25/09/10

FINI TRADITORE E LADRO DI SOGNI

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.
Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.

Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro... Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.

MARCELLO VENEZIANI

24/09/10

IL PADANO ALLA FRONTIERA

'Scusi commendatore, ma senza passaporto lei che è veneto in Toscana non può entrare'. Racconto futuribile e surreale (ma non troppo) di quello che potrebbe succedere se la Padania diventasse uno Stato indipendente
(22 settembre 2010)-Prego, avanti il prossimo.
-Buongiorno...
-Buongiorno a lei.
-Ecco il passaporto...
-Mmm ok, tutto a posto... Ah, però, aspetti...
-Sì?
-Manca il visto.
-Quale visto, scusi?
-Il visto. Sono quattordici anni che per entrare in Italia c'è bisogno del visto: dal primo gennaio 2017, per la precisione.
-Ah, questo lo so: ma io, vede, non vengo proprio dall'estero...
-Come sarebbe a dire, che non viene dall'estero? E allora perché attraversa la frontiera della Toscana con un passaporto in mano, scusi?
-Cioè, volevo dire, formalmente vengo dall'estero, ma in realtà sono residente in Padania, quindi praticamente sono italiano come lei, guardi bene il documento...
-L'ho già guardato, il documento. Padania, quindi estero, quindi serve il visto. Semplice, no?
-Ma...
-Niente ma, abbia pazienza, io così non posso farla entrare.
-Ma mi avevano detto che dopo la depressione qua alla frontiera...
-Qua alla frontiera cosa?
-...chiudevate un occhio. Via, in fondo siamo tutti italiani, no? Vengo a cercare lavoro, mica a rubare.
-Non ne dubito, signor...
-Commendator Ballanzon. Ero un industriale fino a due anni fa, cosa crede?
-Ecco, commendator Ballanzon, io non dubito che lei abbia le migliori intenzioni, ma saprà certamente che dopo la dichiarazione di indipendenza della Padania, cioè dal 2017, le regole sono un po' cambiate, no?
-Ma io veramente non...
-Allora, guardi, lo spiego anche a lei come ho fatto con gli altri: con il plebiscito del 2016 la Padania ha cessato di essere una provincia autonoma federata ed è diventata uno stato sovrano. Lei dovrebbe ricordarsene, credo.
-Certo, come no, ricordo che votai contro...
-E allora si vede che tutti quelli che votarono contro capitano a me...
-Come, scusi?
-Niente. Dicevo solo che è molto strano che quando ho il turno di notte tutti quelli che cercano di passare questa frontiera senza il visto, come lei, sostengano di far parte di quel 3 percento -perché era il tre percento, vero?- che al plebiscito votarono per l'unità d'Italia... Ma lasciamo correre e veniamo al punto: dal 2017 per spostarsi dall'Italia alla Padania e viceversa ci vuole il visto; lei il visto non ce l'ha, e quindi non posso farla passare.
-La prego, ho famiglia...
-Ah, se è per questo anch'io. E sa dov'era la mia famiglia, fino a prima del plebiscito?
-Non capisco cose c'entri adesso...
-Mi risponda: lo sa dov'erano i miei genitori, quindici anni fa?
-No... -Erano in Veneto, insieme a me.
-Ah, bene.
-Bene un cazzo. Li hanno cacciati a calci nel culo, come tutti i "non nativi", come li chiamavate voi...
-Questo mi dispiace, anche se "cacciati a calci nel culo" è un'espressione un po' forte, via...
-Dice? Gli hanno tolto la casa perché bisognava privilegiare gli autoctoni, a me mi hanno messo in una scuola differenziata con tre sole ore di lezione al giorno mentre gli altri, i padani, ne facevano sei, e a mia sorella, che era già diplomata, l'hanno iscritta nelle liste di collocamento "separate".
-Ha ragione, fu orribile...
-...mi lasci finire. Niente casa, niente lavoro, niente scuola: fummo costretti a tornarcene in Calabria, luogo in cui mio padre ha ricominciato a fare il bracciante e io ho preso il diploma e poi ho vinto il concorso per diventare guardia doganale. E adesso eccoci qua.
-Io apprezzo molto i sacrifici che ha fatto, sa?
-...
-Ma lei capisca anche me: ho moglie e figli, lassù, e abbiamo perso tutto con la depressione e proprio non ce la facciamo ad andare avanti... La supplico, mi lasci passare...
-Sa cosa mi fa impazzire, di voi padani? Che vi piangete addosso, che pare che tutto vi sia dovuto, che state sempre a lamentarvi e poi devono arrivare gli altri a imboccarvi...
-Non mi mortifichi, ora...
-Non la mortifico, dico solo la verità. E poi, lei lo sa che siete stati voi a volerla 'sta frontiera, no?
-Sì, lo so.
-Allora mi dica: come votò, al plebiscito del 2016? E badi di dirmi la verità, tanto sono un poliziotto e me ne accorgo quando uno mente.
-Votai sì. Cioè, votai per l'indipendenza.

