto a tutti i miei antenati guerrieri, io. Il più male in arnese di loro mi fa marameo”. E il signor conte appoggia il pollice al naso e, pur tradendo un leggero tremore da ottantunenne, fa: “Marameo”.
Disarmando ogni pregiudizio, offrendosi all’occhio laico e al pudore liberale, così si presenta: “Sono solo un relitto che non è potuto affondare per mancanza d’acqua”. E si potrebbe aggiungere: “E’ un relitto che non hanno saputo affondare”. Pio Filippani Ronconi che è stato comunque un potente rappresentante dell’establishment culturale accademico, è anche la più recente vittima della memoria. Si sono accorti di una sua foto in divisa (“Avevamo pantaloni da sci, la giacca germanizzata, le mostrine con le rune, berretto col Totenkopf”), hanno inviato una email al cdr del Corriere della Sera dove il conte, che è il più importante tra gli orientalisti, aveva cominciato a scrivere, e Ferruccio de Bortoli – custode, anche suo malgrado, della memoria – lo ha dovuto sospendere o meglio licenziare o, piuttosto, cancellare. In un film americano “L’allievo”, con la storia di un distinto signore in età, dal passato buio (ovviamente nazi), ci hanno fatto un racconto di bassa pedagogia buonista. Con Pio Filippani Ronconi, invece, i vicini che se lo sono visti ritratto sul giornale in divisa (quella divisa) hanno fatto solo un commento alla moglie: “Ma che bel ragazzo era il professore!”.
Il signor conte è appunto professore. Maestro all’Istituto orientale di Napoli, traduttore delle Upanishad , autore Utet e Bollati Boringhieri, collaboratore di Giorgio Colli, autorità indiscussa di quella scienza della guerra che è la notte del ΝΕΚΤΑΡ. C’è una formula vedica che rende bene l’idea. “Ayus pra tr” signica “portare la vita al di là degli ostacoli”, o meglio, “fare attraversare la morte alla vita”. Ebbe una laurea honoris causa ancora qualche anno fa. Consegnatagli democraticamente a Trieste da Luigi Berlinguer. Fece una prolusione in latino e in persiano. Di lui si sa che conosce tante lingue da far sospettare una contaminazione tale da ricorrere a un manuale d’esorcismo. Parla un tedesco vagamente barbarico, con influenze svedesi, borbotta in spagnolo, sbotta in runico, pensa in sanscrito. Declama tutti e trenta i plurali regolari dell’arabo e naturalmente anche il trentunesimo, l’irregolare. “Sono come quelli abruzzesi” dice lui per rassicurare gli stupefatti. Pratico del Tibet manco fosse l’Abruzzo, ulula nella lingua dei lupi e anche in quella dei turchi. Una volta, addormentato in una grotta, venne svegliato da una coppia. “Di lupi, non di turchi”. Conosce l’ebraico e l’aramaico. Li studiò da ragazzino frequentando la sinagoga di Roma quando era un giovane collegiale al De Merode. “Nessuno poteva mai immaginare in me la futura SS. Entravo e chiedevo: ‘Dove si sta leggendo?’. Trovavo sempre un dito gentile che mi indicava il punto del Libro”. “Da adulto, andando in giro per il mondo – perché non creda che io abbia trascorso tutto il mio tempo studiando – ho disseminato dappertutto le rune. In Africa, in Asia, nelle Americhe. Vedrà che prima o poi qualche archeologo tedesco cadrà in questa trappola e ci farà una teoria su quanto avevano girato il mondo gli antichi germani. Ho studiato la Cabala naturalmente”. Ha studiato la Cabala naturalmente.
La storia di Pio Filippani Ronconi è veramente la storia del mondo dietro il mondo. Altro che laurea. La cameriera che certo non decifra la delicata calligrafia iranica del signor conte, si raccomandava: “Se la faccia dare in medicina la laurea, ché i dottori guadagnano bene”. Questo ultimo aneddoto ce lo ha raccontato la moglie che è un bello spirito. Lei si sta divertendo in queste giornate di offensiva del politicamente corretto, squilla il telefono e dice al marito: “Wanda, ti vogliono. Sei più cercato di Wanda Osiri ormai”. In questa casa dove ci guardano gli occhi dello Scià persiano, accanto alle divinità guerriere della perfezione, da sotto il vetro della scrivania guarda anche un frate cappuccino. Un giorno un marocchino amico di famiglia si ritirò per la preghiera avendo però il cuore colmo di sconforto. Povero, senza aiuto, alzava il canto al Dio Clemente e Misericordioso quando a un tratto si trovò interrotto da un uomo in saio, forse un sufi, ma con le mani bendate, che gli disse: “Non avere pena, domani avrai il denaro sufficiente per andare a Mecca”. Turbato, il marocchino se ne tornò agli affanni della sua giornata per trovare l’indomani nella buca delle lettere una busta piena di soldi. “La lettera era stata spedita da San Giovanni Rotondo dove lui fece la prima tappa per la Mecca, era stato padre Pio a fare il miracolo”. Così ci dice la signora che ci racconta anche di certe serate mondane con il professore birichino che, “quando passa Norberto Bobbio in processione”, gli va incontro per dirgli: “Ciao, come ti va la vita?”.
A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, Pio Filippani Ronconi non è mai stato iscritto al Partito nazionale fascista, neppure quando era ancora un giovane assistente di Giuseppe Tucci, il suo maestro di dottrina tibetana, quando invece che concentrarsi nella carriera tra i traccheggi, lui con Sua Eccellenza il ministro Giuseppe Bottai avrebbe discusso solo di calibro 8 e di escursioni nel Sahara. “Ero solo un soldato, niente altro che un soldato pronto ad andare laddove ci fosse un pezzo di guerra. Come mio padre d’altronde, che allo scoppio della Prima guerra mondiale lasciò le sue mandrie cornute tra la Cordigliera delle Ande e Capo Horn, regalò la sua colt a un amico e se ne andò tra plotoni scudati, quelli che con la visiera agli occhi se ne andavano a depositare candele di dinamite dentro le trincee degli austriaci”.
Squilla ancora il telefono. Il professore che a questo punto non possiamo più chiamare con il titolo accademico, ma “soldato”, che come definizione gli è più congeniale, si aggrappa alla sua katana, la spada da samurai, se la porta ai denti e la stringe per farsi pazienza. Detto tra parentesi è una bellissima spada: “E’ vecchia e cionca – dice – ma ha aperto tante teste americane”. Il soldato si fa proprio un punto d’onore della sua capacità di farsi largo con la lama. “Sì, questo sì. Sono celebre nel tirare con il pugnale, solo io tra i ragazzi dell’Esercito italiano potevo tenere testa alla bravura dei siciliani e dei calabresi con il coltello, anzi, insegnavo loro come sgozzare un uomo senza perdere tempo”.
La storia di Pio Filippani Ronconi, conte, patrizio romano, è la storia dell’ultimo soldato. Appunto: “Della Ventinovesima divisione granatieri SS, dei 1.650 uomini che rispondevano agli ordini di Carlo Federico degli Oddi, il mio comandante, ce n’è uno superstite, uno: quello che sta davanti a lei”. L’otto settembre, che lo aveva travolto nello spavento di un’insopportabile vergogna, gli fece cercare a tutti i costi l’estrema possibilità di mettere a nudo se stesso, “scheggia di morte” quale voleva essere, nell’annullamento di un rituale suicidio d’omaggio all’onore che non conosce riti. “Cercavo un seppuku” ci dice oggi, un suicidio elaborato nella purificazione. Nelle Waffen questo soldato trovò la tipica scuola di guerra, “quella a piedi dei grandi eserciti del ’700”. “Volevo annullarmi e la notizia della costituzione di una divisione italiana mi trovò triste perché dopo l’otto settembre l’Italia era solo vergogna”. Le Waffen SS furono nella notte del ΝΕΚΤΑΡ dell’ultimo anno di guerra, la legione straniera di chi aveva eletto la Germania “anima dell’Europa”. Arrivavano dal Belgio, dalla Francia, 600 uomini anche dall’Inghilterra. E naturalmente c’erano russi, lituani, ceceni, turchi, egiziani. Ovviamente indiani, tibetani, tartari. C’erano le SS musulmane a cavallo. “C’erano anche le SS albanesi – ricorda ancora Filippani Ronconi – ma erano così disordinate…”. Si sommavano, in tutto, in 38 divisioni. A Mariano Comense, davanti allo stato maggiore, al suono di quello che secondo il soldato è l’inno più bello di tutti i tempi, “Gloria di Prussia, l’inno di Federico II”, marciarono le rappresentanze di tutte quelle divisioni. Etnie, popoli e lingue di quel mondo dietro il mondo si ritrovarono sotto le insegne runiche. “Mi sembrò una scena settecentesca”. Oggi il soldato dice: “In Germania trova luogo l’anima dell’Europa. Essendo anche un ufficiale tedesco, conosco bene la mia materia. Anche se la Germania ha avuto bisogno di un’iniezione asiatica. Le SS, infatti, i migliori li mandavano in Tibet”.
C’è un capitolo che solo questo soldato può aprire, ci permettiamo di farlo sotto la forma di una domanda morbosa. A proposito di iniezione asiatica, ma Ernst Jünger, era un iniziato? “Nel senso della Thule?”. In quel senso, certo. “Sì”. E’ il vero motivo per cui Adolf Hitler non poté permettersi di mandarlo a morte? “Lo stesso motivo per cui non se lo sarebbe potuto permettere con me”, così ci è sembrato di sentire tra le parole di questo soldato che, “nel rammemoramento spirituale” ci sembra ormai il Riccardo III di William Shakespeare, e cioè il “virtuoso dell’azione”. La guerra lo ha attraversato facendolo suo. “Ero alto un metro e 78 centimetri e mezzo. Volevo andare nei paracadutisti, ma non mi presero per mezzo centimetro, non ci riuscii neppure mettendo una saponetta sotto il tallone per alzarmi di più. Me ne vergognai. Feci però la guerra nel modo migliore. Nel mio corpo si sono avventati i pidocchi e le bombe. Ho avuto tutte le malattie, tutti le smorfie della morte e anche tutti i suoi recessi: la diarrea di sangue, l’epatite, la setticemia. Per questo non ho mai permesso a nessun signorino vestito bene, quelli che vedevo nelle scuole ufficiali, di insegnare a me la guerra”. Lui incarna il fuoco di Marte: “Ma le divinità che mi assistevano nel conflitto erano soprattutto Odino ed Hermès. Uno mi dava la potenza distruttiva, l’altro invece mi insegnava a strisciare sotto il fuoco nemico per raggiungere le mie prede. Mi ha insegnato anche a rubare. Io rubavo tutto, io non avevo niente, io non mi portavo mai bagagli, tesori, soldi. La rapina era la mia condizione di spontaneità. Tutto era a mia disposizione, le armi dovevano essere mie, soprattutto le armi dei nemici, erano tutte del conte Filippani Ronconi. La mia stessa divisa era la somma di pezzi che recuperavo ovunque. Mi veniva rattoppata dalle amiche. Alla mia gamba squarciata poi, avevo attaccato lo stipite di una porta”. Una protesi degna di Riccardo III. E oggi? “Ho lasciato tutto, ho fatto cose di cui non parlo”. Ci lasciamo il sospetto che tra le cose fatte e di cui non parla ci sia tanta di quella pietas che solo un guerriero educato da Livio e da Krsn_a si può consentire. Non c’è traccia di odio in questo soldato. Riccardo III, infatti, di tutti i suoi nemici sconfitti non fa mai carne da condanna eterna, ma piuttosto ospiti. “Ho lasciato tutto” dice, e infatti non ha nostalgie. Forse solo per la frutta che mangiava negli “anni Quaranta”. La frutta che “aveva un sapore diverso”. Figurarsi allora se anche la guerra, il frutto più impossibile del divino, non ha perso il sapore della sua indicibile diversità. “Anche se noi, figli di Manu, abbiamo connaturata la morte. O Aditia, portate la nostra vita oltre gli ostacoli perché viviamo!”.
