08/06/09

L'Iran senza pregiudizi (appunti di viaggio).

Nell’accingermi per la prima volta ad un viaggio di lavoro in Iran, il simbolo per molti del “fondamentalismo islamico”, non ho messo in valigia particolari pregiudizi positivi, non più di quanto mi sentissi sul punto di sprofondare in un girone dantesco. Il viaggio stesso, pur nella sua brevità, è stato d’altronde un’occasione per confermare, integrare e correggere l’impressione generale che mi ero già formato sul paese sulla base di informazioni ed esperienze indirette.

Naturalmente, appena sbarcati non ci si può non rendere conto delle “differenze fondamentali”, a livello di “stile di vita”, che il paese presenta. Per esempio, la gente muove le dita su cellulari touchscreen Samsung invece che Apple, ci sono molte più Peugeot e Kia che Fiat o Ford (anche se vanno per la maggiore le Samand, auto di discreta qualità e media cilindrata che l’Iran si produce da solo…), nell’equivalente locale degli Starbucks la gente consulta la posta elettronica su un Sony Vaio anziché su un notebook della Dell, e i foulard sono più spesso di Hermès che di Ralph Lauren.

Ma se la battuta può anche suggerire qualcosa in termini di permeabilità del paese rispetto alla cultura etnocida e mondialista del “sistema per uccidere i popoli” anticipato sin dagli anni ottanta nell’omonimo libro di Guillaume Faye da me tradotto in italiano, la “diversa normalità” del paese, in particolare da un punto di vista europeo, resta nondimeno vistosa in chiave di demistificazione del terrorismo psicologico di cui il paese in questione resta vittima.

Persino coloro come il sottoscritto che lo visitano per la prima volta già non del tutto ignari della realtà della società iraniana hanno l’inevitabile tentazione di raffigurarsela sotto tratti in qualche misura “sauditi”. Ora, tale tentazione più che con la realtà ha a che fare con una mancanza di prospettiva da parte nostra, che ci induce ad una generalizzazione avente per oggetto tutto ciò che è appunto l’Islam (o il “medio oriente”) meno occidentalizzato e “tunisino”. Viceversa, la Repubblica Islamica di Iran ha davvero altrettanto poco a che fare dal punto di vista sociologico con i paesi tribal-feudali che costituiscono i cocchi dell’occidente nella regione quanto ne ha dal punto di vista della collocazione politica internazionale - e se ne rende del resto perfettamente conto.

Tehran in particolare è una città di una dozzina di milioni di abitanti, in cui sono tuttora in corso - malgrado gli scossoni generati dalla violenta riduzione del prezzo del petrolio - vistosi programmi di sviluppo urbanistico, per decine e decine di cantieri attivi, largamente abitata da una classe media i cui ritmi di vita sono scarsamente tipici della regione, e la cui caratteristica che maggiormente colpisce un milanese è l’età media incredibilmente bassa - eredità del baby-boom successivo alla fine della guerra con l’Iraq, e che almeno nella capitale comporta una cospicua percentuale di studenti, al punto da renderla entro certi limiti, e soprattutto in certi quartieri, simile ad una “città universitaria”. Del resto, Ahmadinejad stesso è stato eletto presidente della repubblica a quarantanove anni, ed era diventato sindaco di Tehran a quarantasei. Come viene notato da tutti, la classe dirigente della rivoluzione khomeinista è stata sostanzialmente rimpiazzata dai quadri politico-militari selezionati dal conflitto contro Saddam, e che oggi rappresentano anche la spina dorsale dell’economia del paese. Infatti, a fronte di un pullulare di piccole iniziative commerciali e imprenditoriali, e di una legge paradossalmente molto liberale riguardo agli investimenti stranieri, l’Iran è oggi, al contrario dei suoi vicini arabi, non solo un paese relativamente industrializzato, ma fondamentalmente socialista, con un settore pubblico che si avvicina all’80% dell’intera economia, e che conosce un intervento massiccio non solo dello stato, ma direttamente di pasdaran, esercito ed altre istituzioni, in collaborazione-competizione tra loro, in un quadro di forte ricambio generazionale e di discreta mobilità sociale. Davvero nulla a che vedere sia con la gerontocrazia del vecchio corso cinese sia con i boiardi del parastato italiano anni settanta alla Prodi… Il sistema giuridico applicabile ai contratti o alle controversie commerciali - e che ritroviamo descritto nel… codice civile iraniano, di cui è facilmente reperibile anche una traduzione in inglese - resta comunque molto più familiare ad un europeo continentale non sono di quello cinese o di quello arabo, ma anche di quello anglosassone, essendo come il nostro ampiamente derivato dal Code Napoléon e dalla scuola pandettistica tedesca della fine dell’ottocento.