E LA PROSSIMA VOLTA NON SARANNO SOLO SLOGANS....

Tutti a CASTELLAMMARE!




Lo stato colonialista ancora una volta ha deciso di depredare il SUD: Tremonti, l'erede di CIALDINI, vuole chiudere il cantiere navale di Castellammare di Stabia fondato nel 1783 che, quindi,è la più antica industria italiana.

IL CANTIERE DI CASTELLAMARE - prima che arrivassero i razziatori - è stato l'attore principale per la nascita della 2a flotta più imponente del mondo; oggi gli occupanti vogliono far finire una tradizione che a CASTELLAMARE si tramanda di padre in figlio da 3secoli.

Non è possibile che sia sempre il SUD a pagare e non è tollerabile che lo stato italiano mandi altre 1.000 famiglie in mezzo alla strada per favorire gli stabilimenti fincantieri del Nord.

CASTELLAMARE E' UN SIMBOLO DELLA NOSTRA STORIA E DELLA NOSTRA NAZIONE, NON POSSIAMO ABBANDONARLA E DOBBIAMO ESSERE PRONTI A SOSTENERE UN'INTERA CITTA'.

Non è più tempo di rimanere qui a fare la nostra protesta domestica perchè lo stato italiano dei disagi creati ai meridionali se ne frega, è tempo di andare a ROMA piuttosto che agli stabilimenti del Nord e fare capire ai colonianilisti che sono finiti.

150 anni fa ci tolsero una patria chiamandoci briganti, oggi è tempo di tornare ad esserlo.

23/09/10

PRESTO RENZO BOSSI SARà RETTORE!

Mentre le università e il mondo della scuola protestano contro tagli che ufficializzano lo stato comatoso di un paese che, con le riforme MORATTI e GELMINI, è destinato a morire e ad avvicinarsi sempre più ai paesi dell'Europa dell'Est, la LEGA ha avanzato una nuova proposta federalista che presto aprirà un nuovo dibattito: "le quote renzo" (da non confondere con le quote latte pagate ai vaccari lombardi coi soldi del meridione).

Siccome ai test di ammissione per le facoltà a numero chiuso vincono sempre i meridionali perchè i settentrionali sono una massa di somari alcolizzati e cocainomani, la LEGA chiede che almeno una percentuale degli ammessi sia di diritto di nazionalità padana.

Non si tratta di una semplice boutade, ma tutto rientra nel progetto nordista di disintegrare ciò che resta dello stato: quattro anni fa - visto che a vincere il concorso in magistratura sono sempre i napoletani! - avanzarono la stessa proposta per i magistrati e il risultano fu che oggi il concorso si svolge a Milano tra mille illeciti.

Adesso Umberto Bossi - per il quale l'amico rettore dell'università dell'Insubria ha pronta una "laurea honoris causa" - vuole prendersi tutto: i ministeri vanno spostati al Nord e le Università vanno riempite ancor di più da somari.