(P.But. - il foglio del 27/01/2001)
14/02/10
17/01/10
16/01/10
14/01/10
Il popolo di usurai continua ad insultare i cattolici.
La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». (Concordiamo: perche' il Papa continua a visitare luoghi disdiceboli,ndr?). È una posizione dura quella espressa dal presidente dei rabbini italiani, Giuseppe Laras, che domenica non parteciperà alla cerimonia nel Tempio maggiore di Roma. Un evento, dice, che «non porterà nulla di buono ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa». Laras spiega che ci sono stati molti dissensi sulla presenza di Benedetto XVI dopo le nuove polemiche relative al processo di beatificazione di Pio XII, rilevando come l'ebraismo italiano avrebbe dovuto prendere una posizione molto dura sulla questione.
POLEMICHE SU PIO XII - Secondo Laras, che ha rilasciato un'intervista al Judische Allgemeine, giornale della comunità ebraica tedesca, dice che nulla di positivo può venire dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga: «Da questo incontro non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras spiega che l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice e alle iniziative da assumere dopo le nuove polemiche su Pio XII. La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni.
POLEMICHE SU PIO XII - Secondo Laras, che ha rilasciato un'intervista al Judische Allgemeine, giornale della comunità ebraica tedesca, dice che nulla di positivo può venire dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga: «Da questo incontro non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras spiega che l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice e alle iniziative da assumere dopo le nuove polemiche su Pio XII. La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni.
08/01/10
il Nord voleva una Guantanamo per la gente del Sud.
di MARISA INGROSSO
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
Per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una «Guantanamo» in cui deportare tutti i meridionali. Le prove sono contenute nei Documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina e scovati dalla «Gazzetta».
Per quasi dieci anni, fino almeno al 1873, il Governo italiano le tentò tutte pur di avere un lembo di terra dalle potenze straniere per internare i meridionali ribelli. Subito chiese agli inglesi di impiantare una colonia di deportazione nel Mar Rosso. Trovando però le prime difficoltà, il 16 settembre 1868, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Luigi Federico Menabrea, si rivolse al ministro a Buenos Aires, della Croce, perché sondasse la disponibilità del Governo argentino a cedere l’uso di un’area «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».
Secondo Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese), la «Guantanamo dei meridionali» doveva sorgere in terre «interamente disabitate».
Il 10 dicembre di quell’anno, Menabrea diede anche istruzioni all’agente e console generale a Tunisi, Luigi Pinna, di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana».
Il tentativo fallì per l’opposizione dei tunisini e allora i Piemontesi tornarono alla carica con gli inglesi. Obiettivo: spuntare l’autorizzazione a costruire un carcere per i meridionali sull’isola di Socotra (che è al largo del Corno d’Africa, tra Somalia e Yemen) oppure, quantomeno, avere il loro appoggio affinché l’Olanda concedesse analoga autorizzazione nel Borneo.
Il 3 gennaio 1872 il Governo inglese però fece sapere di non vedere di buon occhio il progetto piemontese di fare «uno stabilimento penitenziario» nel «Borneo o in un altro territorio dei lontani mari». E il 3 maggio, il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, scrisse al ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano della prima ora; nella foto a sinistra), che era stata bocciata «la richiesta italiana di acquistare l’isola di Socotra come colonia penitenziaria».
Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda espresse i suoi timori: i deportati meridionali avrebbero potuto evadere mettendo a rischio i suoi possedimenti nel Borneo.
Intanto, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
È PEGGIO DELLA FORCA
Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti».
«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col Conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce».
Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
MIGLIAIA IN CARCERE
Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (bimestrale diretto da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari.
A proposito della Marina militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto. ma anche - secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» - «l’est dell’Australia».
marisa.ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
07/01/10
Fini non accetta la critiche.
Marcello VENEZIANI
E alla fine arrivò la minaccia estrema: scissione. Se non la smettete di criticare Fini, se non sbugiardate Feltri e punite il Giornale, facciamo la scissione. Mamma mia, l’arma atomica. La parola bellicosa è risuonata su alcuni giornali, un avvertimento lanciato dai finiani a Berlusconi. Lasciamo da parte i giudizi e i sarcasmi sull’entità di una scissione del genere e ricostruiamo i fatti. Dunque, da quando è presidente della Camera, Fini ha assunto posizioni sistematicamente divergenti non solo rispetto a Berlusconi e al suo governo ma rispetto al suo elettorato, alla storia del suo partito e ai programmi politici sottoscritti in questi sedici anni. Ha creato una profonda spaccatura nella sua base elettorale, ha messo in grave difficoltà gli stessi esponenti di An, a livello nazionale e locale; ha intralciato l’opera del governo, si è fatto perfino parlamentarista buttando a mare una vita da presidenzialista e ha compiuto vistosi tradimenti dei valori politici, civili e culturali su cui la destra, prima che il Pdl, ha chiesto e avuto consensi. Ha poi accusato Berlusconi di governare come un monarca, quando lui regnava su An con poteri assoluti.
Il Giornale ha liberamente e duramente criticato questa deriva finiana. La reazione è stata di stampo mafioso: chiedere al premier di zittire il Giornale, magari epurando chi osa criticare Fini. Se i finiani chiedono di chiudere la porta alla Santanchè, o a Storace, rientra nella normale dialettica interna; ma se il Giornale, che a differenza dei primi non ha obblighi di partito perché è un giornale di opinione, critica la Polverini candidata alla Regione Lazio, è accusato di guerra civile e di sfascismo. Del fascismo Fini avrà rinnegato tutto, meno una cosa, la peggiore: chiudere la bocca a chi dissente. O la volgarità squadristica degli attacchi alla Santanchè, paragonata a Cicciolina e accusata di esprimere valori retrivi solo perché lei è rimasta di destra. Il guaio è che non si tratta di semplici minacce, chi conosce Fini e quel mondo di caporali, ha esperienze anche dirette di censure, chiusure e cacciate, perché «non gestibile», perché «inaffidabile», cioè non servizievole, e così via.
Evito di farne la storia e di far volare gli stracci. Una vecchia militante rautiana del Secolo nota che io avrei scritto cose interessanti negli anni Ottanta; ma non ho colpa io se lei non legge da quegli anni e da allora è imbalsamata al Secolo, dove ha vissuto con pieno consenso la stagione del fascismo del Duemila e dell’antifascismo del Tremila. Nel frattempo ho fondato e diretto settimanali, fondazioni, ecc.; ho scritto una quindicina di libri che qualche effetto hanno avuto anche sulla sua destra, ho scritto su svariati giornali, ho fatto qualche altro migliaio di cose. Criticabili, per carità. Ora siamo al ridicolo. Lunedì, in un editoriale, ho sostenuto che se oggi Bossi prende piede è perché manca una destra in grado di bilanciare la sua presenza.
E l’organo dei finiani mi accusa di essere diventato leghista; scusate, ma io dicevo esattamente il contrario, che per frenare Bossi è necessario che ci sia una destra in grado di far sentire il suo peso e di esprimere valori, sensibilità e identità diverse. Se chiedo a Fini di rilanciare il presidenzialismo e l’identità nazionale per arginare il federalismo (a cui non credo) e la tentazione padana, sono leghista io o siete scemi voi che mi accusate di leghismo? Ma non solo. Non ho mai sostenuto una destra appiattita su Berlusconi, anzi ho sempre espresso la necessità di una destra che faccia pesare la cultura, il senso dello Stato e i suoi valori nel centro-destra; sostengo da tempo che l’assenza di Fini lascia a Berlusconi la sovranità assoluta sul Popolo della libertà. Ma loro traducono tutto questo in modo infame e servile: si è venduto al berlusconismo. Ma se capite l’italiano e non siete in malafede, io ho detto l’opposto: se sciogliete la destra non resta che Berlusconi. Non so a questo punto se prevalgano i cretini o i servi. Mi auguro si tratti per loro solo di un momento difficile.
Ma qualcosa impedisce di ragionare liberamente, guardando in faccia la realtà. Alcuni obbiettano, ma la destra che sta disegnando Fini è moderna ed europea. Esempio più vicino, Sarkozy, lui mica ripete De Gaulle. Bene, Sarkozy vinse le elezioni annunciando di voler rovesciare il ’68, il suo programma politico ebbe quella chiave di impostazione. Fini ha detto esattamente il contrario, che la destra deve diventare sessantottina con quarant’anni di ritardo: la chiamate destra moderna o forse è una sinistra tardiva? Ora io mi auguro che questa tendenza scissionista, solo per far dispetto al Giornale, sia solo un effetto diabetico delle feste. Ma se volete rompere davvero con il Popolo della libertà e sottrarvi come voi dite alla logica del 51 per cento, se avete nostalgia del tre per cento, ma questa volta con l’applauso della sinistra e dei media, siete liberi di farlo. Mettetevi in proprio e buona fortuna.
Anche se a me dispiace, lo dico con franchezza perché non sparo nel mucchio, conosco alcuni dei finiani e so che non tutti sono Ronchi, ci sono persone che stimo. Ma se scegliete quella via, poi, non pretendete che da destra vi giunga pure l’applauso di incoraggiamento. Siete come quegli atei che vogliono abolire la fede ma pretendono la benedizione religiosa. Infine dico ai finiani: ma non avete capito che il Gianfranco balla da solo, si è smarcato da tutti e non sopporta seguaci? Non molestatelo, rispettate la sua solitudine.
E alla fine arrivò la minaccia estrema: scissione. Se non la smettete di criticare Fini, se non sbugiardate Feltri e punite il Giornale, facciamo la scissione. Mamma mia, l’arma atomica. La parola bellicosa è risuonata su alcuni giornali, un avvertimento lanciato dai finiani a Berlusconi. Lasciamo da parte i giudizi e i sarcasmi sull’entità di una scissione del genere e ricostruiamo i fatti. Dunque, da quando è presidente della Camera, Fini ha assunto posizioni sistematicamente divergenti non solo rispetto a Berlusconi e al suo governo ma rispetto al suo elettorato, alla storia del suo partito e ai programmi politici sottoscritti in questi sedici anni. Ha creato una profonda spaccatura nella sua base elettorale, ha messo in grave difficoltà gli stessi esponenti di An, a livello nazionale e locale; ha intralciato l’opera del governo, si è fatto perfino parlamentarista buttando a mare una vita da presidenzialista e ha compiuto vistosi tradimenti dei valori politici, civili e culturali su cui la destra, prima che il Pdl, ha chiesto e avuto consensi. Ha poi accusato Berlusconi di governare come un monarca, quando lui regnava su An con poteri assoluti.
Il Giornale ha liberamente e duramente criticato questa deriva finiana. La reazione è stata di stampo mafioso: chiedere al premier di zittire il Giornale, magari epurando chi osa criticare Fini. Se i finiani chiedono di chiudere la porta alla Santanchè, o a Storace, rientra nella normale dialettica interna; ma se il Giornale, che a differenza dei primi non ha obblighi di partito perché è un giornale di opinione, critica la Polverini candidata alla Regione Lazio, è accusato di guerra civile e di sfascismo. Del fascismo Fini avrà rinnegato tutto, meno una cosa, la peggiore: chiudere la bocca a chi dissente. O la volgarità squadristica degli attacchi alla Santanchè, paragonata a Cicciolina e accusata di esprimere valori retrivi solo perché lei è rimasta di destra. Il guaio è che non si tratta di semplici minacce, chi conosce Fini e quel mondo di caporali, ha esperienze anche dirette di censure, chiusure e cacciate, perché «non gestibile», perché «inaffidabile», cioè non servizievole, e così via.