Con tutti i problemi che un agglomerato urbano di queste proporzioni inevitabilmente crea, degrado, accattonaggio, prostituzione, baraccopoli, microcriminalità a Tehran sono praticamente invisibili, mentre restano “normalmente” drammatici traffico ed inquinamento atmosferico, anche se l’influsso delle montagne incappucciate di neve che sono visibili dalla città - e ove i suoi abitanti possono andare a sciare in una mezz’ora di macchina - tende ad alleviare tale ultimo problema. La complessiva qualità della vita resta perciò discreta, così come è ovvia per qualsiasi visitatore la vivacità politica, sociale, economica, culturale, che si coniuga con un’elevata omogeneità della popolazione (dalle sembianze certo più europoidi, specie nella componente femminile, di quelle di molte popolazioni che si affacciano al mediterraneo, non escluso nel nostro paese), un’immigrazione straniera inesistente (per coloro in particolare che siano affetti, come molti miei amici leghisti, da “anti-arabismo primario”, può essere interessante il fatto che gli arabi sono pochissimi e piuttosto malvisti in Iran…) ed una sicurezza di tipo “svizzero”, del tipo che consente di lasciare una macchina aperta con le chiavi dentro o ad esempio una giovane donna di girare a qualsiasi ora in qualsiasi quartiere senza timori particolari.

Già, le donne. Giova al riguardo ricordare che i burka non abitano qui, e neppure i veli che coprono il naso e la parte inferiore del viso (stile film “arabo” di Hollywood, per intenderci). Studentesse, giovani casalinghe e professioniste, spesso impeccabilmente truccate, smaltate e griffate, portano il chador (che viene invece indossato in modo più “castigato” nelle divise e da parte delle donne molto anziane, inquadrando il viso dalla gola all’attaccatura dei capelli) solo a partire dalla sommità della testa verso l’indietro, in una posizione che sfida forse la forza di gravità ma di sicuro ben poco nasconde dell’ultima creazione del loro parrucchiere. Professioniste, dicevamo, perchè non solo sarebbero impensabili in Iran le regole demenziali riguardo la guida dell’auto o l’obbligo di essere accompagnate fuori di casa da un uomo, ma esiste una vivace presenza femminile, certo superiore ad esempio a quella giapponese, nelle professioni, nell’imprenditoria, nel giornalismo, nella cultura, nella politica.

La politica… La politica resta la grande passione di buona parte della popolazione. Una popolazione che vota a sedici anni, e che accorre in massa a tutte le scadenze elettorali, facendo un tifo accanito per i rispettivi, numerosi, candidati, di cui i partiti rappresentano poco più del comitato elettorale. Alle elezioni presidenziali in corso, ad esempio, si sono presentati circa quattrocento candidati - tra cui un centinaio di donne - senza i “filtri” imposti da nomination, primarie, liste chiuse, e così via. Per quello che è dato di capire, infatti, anche chi è matematicamente sicuro di non avvicinarsi neppure al ballottaggio, ce la mette tutta, e considera la propria campagna, ove come avviene per la grande maggioranza dei candidati la candidatura venga ammessa, un’occasione per farsi conoscere e rendersi visibilo in vista di altre occasioni ed altre (magari più modeste…) competizioni elettorali.

Difficile certo sarebbe descrivere la vita politica iraniana secondo il frusto asse “destra-sinistra” ancora in voga in Europa: in effetti, come noto, politiche internazionalmente “aperturiste” e moderate possono facilmente accoppiarsi ad un accentuato conservatorismo sociale, posizioni nazionaliste e radicali in politica internazionali possono convivere con un atteggiamento ostile ad un’eccessiva ingerenza del clero sciita nella vita interna del paese, posizioni fortemente “sociali” possono andare insieme al tradizionalismo a livello di costumi. Ma in ogni modo tutti gli iraniani hanno ben presente la loro posizione al centro della politica medio-orientale e mondiale, e ne sono fieri, ed una “quinta colonna” di personaggi che considererebbero un’invasione straniera come una “liberazione dalla tirannia” è nel paese sostanzialmente inesistente. Il funzionario ICE che mi ha accompagnato e fatto da guida nel corso dei miei contatti, già emigrato in Italia al tempo della rivoluzione e poi rientrato Iran, ad esempio, è uno dei pochissimi abitanti che dichiara, del resto neppure troppo a bassa voce, la sua nostalgia per i tempi dello Shah. Ebbene, anche lui non ha nessun dubbio nel sostenere e ritenere fondamentale il programma nucleare per la modernizzazione del paese, non esita a ritenere pretestuoso e dettato da puri interessi geostrategici ed economici l’embargo in vigore, e non può capire a che titolo l’Italia presti credito alla posizione di potenze nucleari da sessant’anni che non mostrano alcuna intenzione di rinunciare ai propri esorbitanti arsenali e che prendono a pretesto i propri veri o pretesi timori che altri si dotino di deterrenze analoghe per limitarne la sovranità…