Accidenti, RENZO BOSSI ci avrà pure messo tre anni per prendersi la maturità, ma adesso la sua scalata nel mondo accademico sarà inarrestabile!

20/09/10

Tremonti chiude CASTELLAMARE, CALDORO TACE!

Tremonti ha deciso di chiudere la FINCANTIERI DI CASTELLAMMARE, ex fiore all'occhiello della 2a flotta più imponente del mondo (quella borbonica!), per favorire i cantieri del Nord: tradotto significa 1.000 FAMIGLIE IN MEZZO AD UNA STRADA e il meglio della produzione italiana sacrificato in nome dei valori della LEGA NORD.

E' LA SOLITA STORIA che si ripete DA 150 ANNI inaugurata da CARLO BOMBRINI che volle la chiusura delle grandi industrie del meridione d'Italia, prima fra tutte quella di Pietrarsa, per fondare la sua Ansaldo.

Sua fu la frase, riferita a noi duosiciliani, "Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere".
Detto fatto.

17/09/10

La spesa più cara al Sud che al Nord : sconfessata l'ennesima balla nordista.

Inchiesta Altroconsumo sui prodotti di 421 marche in 926 punti vendita della grande distribuzione di 62 città. Firenze, Verona e Pisa le più economiche. Sassari e Catania quelle dove si spende di più. Divari fino a mille euro


Il carrello scotta. A sorpresa, più al Sud che al Nord. Così, fare la spesa a Sassari costa 900 euro più che a Firenze. Per gli stessi prodotti e nella stessa quantità, nonostante l’inflazione sia sotto controllo e i prezzi dei prodotti alimentari addirittura in discesa. Quasi tutti. Fa eccezione la pasta, cresciuta inspiegabilmente del 33% dal 2007. Un vero e proprio record. Le famiglie, intanto, sono più povere.

Si riduce il potere di acquisto (del 2,6% nel 2009) e il 17% tra loro non arriva alla quarta settimana. In questo quadro, a sciogliere il luogo comune – si spende meno da Roma in giù – e a scattare un’istantanea sui cartellini dei prodotti di uso quotidiano arriva l’indagine di “Altroconsumo” . Fare la spesa in Sicilia, Sardegna, Campania, Puglia (ma anche nel Lazio e in Abruzzo), secondo l’associazione dei consumatori presieduta da Paolo Martinello, costa molto sopra la media. Media che l’Istat certifica in 6.300 euro per ogni famiglia nel 2009. La scarsa concorrenza tra catene e punti vendita rende impossibile per chi vive nel Mezzogiorno spuntare scontrini migliori.

Così, riempire il carrello conviene a Firenze, Verona, Pisa, dove la spesa si aggira attorno ai 5.700 euro annui, sotto la media. Ma anche a Treviso, Udine, Arezzo, Livorno, Alessandria, dove è al di sotto dei 6 mila euro. Supera, invece, i 6.600 euro a Sassari e Catania. Ed è sopra i 6.500 euro ad Ancona, Roma, Lecce, Pescara, Messina. Differenze notevoli. Tra Firenze(la migliore) e Sassari (la peggiore) corrono quasi mille euro. Per l’acquisto degli stessi, identici, prodotti di marca e nelle stesse quantità. quasi mille euro. Per l’acquisto degli stessi, identici, prodotti di marca e nelle stesse quantità.
L’indagine di Altroconsumo – condotta su prodotti di 421 brand, monitorati lo scorso maggio in 926 punti vendita visitati (tra hard discount, super e ipermercati) di 62 città italiane – svela anche il paradosso della pasta, il cui prezzo è triplicato senza motivo in tre anni, dopo i rialzi del 2007 dovuti alle tensioni internazionali sul costo del grano. L’impennata sulla materia prima è rientrata, ma i prezzi finali non sono più tornati a livelli accettabili. Mentre olio, saponette, coca cola, pelati scendono (i pomodori addirittura del 26%), anche il detersivo lievita del 14%, i corn flakes del 15%, la mozzarella del 3%.