Evito di farne la storia e di far volare gli stracci. Una vecchia militante rautiana del Secolo nota che io avrei scritto cose interessanti negli anni Ottanta; ma non ho colpa io se lei non legge da quegli anni e da allora è imbalsamata al Secolo, dove ha vissuto con pieno consenso la stagione del fascismo del Duemila e dell’antifascismo del Tremila. Nel frattempo ho fondato e diretto settimanali, fondazioni, ecc.; ho scritto una quindicina di libri che qualche effetto hanno avuto anche sulla sua destra, ho scritto su svariati giornali, ho fatto qualche altro migliaio di cose. Criticabili, per carità. Ora siamo al ridicolo. Lunedì, in un editoriale, ho sostenuto che se oggi Bossi prende piede è perché manca una destra in grado di bilanciare la sua presenza.
E l’organo dei finiani mi accusa di essere diventato leghista; scusate, ma io dicevo esattamente il contrario, che per frenare Bossi è necessario che ci sia una destra in grado di far sentire il suo peso e di esprimere valori, sensibilità e identità diverse. Se chiedo a Fini di rilanciare il presidenzialismo e l’identità nazionale per arginare il federalismo (a cui non credo) e la tentazione padana, sono leghista io o siete scemi voi che mi accusate di leghismo? Ma non solo. Non ho mai sostenuto una destra appiattita su Berlusconi, anzi ho sempre espresso la necessità di una destra che faccia pesare la cultura, il senso dello Stato e i suoi valori nel centro-destra; sostengo da tempo che l’assenza di Fini lascia a Berlusconi la sovranità assoluta sul Popolo della libertà. Ma loro traducono tutto questo in modo infame e servile: si è venduto al berlusconismo. Ma se capite l’italiano e non siete in malafede, io ho detto l’opposto: se sciogliete la destra non resta che Berlusconi. Non so a questo punto se prevalgano i cretini o i servi. Mi auguro si tratti per loro solo di un momento difficile.
Ma qualcosa impedisce di ragionare liberamente, guardando in faccia la realtà. Alcuni obbiettano, ma la destra che sta disegnando Fini è moderna ed europea. Esempio più vicino, Sarkozy, lui mica ripete De Gaulle. Bene, Sarkozy vinse le elezioni annunciando di voler rovesciare il ’68, il suo programma politico ebbe quella chiave di impostazione. Fini ha detto esattamente il contrario, che la destra deve diventare sessantottina con quarant’anni di ritardo: la chiamate destra moderna o forse è una sinistra tardiva? Ora io mi auguro che questa tendenza scissionista, solo per far dispetto al Giornale, sia solo un effetto diabetico delle feste. Ma se volete rompere davvero con il Popolo della libertà e sottrarvi come voi dite alla logica del 51 per cento, se avete nostalgia del tre per cento, ma questa volta con l’applauso della sinistra e dei media, siete liberi di farlo. Mettetevi in proprio e buona fortuna.
Anche se a me dispiace, lo dico con franchezza perché non sparo nel mucchio, conosco alcuni dei finiani e so che non tutti sono Ronchi, ci sono persone che stimo. Ma se scegliete quella via, poi, non pretendete che da destra vi giunga pure l’applauso di incoraggiamento. Siete come quegli atei che vogliono abolire la fede ma pretendono la benedizione religiosa. Infine dico ai finiani: ma non avete capito che il Gianfranco balla da solo, si è smarcato da tutti e non sopporta seguaci? Non molestatelo, rispettate la sua solitudine.
31/12/09
Buon 2010 a tutti!
Che sia un anno di ritrovata liberta' e di soddisfazioni senza Bassolino, Iervolino e cloaca circostante.
Auguri a tutti noi patrioti meridionali, a Napoli e a tutti voi lettori.
Auguriamoci di riprenderci la nostra identita' e la nostra terra spezzando le catene dei colonizzatori. Mando poi i miei saluti a tutti i miei amici spagnoli che mi sono venuti a trovare a Napoli rimanendo colpiti dalla straordinaria bellezza della citta' ma anche dai numerosi punti di contatto che ci sono tra noi napoletani e i valenciani.
Consentitemi, inoltre, un augurio speciale all'Iran,paese che in questo momento sta resistendo all'ennesimo tentativo di golpe da parte delle potenze oscure, e ai miei amici musulmani i quali non mi hanno fatto mancare gli auguri per un Santo Natale.
Un augurio, infine, va esteso anche alle menti eccelse che negli ultimi 10 anni si sono dilettate a portarci allo scontro di civilta' e hanno trovato in Obama il degno successore di Bush : possano ritrovare la fantasia delle origini, visto che le ultime notizie provenienti dall'Iran e sull'attentatore misteriosamente imbarcato senza controlli dimostrano che ne hanno urgentemente bisogno. Non sia mai che i milioni di morti che hanno causato tormentino le loro coscienze!
Auguro un fantastico 2010 a tutti tranne a due bipedi che possono indurre solo al vomito e sono il presidente della camera e l'anonimo nordista che, da parassita ignorante e volgare qual e', vive su questo blog - forse dando un senso alla sua vuota giornata - lasciando insulti che stanno solo a dimostrare l'inferiorita' della razza bastarda a cui appartiere.
Auguri a tutti noi patrioti meridionali, a Napoli e a tutti voi lettori.
Auguriamoci di riprenderci la nostra identita' e la nostra terra spezzando le catene dei colonizzatori. Mando poi i miei saluti a tutti i miei amici spagnoli che mi sono venuti a trovare a Napoli rimanendo colpiti dalla straordinaria bellezza della citta' ma anche dai numerosi punti di contatto che ci sono tra noi napoletani e i valenciani.
Consentitemi, inoltre, un augurio speciale all'Iran,paese che in questo momento sta resistendo all'ennesimo tentativo di golpe da parte delle potenze oscure, e ai miei amici musulmani i quali non mi hanno fatto mancare gli auguri per un Santo Natale.
Un augurio, infine, va esteso anche alle menti eccelse che negli ultimi 10 anni si sono dilettate a portarci allo scontro di civilta' e hanno trovato in Obama il degno successore di Bush : possano ritrovare la fantasia delle origini, visto che le ultime notizie provenienti dall'Iran e sull'attentatore misteriosamente imbarcato senza controlli dimostrano che ne hanno urgentemente bisogno. Non sia mai che i milioni di morti che hanno causato tormentino le loro coscienze!
Auguro un fantastico 2010 a tutti tranne a due bipedi che possono indurre solo al vomito e sono il presidente della camera e l'anonimo nordista che, da parassita ignorante e volgare qual e', vive su questo blog - forse dando un senso alla sua vuota giornata - lasciando insulti che stanno solo a dimostrare l'inferiorita' della razza bastarda a cui appartiere.
17/12/09
Se fosse successo in Iran, apriti cielo...
Accade queste nella perfida Albione, il simbolo del nuovo Occidente. Accade che una ragazza italiana sia stata arrestata e tenuta in cella 5 ore - in applicazione alle leggi antiterrorismo - semplicemente per aver filmato alcuni edifici di rilievo storico e artistico. Accade che Simona Bonomo, un'italiana di 32 anni a Londra per un corso d'arte, sia stata avvicinata da due 'agenti di supporto', una
sorta di poliziotti di quartiere, mentre stava girando un piccolo filmato amatoriale nell'area di Paddington. Quando gli agenti le hanno chiesto perche' stava filmando e lei ha risposto loro ''per divertimento'', uno dei due ha ribattuto:
''Ti piace guardare quegli edifici. Stai filmando per divertimento? Non ti credo''.
Quando la studentessa si e' rifiutata di far vedere il filmato al poliziotto, questi ha incalzato: ''Posso guardarlo comunque se voglio, se credo abbia a che fare con il terrorismo. Stai filmando un sito importante''. Gli agenti hanno poi accusato Bonomo di comportarsi in maniera indisponente e,affermando che stava comunque andando in bicicletta in contromano, hanno minacciato di multarla.
E poi, l'arresto, dopo averla lasciata per qualche minuto, gli agenti sono tornati con rinforzi e, accusandola di essere aggressiva, l'hanno ammanettata e portata in centrale.
Dopo cinque ore di reclusione, e' stata rilasciata con una multa di 80 sterline per disturbo dell'ordine pubblico.
Un episodio spiacevole, certo, ma la cui rilevanza va con buon senso circoscritta.
Senonche' ogni volta che giungono notizie similari dall'Iran per motivi ben piu' fondati assistiamo alla rivolta degli imbecilli
Qualche testata importante avrebbe scritto un articoletto pieno di luoghi comuni e di inni alla liberta' occidentale e i blogs culturalmente appiattiti sulla Santanche' ci avrebbero campato per mesi.
Invece e' successo a Londra, nel centro della centralissima Londra, e nessuno se n'e' accorto.
Ipocrisia o semplice stupidita'?
sorta di poliziotti di quartiere, mentre stava girando un piccolo filmato amatoriale nell'area di Paddington. Quando gli agenti le hanno chiesto perche' stava filmando e lei ha risposto loro ''per divertimento'', uno dei due ha ribattuto:
''Ti piace guardare quegli edifici. Stai filmando per divertimento? Non ti credo''.
Quando la studentessa si e' rifiutata di far vedere il filmato al poliziotto, questi ha incalzato: ''Posso guardarlo comunque se voglio, se credo abbia a che fare con il terrorismo. Stai filmando un sito importante''. Gli agenti hanno poi accusato Bonomo di comportarsi in maniera indisponente e,affermando che stava comunque andando in bicicletta in contromano, hanno minacciato di multarla.
E poi, l'arresto, dopo averla lasciata per qualche minuto, gli agenti sono tornati con rinforzi e, accusandola di essere aggressiva, l'hanno ammanettata e portata in centrale.
Dopo cinque ore di reclusione, e' stata rilasciata con una multa di 80 sterline per disturbo dell'ordine pubblico.
Un episodio spiacevole, certo, ma la cui rilevanza va con buon senso circoscritta.
Senonche' ogni volta che giungono notizie similari dall'Iran per motivi ben piu' fondati assistiamo alla rivolta degli imbecilli
Qualche testata importante avrebbe scritto un articoletto pieno di luoghi comuni e di inni alla liberta' occidentale e i blogs culturalmente appiattiti sulla Santanche' ci avrebbero campato per mesi.
Invece e' successo a Londra, nel centro della centralissima Londra, e nessuno se n'e' accorto.
Ipocrisia o semplice stupidita'?
Etichette:
occidente
Caro Gesù, ti scrive un soldatino.
Marcello DE ANGELIS.
Il 7 maggio del 1967, assieme al maggiore dei miei fratelli, ho ricevuto il sacramento della Cresima, che allora si poteva avere contestualmente a quello della Comunione. Eravamo in sette ad essere sacramentati e la ridondanza di questo numero, che avevamo imparato già alle elementari a considerare simbolicamente importante (i sette colli, le sette meraviglie e persino i sette nani...), ci parve rendere ancora più decisiva quella giornata.
Il giorno fu infatti carico di emozioni, tanto che la sera, a letto dopo Carosello, non riuscivamo a prendere sonno e chiacchierammo a lungo del grande cambiamento che l’evento avrebbe portato nelle nostre vite. Mio fratello - bambino dalle visioni semplici e chiare - mi chiese quando, secondo me, ci avrebbero mandato a fare le crociate.
Alla mia domanda di chiarimenti mi rammentò, sottolineando la mia scarsa comprensione delle cose, che il vescovo, ungendoci e mettendoci la fascia con la croce sulla fronte, ci aveva ordinati “soldati di Cristo” e questo aveva un significato incontrovertibile: i soldati combattono, quelli di Cristo combattono contro i nemici di Cristo. E gli unici che gli venivano in mente, per conoscenze storiche, erano i musulmani, che occupavano i luoghi santi.
Io ero già da allora considerato - da mio fratello in particolare - un piccolo saccente petulante, quindi quando gli feci notare che in quel momento non c’erano crociate in corso e che a Gerusalemme non c’erano tanto i maomettani quanto gli israeliani, si mostrò stizzito ma non insistette più di tanto, rinviando a ulteriori approfondimenti.