“Modernizzazione”, del resto, è uno dei Leitmotiv delle politiche governative ed aziendali iraniane. Modernizzazione intesa, chiaramente, in senso economico e tecnologico e strutturale, non in quello “tiepido” di “liberalizzazione” e globalizzazione rispetto ad un preteso “oscurantismo” attuale. Ma il concetto di oscurantismo islamico nel contesto iraniano va esaminato più da vicino, in controluce rispetto non solo al modello saudita o talebano, ma anche rispetto a quello che sarebbe una società americana pienamente dominata dalla “destra cristiana”. E ciò non solo sotto il profilo ormai poco di moda della “modernizzazione finanziaria”, che vede l’Iran oggi nella posizione di dover essere sinceramente grato alla politica dell’amministrazione Bush. Capita infatti che in Iran insieme all’”islamic banking”, che interpreta in modo rigoroso i precetti religiosi in termini di usura, etc., esistano anche banche attive più o meno nelle forme occidentali, i cui accaniti tentativi di partecipare al mercato dei subprime e di ottenere la loro quota di “toxic assets” sono stati frustrati più dal provvidenziale ostracismo neocon che dalla lungimiranza delle locali autorità di vigilanza, e che oggi non hanno ancora finito di fregarsi le mani per essere state risparmiate dal relativo uragano…

Così, parlando di oscurantismo relgioso, giova ricordare che in Iran ad esempio la biologia evoluzionista viene tranquillamente insegnata a scuola senza spazi per divagazioni “alternative”: la Bibbia è bensì un libro sacro per i musulmani, e gli stessi tendono anche ad essere “letteralisti”; ma l’Islam insegna anche la dottrina della corruzione della parola di Dio, e della verità successiva che supera l’errore precedente, e mentre la Genesi è largamente screditata nell’opinione dei più, il Corano è sufficientemente vago sul punto da non creare nessun tipo di problema al “credente” biologo; e in ogni modo i ben pochi “creazionisti” musulmani non si trovano affatto nei ranghi degli ayatollah, ma - guarda, guarda … - sono turchi o egiziani. Ugualmente, la ricerca o le applicazioni biotecnologiche non pongono nessun problema: la semidivinizzazione tomista della Natura alla base dell’ecologia del profondo non ha radici in questo contesto. Così come non lo pone il nucleare, anche se esistono teorie che condannano un eventuale uso di bombe atomiche; né sono noti particolari interdetti riguardo all’utilizzo di tecniche e strumenti utili a potenziare sotto qualche profilo le prestazioni degli esseri umani.

Per quello che invece riguarda la sfera sessuale, che costituisce per definizione l’ argomento privilegiato dei fanatici religiosi occidentali, è bensì vero che chi si presta ad una divagazione extraconiugale di una donna sposata va incontro ad un rischio lapidazione, e che è impossibile in mancanza di matrimonio occupare una stanza d’albergo con un ospite del sesso opposto. Ma molti, nell’interpretare le conseguenze di tale ultima disposizione, dimenticano per esempio di considerare che nulla vieta in Iran di stipulare un matrimonio a tempo determinato, per un periodo arbitrario che può andare da un giorno a novantanove anni. Certo, magari se un celebrante anzianotto vede sui documenti indicate quarantotto ore, è ben possibile che rotei un pochino gli occhi, essendo evidente per tutti lo scopo di tale coniugio: ma la cosa non gli dà alcun potere di interferire con la scelta al riguardo dei nubendi.

Certo, esiste naturalmente anche il matrimonio a tempo indeterminato. E come mi conferma un avvocato: “Ah, beh, in tal caso divorziare è un incubo, specie se i coniugi litigano ci può volere anche più di un anno dalla separazione” (confronta con i tre anni minimo richiesti dalla legislazione italiana). Ma il divorzio ad un abitante di un paese clericale come l’Italia fa venire immediatamente in mente l’aborto: “No, l’aborto non è libero”, continua il mio interlocutore, quasi un po’ imbarazzato dalla ammissione, “può essere eseguito unicamente da un medico” (! - sottinteso: “alle macchinette a gettone non ci siamo ancora, ma ci stiamo lavorando…”; assolutamente liberi sono invece gli strumenti per la pianificazione delle nascite, largamente utilizzati e su cui la morale islamica non ha nulla da dire;). Ciò del resto porta con sé un’assoluta libertà di ricerca in materia di embrioni e cellule staminali, di cui stanno in effetti approfittando numerosi programmi pubblici e privati: secondo la tesi teologica che va per la maggiore, l’embrione diventa dotato di un’anima in qualche periodo successivo al terzo mese, così che la sperimentazione che coinvolge poche decine di cellule non ha più implicazioni biotetiche di quella che coinvolge qualche cellula di mais transgenico. Ancora, il regista newyorkese di origine iraniana Tanaz Eshaghian ha avuto la sorpresa, nel girare il documentario Be Like Others, che il cambio di sesso in Iran è una procedura medica pagata dallo stato, e vista come la “realizzazione della volontà di Allah”, cui bisognerebbe pur rassegnarsi ove si verifichino ambiguità di genere non altrimenti risolvibili…