I risparmi, secondo l’inchiesta, sono comunque possibili. Fino a 1.600 euro l’anno. Dal confronto tra un carrello “tipo” con prodotti di marca e uno low cost, Altroconsumo individua nei prodotti “hard discount” il vantaggio più consistente (-61% di minor esborso rispetto agli equivalenti di marca). Bene anche i prodotti “primo prezzo”, quelli con il valore più basso per ciascuna categoria (-50% di risparmi) e quelli che portano il brand del centro commerciale (-41%). I prodotti di marca in offerta convengono sempre (-21%). Ma, avverte l’associazione, la variabilità di prezzo tra punti vendita può raggiungere anche il 30% sul singolo prodotto in offerta. “Una vera giungla”, in cui è complicato orientarsi. Nella gara tra Coop ed Esselunga, per molti anni regina tra le catene meno esose, quest’anno si inserisce Iper, risultata la più economica. Maglia nera per Standa/Billa: un carrello “tipo” costa qui il 12% in più che da Iper. Il carrello low cost conviene, invece, da Eurospin

Condannato BRANCHER, il ministro di Bossi.

Il prezzolato ex ministro Brancher
condannato a due anni
Pena sospesa grazie all'indulto. Ma rimangono tre memorabili settimane nell'esecutivo, finite perché "c'è cattiveria, l'Italia è uscita dai mondiali e se la prendono con me"
Per tre settimane al tavolo del Consiglio dei ministri ha seduto un uomo rinviato a giudizio per ricettazione e appropriazione indebita che ha tentato di evitare il processo nascondendosi dietro il legittimo impedimento ideato da Silvio Berlusconi per le più alte cariche dello Stato e l’intero esecutivo. Per questo nominato dal premier “ministro al nulla”, per dirla come Famiglia Cristiana. Ma Aldo Brancher non ce l’ha fatta. Costretto dalle polemiche scaturite dalla sua improvvisa e ingiustificata nomina si è dovuto dimettere e presentare davanti alla corte di Milano. Che l’ha così potuto giudicare. E condannare: due anni di carcere e quattromila euro di multa per uno dei tanti capitoli della vicenda legata alla tentata scalata ad Antonveneta in cui è imputata anche la moglie, Luana Maniezzo. La pena è comunque coperta dall’indulto perché inferiore ai tre anni. E Brancher si era premurato di chiedere il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena, una volta saltato lo scudo del legittimo impedimento. Che ha usato fin quando ha potuto. In tribunale a Milano non poteva andare però assisteva, in compagnia del presidente del Senato Renato Schifani, all’apertura della stagione all’Arena di Verona. O partecipava al matrimonio della senatrice Cinzia Bonfrisco a Pastrengo, insieme ai ministri Mariastella Gelmini, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta. A officiare le nozze, con un’apposita delega firmata dal sindaco Mario Rizzi, Renato Schifani.