A distanza di anni però, le crociate ancora non iniziavano e noi volevamo ancora essere soldati di Cristo. In Medio Oriente c’era la guerra sì, ma coinvolgeva più nazioni che religioni e la nostra immaginazione venne catturata dal conflitto scoppiato in Nord Irlanda tra cattolici e protestanti. I cattolici erano evidentemente vessati e vittime della violenza odiosa degli eretici - che noi ritenevamo tra l’altro non essere irlandesi ma inglesi invasori.
La sera, nelle mie preghiere prima di dormire, cominciai a chiedere quotidianamente a Gesù di far morire il reverendo Ian Paisley, leader dei lealisti che vedevo, in un’informazione televisiva in bianco e nero (in tutti i sensi), come i nemici della nostra religione. Dio non mi dette mai ascolto, tant’è che il reverendo è ancora in vita e finì per fare parte del primo governo “misto” del Nord Irlanda in accordo con i cattolici repubblicani del Sinn Féin.
Pochi anni dopo - eravamo alle medie - le nostre speranze di essere chiamati a combattere vennero risvegliate dagli scontri tra Valloni (francofoni e cattolici) e Fiamminghi (germanici e protestanti), in Belgio. In televisione assistevamo a sassaiole e cariche della polizia e speravamo che lo scontro dilagasse in tutta Europa opponendo ovunque cattolici e protestanti come nella Guerra dei trent’anni. Noi, ovviamente, soldati di Cristo, avremmo difeso la Santa sede e il Santo padre. Avevamo fatto le elementari dalle suore e già da molti anni eravamo negli scout cattolici, che ci avevano rafforzato nell’idea di essere cavalieri che combattevano senz’armi al servizio di Dio.
Sette anni dopo la cresima avevamo trovato una visione più chiara di chi dovessimo combattere. Giunti al liceo avevamo conosciuto i comunisti - che nel Sessantotto animavano i miei incubi perché la suora ci diceva che avevano occupato l’Università dove aggredivano i religiosi e spezzavano i crocefissi - e che dal vivo erano anche peggio. Oltre a odiare Dio erano anche nemici della Patria. Oltre a spezzare i crocefissi sputavano sul Tricolore e questo noi, che come primo libro avevamo letto Il piccolo alpino di Salvator Gotta e avevamo promesso «sul nostro onore» da giovani esploratori, «di fare del nostro meglio per compiere il nostro dovere verso Dio e verso la Patria», non potevamo proprio permetterlo.
Ben presto, prima che un nuovo settennato fosse compiuto, scoprimmo che i veri nemici di Dio e della Patria si nascondevano spesso sotto le insegne delle istituzioni, truffando e derubando il popolo che gli dava fiducia e servendo come lacchè le potenze straniere che ci avevano sconfitto in guerra. I comunisti restavano comunque nei nostri pensieri, anche perché, a loro volta, avevano scoperto quanto utili nemici fossimo noi, che nel frattempo eravamo militanti di destra a tempo pieno, tentando di spedirci all’ospedale o al Creatore in vari modi e cercando di mandare in fumo o in pezzi la nostra casa.
Non so a quali riflessioni sarebbe giunto mio fratello con un ennesimo settennato, non lo saprò mai. Morì in una cella del carcere di Rebibbia a ventidue anni, ancora assolutamente convinto di combattere contro i nemici di Dio e della Patria.
Io, che di settennati ne ho maturati invece alcuni altri, continuo ad aggiustare la mia schmittiana “identificazione del nemico” con il variare dei tempi e della storia. A cinquant’anni ritengo, senza più l’innocenza del bambino o del ragazzino, che il nemico di Dio sia l’ateo e non chi prega in un’altra lingua. E considero blasfemo chi asserisce che gli altri preghino un Dio diverso dal nostro, perché Dio è e può essere solo Uno (come sapeva già Plotino).
Ho continuato a sentire Dio chiamarmi alla crociata per liberare i luoghi santi (la chiamata che tanto aspettava mio fratello che come ultimo progetto, prima di morire, voleva raggiungere il Libano per combattere con i maroniti), ma quei luoghi vorrei liberarli dall’odio che genera odio, da una pratica quotidiana di umiliazione e di violenza e dalla disperazione che non ci possa mai più essere una soluzione di giustizia e di pace.
Non prego più Dio di far morire gli avversari del cattolicesimo, ma sicuramente lo imploro quotidianamente di inibire le capacità di espressione di chi sporca tutto ciò che è sacro sfruttandolo per una prima pagina, un po’ d’attenzione televisiva, per vendere qualche copia in più di un libro o di un quotidiano o, peggio ancora, per buttarsi in politica.
I simoniaci, quelli che fanno commercio delle cose di Dio, quelli sì che mi fanno schifo. E quelli che straparlano di cose a cui non hanno dedicato nemmeno sei mesi di studio. E quelli che parlano a nome di questi o quelli senza rappresentare altro che se stessi. Che si dicano cristiani o musulmani.
Mi commuovo ancora per quel bambino nato in Palestina, un ebreo rinnegato dai suoi, considerato un sovversivo da tutti, sacrificato sulla croce per placare i conflitti politici e riportare l’ordine in una colonia. Un bambino che un miliardo di persone considerano figlio di Dio e un altro miliardo considerano uno dei più venerabili profeti di Dio. Non lo considerano Dio, perché, dicono, se Dio è unico non può esserci nessun altro come lui, e non capiscono proprio come si possa essere Uno e Trino.
E venerano Maria, ma non la chiamano Madre di Dio, perché Dio, che è il padre di tutte le cose, non può avere né padre né madre, perché il creatore non può essere creato. E chiamano Gesù “il profeta Isa”, ma non “il figlio di Dio” perché, dicono, siamo tutti figli di Dio.
Ma nessuno, oggi, li considera nemici per questo, bensì perché parlano strano, odorano strano, si vestono strano e pregano facendo cose buffe. Quindi vanno tenuti fuori dal nostro mondo perché essere strano, evidentemente, è contagioso e potrebbe far diventare strani anche noi.
C’è il pericolo che le nostre figlie, anziché andare a ballare sui cubi a dodici anni, mettersi il pearcing, la minigonna e magari abortire a sedici e chiederci le tette e il naso finto per il loro diciottesimo compleanno e a quarant’anni - donne autonome e affermate - modificarsi anche le labbra, gli zigomi e qualche altro pezzo, ci tornino un giorno a casa con un fazzoletto in testa, come le nostre nonne…
Ancora non potrei giurare che Cristo sia la sola via e non potrei mai essere un soldato contro un altro fedele alla ricerca della verità per un’altra via. Né posso essere nemico di chiunque preghi sinceramente Dio. Comunque lo chiami e in qualunque altra lingua.
Vorrei ancora essere un soldato invece, per combattere fino all’ultimo giorno chiunque veneri alcunché al di fuori di Dio: la carriera e il successo, il danaro e il potere, il lusso, la menzogna, la vanità e, insomma, se stesso. Come certi conduttori e certe signore, certi direttori o peggio i loro vice.
Aiutami, ti prego, bambino Gesù, a non diventare mai come loro.
E se vedi che sto per diventarlo, fammi morire prima. Perché io credo nella vita eterna e morire è solo un ritornare a Dio, che è l’origine e la fine di tutte le cose. E questo è anche il mio biotestamento. Liberami, o Signore, da medici e magistrati, come dalla solitudine e dal dolore.
Il 7 maggio del 1967, assieme al maggiore dei miei fratelli, ho ricevuto il sacramento della Cresima, che allora si poteva avere contestualmente a quello della Comunione. Eravamo in sette ad essere sacramentati e la ridondanza di questo numero, che avevamo imparato già alle elementari a considerare simbolicamente importante (i sette colli, le sette meraviglie e persino i sette nani...), ci parve rendere ancora più decisiva quella giornata.
Il giorno fu infatti carico di emozioni, tanto che la sera, a letto dopo Carosello, non riuscivamo a prendere sonno e chiacchierammo a lungo del grande cambiamento che l’evento avrebbe portato nelle nostre vite. Mio fratello - bambino dalle visioni semplici e chiare - mi chiese quando, secondo me, ci avrebbero mandato a fare le crociate.
Alla mia domanda di chiarimenti mi rammentò, sottolineando la mia scarsa comprensione delle cose, che il vescovo, ungendoci e mettendoci la fascia con la croce sulla fronte, ci aveva ordinati “soldati di Cristo” e questo aveva un significato incontrovertibile: i soldati combattono, quelli di Cristo combattono contro i nemici di Cristo. E gli unici che gli venivano in mente, per conoscenze storiche, erano i musulmani, che occupavano i luoghi santi.
Io ero già da allora considerato - da mio fratello in particolare - un piccolo saccente petulante, quindi quando gli feci notare che in quel momento non c’erano crociate in corso e che a Gerusalemme non c’erano tanto i maomettani quanto gli israeliani, si mostrò stizzito ma non insistette più di tanto, rinviando a ulteriori approfondimenti.
A distanza di anni però, le crociate ancora non iniziavano e noi volevamo ancora essere soldati di Cristo. In Medio Oriente c’era la guerra sì, ma coinvolgeva più nazioni che religioni e la nostra immaginazione venne catturata dal conflitto scoppiato in Nord Irlanda tra cattolici e protestanti. I cattolici erano evidentemente vessati e vittime della violenza odiosa degli eretici - che noi ritenevamo tra l’altro non essere irlandesi ma inglesi invasori.
La sera, nelle mie preghiere prima di dormire, cominciai a chiedere quotidianamente a Gesù di far morire il reverendo Ian Paisley, leader dei lealisti che vedevo, in un’informazione televisiva in bianco e nero (in tutti i sensi), come i nemici della nostra religione. Dio non mi dette mai ascolto, tant’è che il reverendo è ancora in vita e finì per fare parte del primo governo “misto” del Nord Irlanda in accordo con i cattolici repubblicani del Sinn Féin.
Pochi anni dopo - eravamo alle medie - le nostre speranze di essere chiamati a combattere vennero risvegliate dagli scontri tra Valloni (francofoni e cattolici) e Fiamminghi (germanici e protestanti), in Belgio. In televisione assistevamo a sassaiole e cariche della polizia e speravamo che lo scontro dilagasse in tutta Europa opponendo ovunque cattolici e protestanti come nella Guerra dei trent’anni. Noi, ovviamente, soldati di Cristo, avremmo difeso la Santa sede e il Santo padre. Avevamo fatto le elementari dalle suore e già da molti anni eravamo negli scout cattolici, che ci avevano rafforzato nell’idea di essere cavalieri che combattevano senz’armi al servizio di Dio.
Sette anni dopo la cresima avevamo trovato una visione più chiara di chi dovessimo combattere. Giunti al liceo avevamo conosciuto i comunisti - che nel Sessantotto animavano i miei incubi perché la suora ci diceva che avevano occupato l’Università dove aggredivano i religiosi e spezzavano i crocefissi - e che dal vivo erano anche peggio. Oltre a odiare Dio erano anche nemici della Patria. Oltre a spezzare i crocefissi sputavano sul Tricolore e questo noi, che come primo libro avevamo letto Il piccolo alpino di Salvator Gotta e avevamo promesso «sul nostro onore» da giovani esploratori, «di fare del nostro meglio per compiere il nostro dovere verso Dio e verso la Patria», non potevamo proprio permetterlo.
Ben presto, prima che un nuovo settennato fosse compiuto, scoprimmo che i veri nemici di Dio e della Patria si nascondevano spesso sotto le insegne delle istituzioni, truffando e derubando il popolo che gli dava fiducia e servendo come lacchè le potenze straniere che ci avevano sconfitto in guerra. I comunisti restavano comunque nei nostri pensieri, anche perché, a loro volta, avevano scoperto quanto utili nemici fossimo noi, che nel frattempo eravamo militanti di destra a tempo pieno, tentando di spedirci all’ospedale o al Creatore in vari modi e cercando di mandare in fumo o in pezzi la nostra casa.
Non so a quali riflessioni sarebbe giunto mio fratello con un ennesimo settennato, non lo saprò mai. Morì in una cella del carcere di Rebibbia a ventidue anni, ancora assolutamente convinto di combattere contro i nemici di Dio e della Patria.