Al di là di queste esemplificazioni estreme, ciò che è sicuro è che la società sopra delineata non appare in pratica particolarmente sessuofoba, e la libertà dei costumi è significativamente aumentata proprio nell’epoca Ahmadinejad, l’orco conservatore che assicurerebbe il perdurare del fanatismo religioso nel paese. In realtà, le condizioni sociali, generazionali, culturali, urbane e di sicurezza fanno sì che una donna abitante a Tehran si muova probabilmente con maggior agio di quanto accade in molta provincia europea. E coppiette irregolari di formazione visibilmente recente, che tubano per strada, nei giardini, nei bar, sono ancora più abbondanti delle donne sole - anche se non si toccano né si baciano in pubblico, uso del resto in decadenza anche in molte città europee. Tanto per citare un aneddoto personale, chi scrive, avendo scambiato poche parole all’uscita di un ristorante con una elegante receptionist di cui aveva sollecitato l’aiuto per ottenere un taxi e un po’ d’aiuto per indicare a quest’ultimo l’albergo corretto, si è visto chiamare in albergo dopo qualche ora, e porre tre domande iniziatiche: “sei sposato? qual è il tuo numero di cellulare? ho finito adesso di lavorare, ti va se andiamo a bere qualcosa in centro?”.

Naturalmente, da occidentale, avrei potuto equivocare, e pensare erroneamente che… la stessa mi invitasse a bere dell’alcool. Sotto tale profilo, in Iran beninteso non esiste alcuna forma di proibizionismo stile anni trenta americani: ognuno può comprare dieci litri di vodka e berseli tutti a casa propria sino a suicidarsi; d’altronde, non solo è vietato bere bevande alcoliche in luoghi pubblici (come tuttora negli USA) ma anche bere in luoghi aperti al pubblico, come ristoranti, alberghi, uffici, etc. Più o meno come oggi capita con il tabacco dalle nostre parti - e del resto anche in Iran. Cosicché, qualche ristorante in stile occidentale addirittura espone bottiglie di vino o di champagne a scopo “decorativo”, ma non le serve ai suoi clienti; né lo fanno bar o caffé o altri luoghi di ritrovo per giovani e non; e in ogn imodo resta socialmente inaccettabile presentarsi in pubblico in condizioni visibilmente alterate (così come del resto a Milano o a Madrid, benché le cose possano stare diversamente a Londra o a Helsinki, dove è talora insolito che qualcuno si presenti ad un appuntamento o ad una cena perfettamente sobrio).

La cosa non pare però nuocere troppo ai rapporti sociali ed alla conversazione, che come nell’Europa latina si svolgono spesso a tavola. e rispetto a cui resta il rimpianto di non conoscere abbastanza il farsi, lingua indoeuropea probabilmente più facile per la maggiorparte di noi del russo o del tedesco, la cui sola vera difficoltà consiste nel fatto di essere scritta in caratteri arabi, e perciò con la consueta omissione delle vocali.

Ma avrò certo il tempo di rimediare per la prossima visita, di cui mi auguro di avere presto l’occasione…

Stefano Vaj

2 commenti:

Attila ha detto...

"..è bensì vero che chi si presta ad una divagazione extraconiugale di una donna sposata va incontro ad un rischio lapidazione,"

Stefano, qui, ha detto una grossa inesattezza. In Iran la lapidazione per adulteri e fornicatori colpisce ugualmente sia gli uomini che le donne, anzi le ultime lapidazioni hanno riguardato uomini adulteri e mentre non poche donne sono state graziate. Ad esempio , si guardi qui:

http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_05/iran_lapidato_per_adulterio_a4423228-395a-11de-ab3d-00144f02aabc.shtml


La storia secondo cui nei paesi islamici, le donne, a parità di reato, subiscano un trattamento peggiore rispetto agli uomini è una MENZOGNA della propaganda nazi-femminista occidentale. Semmai ciò avviene in Occidente, a parti invertite a favore delle donne,basti vedere le differenti pene che, a parità di reato, vengono inflitte agli uomini e alle donne, oppure un esempio fra tutti, il caso della signora Franzoni(assassina) confrontato con quello del padre(iinocente) dei fratelli di Gravina.

Piedone L'africano ha detto...

Attila, sei proprio un caino:-P