Al tribunale di Milano, intanto, il pm Fusco, si sentiva “preso in giro. Di cosa è ministro? Io ancora non ho capito”, disse alle agenzie di fronte alla richiesta dei legali di Brancher a usufruire del legittimo impedimento per “organizzare il ministero”. Persino Giorgio Napolitano si sentì in dovere di intervenire e dal Colle arrivò una delle note più chiare della storia repubblicana: “Brancher non deve organizzare alcun ministero perché è un ministro senza portafoglio”. I legali fecero subito marcia indietro: “Non organizzare il ministero certo, ma pianificare le riforme”. E lui, tutto serio: “Ho molto lavoro da fare”. Di andare in tribunale a Milano non c’era proprio tempo. Però per partecipare alle cene di Arcore sì, come è avvenuto due giorni dopo l’udienza slittata per legittimo impedimento. Brancher diede disponibilità a presentarsi per i primi di ottobre e, disse, “andrei anche prima ma in tribunale d’estate non c’è nessuno”. Dichiarazioni rilasciate da ministro. Di record ne ha registrati tanti. E’ stato in carica meno di tre settimane. Ed è stato nominato per evitare i processi ma poi proprio in un’aula di tribunale ha annunciato le dimissioni. Travolto dalle polemiche (persino Vittorio Feltri scrisse: “Meglio rinunciare a Brancher e Fini”, che ancora stava nel Pdl), è stato costretto a “fare un passo indietro” ma, disse, “non ho nulla da rimproverarmi. C’è tanta cattiveria in questo paese. Se la sono presa con me perché l’Italia ha perso ed è uscita dai mondiali”. In linea con l’altro ministro, Claudio Scajola, che si dimise perché si ritrovò con un appartamento vista Colosseo ma, si difese, “qualcuno l’ha comprato a mia insaputa”. Scajola ora la rivende per fare beneficenza, Brancher si leggerà le motivazioni della condanna depositate ieri. Dove il suo interesse nei confronti di Giampiero Fiorani è definito dal giudice “prezzolato”, dove è indicato come un uomo che “sapeva di ricevere soldi di provenienza illecita”. Uno che è stato, per tre settimane, ministro della Repubblica. Ma “c’è tanta cattiveria”.

Il rettore - con lo sponsor della GELMINI - vuole laureare Bossi

“sfiduciato” dal suo ateneo
Renzo Dionigi, numero uno dell'università dell'Insubria, viene fortemente criticato dai presidi delle facoltà di Varese e Como. Tra i punti della contestazione, anche la gestione della vicenda del riconoscimento al Senatur
Voleva laureare honoris causa Umberto Bossi. Ma ora si ritrova tutto l’ateneo contro. Il rettore dell’università dell’Insubria (Varese e Como) Renzo Dionigi vede il suo ruolo messo in discussione proprio dai presidi dell’ateneo, che gli contestano la scarsa trasparenza nella gestione, ma soprattutto gli rimproverano di aver messo l’ateneo alla berlina, nel mese di agosto, sulla vicenda Bossi. In una mail interna, il professor Paolo Cherubino (uno dei docenti “storici”, in passato preside della facoltà di Medicina e chirurgia) scrive: “E’ pietoso che non vi sia stata una risposta ufficiale degna di un ateneo qualsiasi alla campagna di ridicolizzazione del nostro Vertice apparsa su molte testate a diffusione nazionale, nella quale era descritta la laurea honoris causa ad un politico quasi come la vendita o il baratto in cambio di benefici economici per l’ateneo” (leggi l’articolo su www.varesenews.it) La vicenda Bossi è solo uno dei temi caldi. Nei giorni scorsi anche i presidi di Economia e Scienze hanno preso posizione contro la gestione di Dionigi. Ma chi è Renzo Dionigi?

Riproponiamo il testo di un articolo intitolato “Laurea honoris causa a Umberto Bossi? Ci pensa l’amico medico, rettore a Varese”, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 12 agosto scorso.

“Mi ha operato un amico di vecchia data, il professor Renzo Dionigi dell’Università di Varese”. Alla vigilia del raduno di Pontida del 2005, Umberto Bossi rassicurava il popolo leghista sulle sue condizioni di salute e ringraziava pubblicamente “l’amico medico”. Cinque anni dopo Renzo Dionigi, settant’anni, da dodici rettore dell’Università dell’Insubria (con doppia sede a Varese e Como, iscritto alla massoneria, come risultò nel 1992 dalle indagini di Agostino Cordova), è pronto a regalare un’altra gioia al senatur: la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione.