Io, che di settennati ne ho maturati invece alcuni altri, continuo ad aggiustare la mia schmittiana “identificazione del nemico” con il variare dei tempi e della storia. A cinquant’anni ritengo, senza più l’innocenza del bambino o del ragazzino, che il nemico di Dio sia l’ateo e non chi prega in un’altra lingua. E considero blasfemo chi asserisce che gli altri preghino un Dio diverso dal nostro, perché Dio è e può essere solo Uno (come sapeva già Plotino).
Ho continuato a sentire Dio chiamarmi alla crociata per liberare i luoghi santi (la chiamata che tanto aspettava mio fratello che come ultimo progetto, prima di morire, voleva raggiungere il Libano per combattere con i maroniti), ma quei luoghi vorrei liberarli dall’odio che genera odio, da una pratica quotidiana di umiliazione e di violenza e dalla disperazione che non ci possa mai più essere una soluzione di giustizia e di pace.
Non prego più Dio di far morire gli avversari del cattolicesimo, ma sicuramente lo imploro quotidianamente di inibire le capacità di espressione di chi sporca tutto ciò che è sacro sfruttandolo per una prima pagina, un po’ d’attenzione televisiva, per vendere qualche copia in più di un libro o di un quotidiano o, peggio ancora, per buttarsi in politica.
I simoniaci, quelli che fanno commercio delle cose di Dio, quelli sì che mi fanno schifo. E quelli che straparlano di cose a cui non hanno dedicato nemmeno sei mesi di studio. E quelli che parlano a nome di questi o quelli senza rappresentare altro che se stessi. Che si dicano cristiani o musulmani.
Mi commuovo ancora per quel bambino nato in Palestina, un ebreo rinnegato dai suoi, considerato un sovversivo da tutti, sacrificato sulla croce per placare i conflitti politici e riportare l’ordine in una colonia. Un bambino che un miliardo di persone considerano figlio di Dio e un altro miliardo considerano uno dei più venerabili profeti di Dio. Non lo considerano Dio, perché, dicono, se Dio è unico non può esserci nessun altro come lui, e non capiscono proprio come si possa essere Uno e Trino.
E venerano Maria, ma non la chiamano Madre di Dio, perché Dio, che è il padre di tutte le cose, non può avere né padre né madre, perché il creatore non può essere creato. E chiamano Gesù “il profeta Isa”, ma non “il figlio di Dio” perché, dicono, siamo tutti figli di Dio.
Ma nessuno, oggi, li considera nemici per questo, bensì perché parlano strano, odorano strano, si vestono strano e pregano facendo cose buffe. Quindi vanno tenuti fuori dal nostro mondo perché essere strano, evidentemente, è contagioso e potrebbe far diventare strani anche noi.
C’è il pericolo che le nostre figlie, anziché andare a ballare sui cubi a dodici anni, mettersi il pearcing, la minigonna e magari abortire a sedici e chiederci le tette e il naso finto per il loro diciottesimo compleanno e a quarant’anni - donne autonome e affermate - modificarsi anche le labbra, gli zigomi e qualche altro pezzo, ci tornino un giorno a casa con un fazzoletto in testa, come le nostre nonne…
Ancora non potrei giurare che Cristo sia la sola via e non potrei mai essere un soldato contro un altro fedele alla ricerca della verità per un’altra via. Né posso essere nemico di chiunque preghi sinceramente Dio. Comunque lo chiami e in qualunque altra lingua.
Vorrei ancora essere un soldato invece, per combattere fino all’ultimo giorno chiunque veneri alcunché al di fuori di Dio: la carriera e il successo, il danaro e il potere, il lusso, la menzogna, la vanità e, insomma, se stesso. Come certi conduttori e certe signore, certi direttori o peggio i loro vice.
Aiutami, ti prego, bambino Gesù, a non diventare mai come loro.
E se vedi che sto per diventarlo, fammi morire prima. Perché io credo nella vita eterna e morire è solo un ritornare a Dio, che è l’origine e la fine di tutte le cose. E questo è anche il mio biotestamento. Liberami, o Signore, da medici e magistrati, come dalla solitudine e dal dolore.
A Sud solo il 27% delle risorse: da 150 anni si pappa tutto il Nord.
Nel 2007 lo Stato ha erogato pagamenti per circa 629 miliardi di euro: e' il Nord che assorbe piu' risorse, quasi quanto Centro e Sud assieme.E' una cifra che comprende la spesa per attivita' quali l'istruzione, la difesa del territorio, le prestazioni assistenziali, la sicurezza. Lo rileva il rapporto 'La spesa statale regionalizzata', realizzato dalla Ragioneria generale dello Stato. Alle Regioni del Nord sono andate circa il 43% delle risorse; al Centro circa il 30% e al Sud solo il 27%.
ECCO QUI L'UNITA'!
ECCO QUI L'UNITA'!
16/12/09
A Napoli lo sceriffo di Nottingham
La sindacessa Rosa Russo Iervolino non ha digerito ancora le dimissioni di Riccardo Realfonzo, suo assessore al bilancio per un anno in seguito alla fuga - quasi da latitante - dell'altro galantuomo. «Inspiegabili politicamnte,ha la sindrome di Robin Hood» ha ribadito in aula. Piccata la replica dell’ex assessore: «Allora lei è lo sceriffo di Nottingham». Poi un’altra stoccata: «Tutti hanno capito che le mie dimissioni costituiscono un atto di denuncia del sistema inefficiente e clientelare con il quale vengono gestite le società comunali.
Etichette:
jervolino
13/12/09
Il lodo Di Pietro.
Antonio DI PIETRO, un personaggio squallido amato da gente ancora piu' squallida di lui, non piu' di 3 giorni fa ha incitato la piazza alla violenza con un registro linguistico che, se fosse stato stato utilizzato da un boss, avremmo definito intimidazione mafiosa. Ora l'aggressione subita da Berlusconi e il primo - vile - commento istintivo di DI PIETRO alla notizia dimostrano che costui e' stato il mandante politico di questo atto criminoso. Per il codice penale l'istigazione e' punibile quando questa viene accolta e il reato viene consumato. E' questo il caso.
Perche' Di Pietro non si fa, allora, processare dai suoi ex colleghi?
O gode di una impunita' particolare che non necessita di lodi e che gli riconosce il diritto a sparare fesserie?
Perche' Di Pietro non si fa, allora, processare dai suoi ex colleghi?
O gode di una impunita' particolare che non necessita di lodi e che gli riconosce il diritto a sparare fesserie?
12/12/09
E’ il caso che la Provincia esca da Bagnolifutura
sabato, dicembre 5, 2009
Rispoli: dal Comune artifici ai limiti della legalità
(di Espedito Vitolo da il Corriere del Mezzogiorno)
Bagnoli avrebbe dovuto unire la città e le istituzioni in un progetto unico dal quale ripartisse la rinascita. Un angolo meraviglioso del Golfo da risistemare dopo la morte dell’Italsider. E invece tutto è ancora lì. A sottolinearlo, meno di un mese fa, anche la Corte dei Conti: «La trasformazione urbana – scrissero i magistrati contabili – è stata decisa fin dal 1994, ma ancora non è stata completata nonostante la congruità dei finanziamenti concessi per oltre 259 milioni di euro (la spesa tuttavia è stata solo del 30%)». Ora la vicenda di Bagnoli, divide radicalmente Provincia e Comune. Luigi Rispoli, presidente del Consiglio provinciale, ha molte perplessità, soprattutto dopo l’ultima ordinanza del Comune di Napoli. «Una vicenda, quella di Bagnoli spiega – che come tante altre che riguardano il Comune di Napoli, assume sempre di più toni grotteschi ed inverosimili».
A cosa si riferisce?
«Come si sa, il Comune di Napoli ha approvato il 23 ottobre scorso una proposta di piano attuativo per Bagnoli che, sostanzialmente, toglie cubature precedentemente destinate alla produzione di beni e servizi e le assegna alle abitazioni. La proposta, che nasce nella Società Bagnolifutura, appare priva di una reale motivazione ed è costruita su un presupposto più che discutibile: a parità di numero complessivo di abitazioni si modificano solo le volumetrie».
Questo quali conseguenze comporta?
«Ovviamente i carichi urbanistici effettivi non potranno che cambiare facendo variare a loro volta gli standard abitativi e soprattutto il valore dei suoli. In pratica è facile comprendere che, a parità di volumetrie, mantenere lo stesso numero di alloggi vuol dire solo costruire case più grandi il cui costo sarà inevitabilmente maggiore».
In cosa consiste lo scontro con la Provincia?
«La nostra amministrazione, guidata da Luigi Cesaro, non ha potuto non intervenire. Su proposta dell’assessore Aniello Palumbo è stata approvata pochi giorni fa una deliberazione con la quale vengono formulate, precise osservazioni destinate certamente a far discutere. Segnaliamo come il provvedimento adottato dal Comune costituisca una variante alle previsioni della strumentazione urbanistica generale».
In che modo?
«I nostri tecnici hanno fatto una istruttoria; la Variante Occidentale, approvata a suo tempo dal Consiglio comunale, stabilisce per le residenze il limite massimo di 300mila metri cubi. Quindi, il Pua (piano urbanistico attuativo, ndr), in quanto tale, non poteva elevare questo valore a 515 mila metri cubi perché tale variazione si configura in maniera inequivocabile come una variante. Gli uffici provinciali, inoltre, hanno anche evidenziato come il Pua, nel momento in cui modifica la suddivisione contenuta nella tabella prevista dall’articolo 23 della predetta Variante, compie un atto che si configura come un’ulteriore modifica al Prg, di competenza, quindi, del Consiglio comunale. Infine, anche la previsione relativa all’assenza di incremento urbanistico proposta dal Comune viene sconfessata. Infatti, applicando correttamente i parametri risulterebbe un aumento degli abitanti pari a 2156 unità che obbliga a un incremento delle aree da destinare a standard abitativi. Insomma, con la delibera approvata dalla Giunta comunale ci troviamo di fronte non solo ad un artifizio urbanistico a nostro avviso ai limiti della legalità, ma anche di fronte ad un nuovo e pericoloso esautoramento del Consiglio Comunale che, visto quanto rilevato dalla Provincia, dovrebbe essere invece competente sulla materia».
Sono accuse gravi.
«No, è l’intervento di un’amministrazione ormai al capolinea che pretende di decidere le sorti e il futuro di Napoli e dell’intera provincia. Alla luce di tutto ciò, che dimostra tra l’altro ancora una volta come si intendano le relazioni interistituzionali da parte del centrosinistra, non possiamo che porci seriamente il quesito se valga effettivamente ancora la pena come amministrazione provinciale di restare nell’ormai calderone Bagnolifutura » .
Rispoli: dal Comune artifici ai limiti della legalità
(di Espedito Vitolo da il Corriere del Mezzogiorno)
Bagnoli avrebbe dovuto unire la città e le istituzioni in un progetto unico dal quale ripartisse la rinascita. Un angolo meraviglioso del Golfo da risistemare dopo la morte dell’Italsider. E invece tutto è ancora lì. A sottolinearlo, meno di un mese fa, anche la Corte dei Conti: «La trasformazione urbana – scrissero i magistrati contabili – è stata decisa fin dal 1994, ma ancora non è stata completata nonostante la congruità dei finanziamenti concessi per oltre 259 milioni di euro (la spesa tuttavia è stata solo del 30%)». Ora la vicenda di Bagnoli, divide radicalmente Provincia e Comune. Luigi Rispoli, presidente del Consiglio provinciale, ha molte perplessità, soprattutto dopo l’ultima ordinanza del Comune di Napoli. «Una vicenda, quella di Bagnoli spiega – che come tante altre che riguardano il Comune di Napoli, assume sempre di più toni grotteschi ed inverosimili».
A cosa si riferisce?
«Come si sa, il Comune di Napoli ha approvato il 23 ottobre scorso una proposta di piano attuativo per Bagnoli che, sostanzialmente, toglie cubature precedentemente destinate alla produzione di beni e servizi e le assegna alle abitazioni. La proposta, che nasce nella Società Bagnolifutura, appare priva di una reale motivazione ed è costruita su un presupposto più che discutibile: a parità di numero complessivo di abitazioni si modificano solo le volumetrie».
Questo quali conseguenze comporta?
«Ovviamente i carichi urbanistici effettivi non potranno che cambiare facendo variare a loro volta gli standard abitativi e soprattutto il valore dei suoli. In pratica è facile comprendere che, a parità di volumetrie, mantenere lo stesso numero di alloggi vuol dire solo costruire case più grandi il cui costo sarà inevitabilmente maggiore».
In cosa consiste lo scontro con la Provincia?
«La nostra amministrazione, guidata da Luigi Cesaro, non ha potuto non intervenire. Su proposta dell’assessore Aniello Palumbo è stata approvata pochi giorni fa una deliberazione con la quale vengono formulate, precise osservazioni destinate certamente a far discutere. Segnaliamo come il provvedimento adottato dal Comune costituisca una variante alle previsioni della strumentazione urbanistica generale».
In che modo?
«I nostri tecnici hanno fatto una istruttoria; la Variante Occidentale, approvata a suo tempo dal Consiglio comunale, stabilisce per le residenze il limite massimo di 300mila metri cubi. Quindi, il Pua (piano urbanistico attuativo, ndr), in quanto tale, non poteva elevare questo valore a 515 mila metri cubi perché tale variazione si configura in maniera inequivocabile come una variante. Gli uffici provinciali, inoltre, hanno anche evidenziato come il Pua, nel momento in cui modifica la suddivisione contenuta nella tabella prevista dall’articolo 23 della predetta Variante, compie un atto che si configura come un’ulteriore modifica al Prg, di competenza, quindi, del Consiglio comunale. Infine, anche la previsione relativa all’assenza di incremento urbanistico proposta dal Comune viene sconfessata. Infatti, applicando correttamente i parametri risulterebbe un aumento degli abitanti pari a 2156 unità che obbliga a un incremento delle aree da destinare a standard abitativi. Insomma, con la delibera approvata dalla Giunta comunale ci troviamo di fronte non solo ad un artifizio urbanistico a nostro avviso ai limiti della legalità, ma anche di fronte ad un nuovo e pericoloso esautoramento del Consiglio Comunale che, visto quanto rilevato dalla Provincia, dovrebbe essere invece competente sulla materia».
Sono accuse gravi.
«No, è l’intervento di un’amministrazione ormai al capolinea che pretende di decidere le sorti e il futuro di Napoli e dell’intera provincia. Alla luce di tutto ciò, che dimostra tra l’altro ancora una volta come si intendano le relazioni interistituzionali da parte del centrosinistra, non possiamo che porci seriamente il quesito se valga effettivamente ancora la pena come amministrazione provinciale di restare nell’ormai calderone Bagnolifutura » .
11/12/09
Alla faccia degli imbecilli.
2 marocchini, 2 olandesi, 2 statunitensi (tra cui una ragazza), un polacco, uno spagnolo, un tedesco e un napoletano; oppure, se preferite, 5 cattolici(tra cui una ragazza), 4 musulmani e un evangelico. Questa foto e' dedicata agli imbecilli, bushisti-leghisti, che continuano a vaneggiare nei loro blogs. La realta' e' ben diversa: E' FRATELLANZA!
Etichette:
cosa mia
Clamoroso, forse il PdL punta su uno in gamba.
Berlusconi, consapevole delle mezze cartucce che inquinano il PdL in Campania, ha capito che, per cercare una persona affidabile, deve guardare oltre il suo partito: ha cosi', di fatto, sfiduciato quei 61 parlamentari che avevano appoggiato Cosentino prima e hanno fatto quadrato sui dirigentuncoli di partito poi. SPERIAMO E ASPETTIAMO L'UFFICIALITA'.
Sembra tramontare la candidatura di Nicola Cosentino alla presidenza della Regione Campania. Silvio Berlusconi ha detto infatti che si sta profilando una candidatura esterna alla politica. In Campania ci saranno delle sorprese, ha affermato parlando ai giovani del Ppe incontrati in una sala dell’albergo che lo ospita a Bruxelles. Per la candidatura, secondo quanto riferito da diversi presenti, Berlusconi ha sostenuto che si sta profilando una candidatura esterna alla politica e che si attingerà dalla società civile.
IL NOME - Di chi si tratta? Secondo alcuni si punterebbe sul magistrato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula. Un nome che servirebbe a dare un segnale di legalità in una regione tormentata dalla criminalità e dagli scandali. Un nome che farebbe il paio con quello in campo in Puglia dove il Pdl starebbe puntando su Stefano Dambruoso, ex magistrato dell'antiterrorismo e oggi consulente del ministro Alfano. Ma resta in campo anche una possibile candidatura del numero uno degli industriali napoletani, Gianni Lettieri. E la sorpresa potrebbe arrivare da una possibile candidatura del patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis.
BERTOLASO - «Il Pdl farà in fretta la scelta del candidato alla presidenza della Campania ora che il caso Cosentino è stato risolto, ma lo farà anche con la dovuta riservatezza», così qualche ora prima delle esternazione di Berlusconi, si era pronunciato il vice capogruppo dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello. Alla domanda di una giornalista una valutazione su Bertolaso quale possibile candidato, Quagliariello ha replicato «sarebbe una ottima scelta basti vedere come ha risolto la questione dei rifiuti»
Sembra tramontare la candidatura di Nicola Cosentino alla presidenza della Regione Campania. Silvio Berlusconi ha detto infatti che si sta profilando una candidatura esterna alla politica. In Campania ci saranno delle sorprese, ha affermato parlando ai giovani del Ppe incontrati in una sala dell’albergo che lo ospita a Bruxelles. Per la candidatura, secondo quanto riferito da diversi presenti, Berlusconi ha sostenuto che si sta profilando una candidatura esterna alla politica e che si attingerà dalla società civile.
IL NOME - Di chi si tratta? Secondo alcuni si punterebbe sul magistrato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula. Un nome che servirebbe a dare un segnale di legalità in una regione tormentata dalla criminalità e dagli scandali. Un nome che farebbe il paio con quello in campo in Puglia dove il Pdl starebbe puntando su Stefano Dambruoso, ex magistrato dell'antiterrorismo e oggi consulente del ministro Alfano. Ma resta in campo anche una possibile candidatura del numero uno degli industriali napoletani, Gianni Lettieri. E la sorpresa potrebbe arrivare da una possibile candidatura del patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis.
BERTOLASO - «Il Pdl farà in fretta la scelta del candidato alla presidenza della Campania ora che il caso Cosentino è stato risolto, ma lo farà anche con la dovuta riservatezza», così qualche ora prima delle esternazione di Berlusconi, si era pronunciato il vice capogruppo dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello. Alla domanda di una giornalista una valutazione su Bertolaso quale possibile candidato, Quagliariello ha replicato «sarebbe una ottima scelta basti vedere come ha risolto la questione dei rifiuti»
10/12/09
In fuga l'assessore Realfonso, avanti un altro!
A meno di un anno dalla fuga dalla politica dell'ex assessore al bilancio del comune di Napoli Enrico Cardillo, anche il suo successore REALFONSO si dimette. Nel primo caso Cardillo aveva tentato di spegnere i riflettori su di lui nel giorni dell'apertura delle indagini a suo carico per un paio di reati contro il patrimonio e il suicidio dell'altro assessore Giorgio Nugnes; ora i motivi rimangono oscuri. Quel che e' certo e' la sindacessa e compagni continuano a scendere agli inferi. Solo che non ci fanno sorridere.
L'assessore al bilancio del Comune di Napoli, Riccardo Realfonzo, si è dimesso. «Posso dire di avere raggiunto il principale risultato che mi ero prefisso - dice agli organi di stampa l'assessore della Giunta guidata dal sindaco Rosa Russo Iervolino - evitare il dissesto comunale salvaguardando le fasce sociali più deboli. Sono molto soddisfatto per questo, ma al tempo stesso devo constatare che negli ultimi tempi gli spazi per una vera azione di rinnovamento della pratica politica cittadina si sono ridotti, fino a scomparire. Per questo ieri ho rassegnato le mie dimissioni. È stata una decisione meditata e sofferta, necessaria per rimanere coerente con gli obiettivi di rigore, trasparenza e tutela dell'interesse collettivo che ho sempre perseguito».
Realfonso poi punta il dito: «Purtroppo, salvo rare eccezioni, la realtà delle società partecipate del Comune di Napoli resta figlia di un modo di fare politica che ha avuto la meglio in questi anni, che si è annidato soprattutto tra le frange egemoni del Partito democratico e che sta evidenziando i suoi limiti e le sue degenerazioni. Mi riferisco a un complesso scoordinato di strategie che puntano a proteggere interessi particolari, e che tendono a usare le partecipate come macchine per il consenso, legate a prebende e a privilegi. Sono criteri di gestione che finiscono col mortificare i cittadini e gli stessi lavoratori delle aziende comunali, in larghissima parte onesti e volenterosi».
L'assessore al bilancio del Comune di Napoli, Riccardo Realfonzo, si è dimesso. «Posso dire di avere raggiunto il principale risultato che mi ero prefisso - dice agli organi di stampa l'assessore della Giunta guidata dal sindaco Rosa Russo Iervolino - evitare il dissesto comunale salvaguardando le fasce sociali più deboli. Sono molto soddisfatto per questo, ma al tempo stesso devo constatare che negli ultimi tempi gli spazi per una vera azione di rinnovamento della pratica politica cittadina si sono ridotti, fino a scomparire. Per questo ieri ho rassegnato le mie dimissioni. È stata una decisione meditata e sofferta, necessaria per rimanere coerente con gli obiettivi di rigore, trasparenza e tutela dell'interesse collettivo che ho sempre perseguito».
Realfonso poi punta il dito: «Purtroppo, salvo rare eccezioni, la realtà delle società partecipate del Comune di Napoli resta figlia di un modo di fare politica che ha avuto la meglio in questi anni, che si è annidato soprattutto tra le frange egemoni del Partito democratico e che sta evidenziando i suoi limiti e le sue degenerazioni. Mi riferisco a un complesso scoordinato di strategie che puntano a proteggere interessi particolari, e che tendono a usare le partecipate come macchine per il consenso, legate a prebende e a privilegi. Sono criteri di gestione che finiscono col mortificare i cittadini e gli stessi lavoratori delle aziende comunali, in larghissima parte onesti e volenterosi».
07/12/09
Corruzione nella PA, Veneto e Sicilia le prime.
Veneto batte Campania. E non si tratta di un primato imprenditoriale ma della classifica delle truffe ai danni dello Stato presentata dal ministro Brunetta. Il record dei furbetti a spese del denaro pubblico spetta alla Sicilia (853 episodi denunciati), al secondo posto però troneggia la regione del Nord Est. In Veneto in cinque anni ci sono stati 773 casi di queste truffe, 32 episodi di corruzione, 27 di concussione e 264 di abuso in atti d'ufficio. Le regioni più virtuose sono Val D'Aosta, Umbria, Molise.
In realtà questi dati, presentati dal solito ministro, non servono a capire quale sia la salute etica della pubblica amministrazione in Italia: non permettono di farsi un'idea del livello di corruzione e quindi di impostare una linea di prevenzione. I numeri delle truffe ai danni dello Stato non forniscono cifre sulla quantità di denaro frodato così come il totale dei casi di corruzione non spiega se si tratta di tangenti intascate da politici per iniziative che condizionano il futuro dei cittadini o dei 50 euro messi in tasca da un vigili per annullare una multa. La Lombardia infatti risulta avere il record della corruzione battendo la Campania: 111 episodi contro 105. Un dato che sembra solo segnalare una migliore efficacia dei controlli al Nord.
Insomma, sono numeri che aiutano solo a fare un titolo ad effetto - come tante sparate del ministro Brunetta - e non servono a comprendere la realtà del Paese. Ci vorrebbero strumenti statistici nuovi, che offrano al legislatore e ai cittadini la possibilità di capire quanto sia esteso il malcostume tra gli amministratori e permettano di prendere provvedimenti. Soprattutto ora che - tra crisi ed evasione fiscale - di denaro nelle casse pubbliche ne è rimasto poco.
In realtà questi dati, presentati dal solito ministro, non servono a capire quale sia la salute etica della pubblica amministrazione in Italia: non permettono di farsi un'idea del livello di corruzione e quindi di impostare una linea di prevenzione. I numeri delle truffe ai danni dello Stato non forniscono cifre sulla quantità di denaro frodato così come il totale dei casi di corruzione non spiega se si tratta di tangenti intascate da politici per iniziative che condizionano il futuro dei cittadini o dei 50 euro messi in tasca da un vigili per annullare una multa. La Lombardia infatti risulta avere il record della corruzione battendo la Campania: 111 episodi contro 105. Un dato che sembra solo segnalare una migliore efficacia dei controlli al Nord.
Insomma, sono numeri che aiutano solo a fare un titolo ad effetto - come tante sparate del ministro Brunetta - e non servono a comprendere la realtà del Paese. Ci vorrebbero strumenti statistici nuovi, che offrano al legislatore e ai cittadini la possibilità di capire quanto sia esteso il malcostume tra gli amministratori e permettano di prendere provvedimenti. Soprattutto ora che - tra crisi ed evasione fiscale - di denaro nelle casse pubbliche ne è rimasto poco.
Etichette:
corruzione
03/12/09
Regione, e' ufficiale: il candidato del PdL sara' comunque un incapace.
Ottavio Lucarelli
NO al candidato della società civile per la guida della Regione. Le schermaglie Fini-Berlusconi fanno slittare le scelte e Nicola Cosentino, pronto ad annunciare il definitivo passo indietro, riunisce i vertici Pdl in piazza Bovio per organizzare tesseramento e candidature. Sul tavolo tanti nomi, ma la decisione presa d´intesa con il presidente della Provincia Luigi Cesaro e con gli ex di An Marcello Taglialatela e Mario Landolfi è di sbarrare la strada a qualsiasi ipotesi che arrivi dalla società civile. Decisione che pone un veto forse insormontabile per il presidente degli industriali campani Gianni Lettieri.
«Il candidato – questa la parola d´ordine di Cosentino – dovrà essere un politico. Altrimenti sarebbe una delegittimazione per tutto il nostro gruppo dirigente. E questo non è accettabile dopo le vittorie nei grandi Comuni e nelle Province».
Linea condivisa, come spiega il deputato Marcello Taglialatela: «Il candidato Pdl per la Regione sarà un politico. Un candidato della società civile si sceglie quando c´è un deficit di classe dirigente, ma nel nostro caso i recenti successi e il lavoro che stiamo portando avanti da tempo sono la dimostrazione che la classe dirigente del centrodestrra in Campania c´è ed è legittimata a portare un proprio esponente in Regione».
E intanto Cosentino continua a macinare incontri e riunioni. Ieri i fedelissimi nel vertice regionale Pdl. Oggi la manifestazione in cui la Destra presenta le proposte per “la rinascita della Campania” alle 17 nella sala del consiglio provinciale in Santa Maria la Nova. Mentre tra dieci giorni scatta il tesseramento. Per raccogliere le adesioni al Popolo della libertà saranno allestiti gazebo nelle principali piazze della Campania con una campagna di informazione che prenderà il via nei prossimi giorni. «Siamo convinti – afferma Cosentino – che il Pdl della Campania risponderà con il solito entusiasmo anche a questa iniziativa che coinvolge direttamente il popolo».
Il 9 dicembre i vertici Pdl si ritroveranno con esponenti delle professioni all´hotel Continental, dove la fondazione “Nuova Italia” e l´associazione “Nuova Campania” presentano il dibattito “Napoli-Roma, due capitali, una grande Area metropolitana per lo sviluppo
E' mai possibile questi cialtroni non si rendano conto di essere impresentabili? Nelle parole virgolettate di Taglialatela c'e' tutto il succo del problema: non solo sono impresentabili, ma non ne hanno nemmeno coscienza. Per questo motivo, qualunque sara' il candidato che il PdL presentera', sara' invotabile.
NO al candidato della società civile per la guida della Regione. Le schermaglie Fini-Berlusconi fanno slittare le scelte e Nicola Cosentino, pronto ad annunciare il definitivo passo indietro, riunisce i vertici Pdl in piazza Bovio per organizzare tesseramento e candidature. Sul tavolo tanti nomi, ma la decisione presa d´intesa con il presidente della Provincia Luigi Cesaro e con gli ex di An Marcello Taglialatela e Mario Landolfi è di sbarrare la strada a qualsiasi ipotesi che arrivi dalla società civile. Decisione che pone un veto forse insormontabile per il presidente degli industriali campani Gianni Lettieri.
«Il candidato – questa la parola d´ordine di Cosentino – dovrà essere un politico. Altrimenti sarebbe una delegittimazione per tutto il nostro gruppo dirigente. E questo non è accettabile dopo le vittorie nei grandi Comuni e nelle Province».
Linea condivisa, come spiega il deputato Marcello Taglialatela: «Il candidato Pdl per la Regione sarà un politico. Un candidato della società civile si sceglie quando c´è un deficit di classe dirigente, ma nel nostro caso i recenti successi e il lavoro che stiamo portando avanti da tempo sono la dimostrazione che la classe dirigente del centrodestrra in Campania c´è ed è legittimata a portare un proprio esponente in Regione».
E intanto Cosentino continua a macinare incontri e riunioni. Ieri i fedelissimi nel vertice regionale Pdl. Oggi la manifestazione in cui la Destra presenta le proposte per “la rinascita della Campania” alle 17 nella sala del consiglio provinciale in Santa Maria la Nova. Mentre tra dieci giorni scatta il tesseramento. Per raccogliere le adesioni al Popolo della libertà saranno allestiti gazebo nelle principali piazze della Campania con una campagna di informazione che prenderà il via nei prossimi giorni. «Siamo convinti – afferma Cosentino – che il Pdl della Campania risponderà con il solito entusiasmo anche a questa iniziativa che coinvolge direttamente il popolo».
Il 9 dicembre i vertici Pdl si ritroveranno con esponenti delle professioni all´hotel Continental, dove la fondazione “Nuova Italia” e l´associazione “Nuova Campania” presentano il dibattito “Napoli-Roma, due capitali, una grande Area metropolitana per lo sviluppo
E' mai possibile questi cialtroni non si rendano conto di essere impresentabili? Nelle parole virgolettate di Taglialatela c'e' tutto il succo del problema: non solo sono impresentabili, ma non ne hanno nemmeno coscienza. Per questo motivo, qualunque sara' il candidato che il PdL presentera', sara' invotabile.
27/11/09
Camorra, arrestato un sostenitore della Iervolino.
Ormai abbiamo perso il conto degli assessori e consiglieri comunali e regionali arrestati per camorra, eppure il duo Cacaglio-Sindacessa continua a rubarci l'ossigeno.
Questa notte i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura partenopea a carico di 19 persone ritenute elementi di spicco del clan camorristico dei Sarno operante nel quartiere Ponticelli del capoluogo campano ed in vaste aree della provincia.
Il clan contro le associazioni antiracket.Nel corso di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia i militari dell'Arma hanno accertato estorsioni perpetrate a tappeto ai danni di imprenditori, commercianti ed ambulanti dell'hinterland est di Napoli nonché le attività illecite attuate dalla moglie di un capo clan che, con la complicità, di un politico locale aveva fatto desistere i promotori di una nascente associazione antiracket dall'aprire uno sportello nel Comune di Cercola.
In manette consigliere comunale del Pdci. Anche un consigliere comunale di Napoli, Achille De Simone del Pdci, residente a Cercola è stato arrestato nell'ambito dell'operazione. Secondo quanto si è appreso, nei suoi confronti l'accusa è di violenza privata per aver impedito la nascita di uno sportello antiracket nel comune di Cercola.
De Simone è stato eletto in Consiglio comunale a Napoli con il Pdci, con un buon successo personale in termini di voti. 69 anni, dipendente della Regione Campania, risiede a Cercola, nel Napoletano, dove è stato consigliere comunale dal '78 al 2001 e assessore comunale in diversi periodi sempre nel comune del Napoletano.
De Simone, pur eletto in uno schieramento di sinistra al Comune di Napoli, contemporaneamente ha fatto parte, per un periodo, di una giunta di centro destra a Cercola. È accusato di violenza privata: era in casa di Patrizia Ippolito, moglie del boss Vincenzo Sarno, collaboratore di giustizia. Nell'abitazione fu convocata una persona che voleva aprire un'associazione antiracket. La Ippolito disse che l'associazione non sarebbe stata aperta se l'uomo non avesse riferito alla donna tutte le denunce e le iniziative dell'associazione: dopo l'intervento del clan l'associazione non aprì più.
Presa la moglie del boss Sarno. Gestiva le attività del clan. Tra i destinatari dei provvedimenti anche la Ippolito, che durante questo periodo - secondo l'accusa nei suoi confronti - ha gestito le attività estorsive. È a casa sua che sarebbe stato convocato uno dei commercianti che aveva deciso di avviare un'associazione antiracket. L'uomo sarebbe stato minacciato, e avrebbe avuto il via libera, secondo quanto è emerso, ad avviare l'attività ma solo se avesse poi riferito al clan tutti i dettagli di quanto deciso dall'associazione che poi non fu più costituita.
Questa notte i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura partenopea a carico di 19 persone ritenute elementi di spicco del clan camorristico dei Sarno operante nel quartiere Ponticelli del capoluogo campano ed in vaste aree della provincia.
Il clan contro le associazioni antiracket.Nel corso di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia i militari dell'Arma hanno accertato estorsioni perpetrate a tappeto ai danni di imprenditori, commercianti ed ambulanti dell'hinterland est di Napoli nonché le attività illecite attuate dalla moglie di un capo clan che, con la complicità, di un politico locale aveva fatto desistere i promotori di una nascente associazione antiracket dall'aprire uno sportello nel Comune di Cercola.
In manette consigliere comunale del Pdci. Anche un consigliere comunale di Napoli, Achille De Simone del Pdci, residente a Cercola è stato arrestato nell'ambito dell'operazione. Secondo quanto si è appreso, nei suoi confronti l'accusa è di violenza privata per aver impedito la nascita di uno sportello antiracket nel comune di Cercola.
De Simone è stato eletto in Consiglio comunale a Napoli con il Pdci, con un buon successo personale in termini di voti. 69 anni, dipendente della Regione Campania, risiede a Cercola, nel Napoletano, dove è stato consigliere comunale dal '78 al 2001 e assessore comunale in diversi periodi sempre nel comune del Napoletano.
De Simone, pur eletto in uno schieramento di sinistra al Comune di Napoli, contemporaneamente ha fatto parte, per un periodo, di una giunta di centro destra a Cercola. È accusato di violenza privata: era in casa di Patrizia Ippolito, moglie del boss Vincenzo Sarno, collaboratore di giustizia. Nell'abitazione fu convocata una persona che voleva aprire un'associazione antiracket. La Ippolito disse che l'associazione non sarebbe stata aperta se l'uomo non avesse riferito alla donna tutte le denunce e le iniziative dell'associazione: dopo l'intervento del clan l'associazione non aprì più.
Presa la moglie del boss Sarno. Gestiva le attività del clan. Tra i destinatari dei provvedimenti anche la Ippolito, che durante questo periodo - secondo l'accusa nei suoi confronti - ha gestito le attività estorsive. È a casa sua che sarebbe stato convocato uno dei commercianti che aveva deciso di avviare un'associazione antiracket. L'uomo sarebbe stato minacciato, e avrebbe avuto il via libera, secondo quanto è emerso, ad avviare l'attività ma solo se avesse poi riferito al clan tutti i dettagli di quanto deciso dall'associazione che poi non fu più costituita.
14/11/09
Consentino, ora Alfano manda gli ispettori del ministero in Procura.
Dopo l'avvio delle indagini preliminari nei confronti di Nicola Cosentino per l'addebito di concorso esterno in associazione di stampo camorristico e i NOTI legami con esponenti dei casalesi, Alfano minaccia di inviare gli ispettori del ministero presso la procura della repubblica. Da che parte sta il governo? Da quella della giustizia o della camorra?
-------
Un'ispezione alla Procura di Napoli? «Porte aperte, niente da nascondere. Anzi, dimostrerò in che condizioni stanno lavorando i miei». Lo dice il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, in merito alla richiesta al ministro Alfano di un gruppo di deputati del Pdl di un'ispezione alla Procura napoletana. Una sollecitazione dopo l'intervista del pg Galgano che ha puntato l'indice sul «fanatismo» di alcuni pm e, in merito ai magistrati, ha detto che «gli altri hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini».
«Se dovessero venire non so cosa ci sarebbe da ispezionare. Ma comunque nessun problema. Dimostrerò che, nonostante i mezzi scarsi di cui disponiamo, riusciamo ad ottenere risultati importanti «come il fermo di sei taglieggiatori del clan Birra-Iacomino ad Ercolano».
«Di certo non si fanno atti di fede nei confronti di dichiarazioni di collaboratori o di altri». Afferma in merito all'ipotesi di eventuali altre inchieste sul sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino. «Stanno circolando voci che per ora, assolutamente, per quanto riguarda il mio ufficio, sono prive di fondamento».
Lepore aggiunge: «Stiamo facendo indagini a tutto campo. È chiaro, naturalmente, che se ci sono denunce o dichiarazioni le andiamo a verificare».
Casini: «Cosentino candidato? Prospettiva lunare». «Ritengo una prospettiva lunare, fuori dal mondo quella di candidare Cosentino alla presidenza della Campania». Così Pier Ferdinando Casini nel discorso con il quale ha concluso la due giorni degli «Stati generali» dell'Udc campano. «Questo lo dico a tutela della sua persona - ha aggiunto Casini - perchè non sono un garantista a giorni alterni. Fino a prova contraria Cosentino è innocente, ma bisogna evitare con dei gesti forti qualsiasi strumentalizzazione politica».
-------
Un'ispezione alla Procura di Napoli? «Porte aperte, niente da nascondere. Anzi, dimostrerò in che condizioni stanno lavorando i miei». Lo dice il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, in merito alla richiesta al ministro Alfano di un gruppo di deputati del Pdl di un'ispezione alla Procura napoletana. Una sollecitazione dopo l'intervista del pg Galgano che ha puntato l'indice sul «fanatismo» di alcuni pm e, in merito ai magistrati, ha detto che «gli altri hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini».
«Se dovessero venire non so cosa ci sarebbe da ispezionare. Ma comunque nessun problema. Dimostrerò che, nonostante i mezzi scarsi di cui disponiamo, riusciamo ad ottenere risultati importanti «come il fermo di sei taglieggiatori del clan Birra-Iacomino ad Ercolano».
«Di certo non si fanno atti di fede nei confronti di dichiarazioni di collaboratori o di altri». Afferma in merito all'ipotesi di eventuali altre inchieste sul sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino. «Stanno circolando voci che per ora, assolutamente, per quanto riguarda il mio ufficio, sono prive di fondamento».
Lepore aggiunge: «Stiamo facendo indagini a tutto campo. È chiaro, naturalmente, che se ci sono denunce o dichiarazioni le andiamo a verificare».
Casini: «Cosentino candidato? Prospettiva lunare». «Ritengo una prospettiva lunare, fuori dal mondo quella di candidare Cosentino alla presidenza della Campania». Così Pier Ferdinando Casini nel discorso con il quale ha concluso la due giorni degli «Stati generali» dell'Udc campano. «Questo lo dico a tutela della sua persona - ha aggiunto Casini - perchè non sono un garantista a giorni alterni. Fino a prova contraria Cosentino è innocente, ma bisogna evitare con dei gesti forti qualsiasi strumentalizzazione politica».
Etichette:
Cosentino,
governo,
magistrati
Una regione da sciogliere.
Uno s’illude che esista un limite alle fesserie. Poi ascolta Maurizio Lupi e si mette il cuore in pace. L’altra sera era in pellegrinaggio a Ballarò. Dove gli è toccato difendere pure San Nicola, nel senso di Cosentino, il sottosegretario che sarebbe già in galera se non si fosse rifugiato per tempo in Parlamento e al governo. Il cosiddetto onorevole Lupi strillava: “Non si può parlare del caso Cosentino in tv, tantomeno nel servizio pubblico, in assenza di Cosentino e del suo avvocato”. E l’impavido Floris: “Giusto, qui non si fa cronaca giudiziaria”. Non sia mai che gli scappi una notizia. Scodinzolini non avrebbe saputo dire meglio. Così del caso Cosentino ha parlato solo Lupi, ovviamente per assolvere San Nicola: “Non può essere un camorrista visto che fa parte di un governo e di un partito quotidianamente impegnati nella lotta alle mafie”. E giù la solita sfilza di dati sui beni sequestrati e sui latitanti arrestati, come se a sequestrarli e ad arrestarli fossero il Popolo della libertà e il governo Berlusconi.
Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana. Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino. Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete.
Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare. Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania. Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”. La regione s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati. Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse. Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra. Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati. Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso). Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due. L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes. La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra. Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione. Ed eccoci al Pdl. Cosentino è coordinatore regionale. Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”. Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa). Qualche anno fa, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie. Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario. Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista. Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione.
Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni. Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.
Marco Travaglio.
Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana. Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino. Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete.
Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare. Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania. Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”. La regione s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati. Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse. Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra. Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati. Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso). Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due. L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes. La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra. Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione. Ed eccoci al Pdl. Cosentino è coordinatore regionale. Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”. Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa). Qualche anno fa, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie. Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario. Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista. Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione.
Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni. Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.
Marco Travaglio.
Etichette:
Cosentino,
giornalisti
13/11/09
L'amnistia permanente.
In qualunque altro stato del mondo la Destra e' per la certezza della pena ed una giustizia efficiente, nelle Italie - invece - Berlusconi le pensa tutte affinche' non funzioni e il delinquente si senta tutelato. In qualunque altro stato i politici di Destra si ribellerebbero a certe iniziative in campo di giustizia, ma Berlusconi si e' circondato di una massa di coglioni, che nella vita non avrebbero mai combinato nulla di buono, e li ha promossi in parlamento grazie ad una legge elettorale incostituzionale che non permette nemmeno di scegliere chi votare.
Si appresta ad essere approvata una sorta di "amnistia preventiva", ben piu' grave dell'indulto mastelliano che An e Lega si vantano di non aver votato, che esortera' gli eterni indecisi a commettere impunemente quei reati che hanno sempre desiderato consumare. Infatti, se e' vero che la pena dovrebbe rieducare il condannato, di fatto vedremo raramente delle condanne.
Berlusconi l'ha pensata bene: siccome nelle Italie i processi sono troppo lunghi, per risolvere il problema alla radice, basta eliminare direttamente il processo riducendo i termini della prescrizione.
In questo modo, quindi, per chi avra' a proprio carico imputazioni per reati con una pena edittale massima di 10 anni, bastera' attuare elementari tecniche dilatorie per evitare la sentenza di merito e, pertanto, la possibile condanna.
Corruzione,truffa,frodi fiscali,falsi in bilancio,intercettazioni illecite,reati informatici,ricettazione,vendita prodotti con marchi contraffatti,traffico rifiuti,sfruttamento prostituzione,violenza,falsificazione documenti pubblici,falsa testimonianza,lesioni personali,omicidio colposo per colpa medica,maltrattamenti in famiglia,incendio comporteranno solo un fastidio per i pubblici ministeri e per i giudici che svolgeranno una funzione inutile.
Poi, chissa', magari nemmeno la polizia giudiziaria svolgera' indagini su questi reati: tanto a che pro farlo?
La mafia, la camorra, la ndrangheta e i Nicola Cosentino ringraziano.
In un nessun altro stato del mondo e' lo stato a istigare il cittadino a delinquere, ma solo perche' negli altri stati del mondo non c'e' Berlusconi. Affrettatevi, allora, a scegliere il reato che piu' vi interessa commettere: siete nel paese dei balocchi!
Si appresta ad essere approvata una sorta di "amnistia preventiva", ben piu' grave dell'indulto mastelliano che An e Lega si vantano di non aver votato, che esortera' gli eterni indecisi a commettere impunemente quei reati che hanno sempre desiderato consumare. Infatti, se e' vero che la pena dovrebbe rieducare il condannato, di fatto vedremo raramente delle condanne.
Berlusconi l'ha pensata bene: siccome nelle Italie i processi sono troppo lunghi, per risolvere il problema alla radice, basta eliminare direttamente il processo riducendo i termini della prescrizione.
In questo modo, quindi, per chi avra' a proprio carico imputazioni per reati con una pena edittale massima di 10 anni, bastera' attuare elementari tecniche dilatorie per evitare la sentenza di merito e, pertanto, la possibile condanna.
Corruzione,truffa,frodi fiscali,falsi in bilancio,intercettazioni illecite,reati informatici,ricettazione,vendita prodotti con marchi contraffatti,traffico rifiuti,sfruttamento prostituzione,violenza,falsificazione documenti pubblici,falsa testimonianza,lesioni personali,omicidio colposo per colpa medica,maltrattamenti in famiglia,incendio comporteranno solo un fastidio per i pubblici ministeri e per i giudici che svolgeranno una funzione inutile.
Poi, chissa', magari nemmeno la polizia giudiziaria svolgera' indagini su questi reati: tanto a che pro farlo?
La mafia, la camorra, la ndrangheta e i Nicola Cosentino ringraziano.
In un nessun altro stato del mondo e' lo stato a istigare il cittadino a delinquere, ma solo perche' negli altri stati del mondo non c'e' Berlusconi. Affrettatevi, allora, a scegliere il reato che piu' vi interessa commettere: siete nel paese dei balocchi!
Etichette:
Berlusconi;,
giustizia
12/11/09
Caro Berlusconi, dopo la giustizia, abolisci anche i processi!
In attesa della nuova riforma sul processo penale che il Pd+L sta per approvare per sfasciare definitivamente ogni residuo di giustizia presente nelle Italie e liberare ogni delinquente, Cosentini e Casalesi compresi, salvo immigrati (in modo che Lega potra' continuare a sostenere che sono gli unici in galera!), mi permetto di avanzare una proposta a Berlusconi che e' diretta conseguenza dell'ultima iniziativa da lui intrapresa: ABOLIRE DEFINITIVAMENTE IL PROCESSO PENALE!Sì, abolirlo del tutto. Tanto, ormai, con la nuova riforma, rischia di essere un'inutile perdita di tempo con dispendio di energie fisiche per le parti coinvolte ed economico per lo stato. In questo modo Berlusconi e compari otterranno due risultati:
A) Ridurre i tempi ben oltre la ragionevole durata che l'art 111 della costituzione richiede.
B) Eliminare l'odiosa casta di giudici insolenti che, finalmente, andranno in mezzo ad una strada e non daranno piu' fastidio.
Certo, senza processo, diventeranno disoccupati anche gli avvocati di Berlusconi e dei deputati tutti del PdL, ma per loro si puo' sempre trovare una sistemazione in Parlamento. O no?
A) Ridurre i tempi ben oltre la ragionevole durata che l'art 111 della costituzione richiede.
B) Eliminare l'odiosa casta di giudici insolenti che, finalmente, andranno in mezzo ad una strada e non daranno piu' fastidio.
Certo, senza processo, diventeranno disoccupati anche gli avvocati di Berlusconi e dei deputati tutti del PdL, ma per loro si puo' sempre trovare una sistemazione in Parlamento. O no?
Etichette:
Berlusconi;,
giustizia
Iscriviti a:
Post (Atom)