A dire il vero, se fosse dipeso da lui, avrebbe provveduto molto prima: già due anni fa, interpellato sulla possibilità di laureare il leader padano, Dionigi lasciava intendere di non essere affatto contrario: “Se qualche facoltà lo propone…”. Evidentemente i presidi del suo ateneo non raccolsero l’invito e la questione finì nel dimenticatoio. Così, nei 12 anni di vita dell’ateneo varesino-comasco, ci si è dovuti “accontentare” di vedere sfilare lo stato maggiore leghista in tutte le cerimonie universitarie, con ministri, sottosegretari e parlamentari in prima fila ad ogni inaugurazione dell’anno accademico. I big del partito hanno anche dato vita alla “fondazione insubrica amici di Carlo Cattaneo”. Bossi ne è presidente onorario. E Renzo Dionigi è tra i soci fondatori. Insomma, le occasioni per rafforzare il sodalizio tra Lega e ateneo non mancano. Ma la laurea al Capo, nell’università di casa, sembrava davvero un sogno proibito. Solo i fan più accaniti di Bossi, come l’attuale capogruppo leghista alla Camera Marco Reguzzoni o il presidente della provincia di Varese Dario Galli avevano provato, nel 2006 e nel 2009, a prendere carta e penna per sollecitare “l’indispensabile riconoscimento accademico all’uomo politico più significativo degli ultimi 30 anni”. Niente. I professori dell’Insubria non ne volevano sapere e non proponevano quel nome.

Tutto è cambiato la scorsa settimana, grazie alla provvidenziale telefonata a Dionigi di un’altra illustre paziente del chirurgo-rettore: il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: “Se c’è uno che merita la laurea”, ha detto, “è proprio Bossi”. Non stupisce che il ministro abbia telefonato personalmente al numero uno dell’ateneo dell’Insubria. E non solo per ragioni “cliniche”. Da aprile Dionigi fa parte di un gruppo ristretto di saggi che tiene i contatti tra il mondo della ricerca e quello della sanità. Di fatto, un super consulente della Gelmini. Che i due fossero in sintonia si era capito anche dal fatto che un anno fa il rettore varesino fu tra i pochi accademici a sostenere la proposta di riforma universitaria. Alla fine i buoni rapporti tra ministro e rettore hanno giovato anche a Bossi. La decisione sulla laurea honoris causa verrà discussa dal senato accademico dell’Insubria, che si annuncia diviso e battagliero. Non solo su questa vicenda. Da mesi le polemiche infiammano le scelte interne dell’ateneo, in particolare sulla gestione delle risorse e dei finanziamenti. Troppo sbilanciati, secondo alcuni, a favore di Varese e a scapito di Como. E con un occhio di riguardo per amici e parenti.

Nel marzo 2009 i docenti di Como hanno protestato proprio nel giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico. “L’intera sede comasca”, hanno scritto, “riceve quanto il singolo progetto del professor Gianlorenzo Dionigi, figlio del rettore e associato presso la facoltà di Medicina di Varese. E meno del singolo progetto della professoressa Storti, che è docente a Milano e non all’Insubria”. Claudia Storti, per la cronaca, è autrice di un libro proprio con Dionigi. E pensare che, solo un anno fa, il rettore illustrava così la sua idea di meritocrazia: “E’ un principio che si è spesso tradotto nell’esatto opposto. Generando situazioni paradossali”. Paradossi, appunto. Come quello del figlio associato nella stessa facoltà del padre-rettore. Oppure quello del figlio del rettore vicario Giorgio Conetti, che figura tra i ricercatori della facoltà di Giurisprudenza, la stessa in cui insegna il padre. I dirigenti leghisti, intanto, sono impegnati a immaginare il leader con toga, tocco e corona d’alloro. Il laureando, però, prende le distanze: “Tutte stupidaggini”, dice Bossi. “Avrei potuto fare il medico, studiavo a Pavia ed ero anche bravo. Invece ho scelto la Lega”. E chi figurava tra i docenti del senatur a Pavia? Sempre lui, il professor Renzo Dionigi.

di Simone Ceriotti

da Il Fatto Quotidiano del 12 agosto 2010

Una sanguisuga chiamata Nord.

DA 150 ANNI SI FOTTONO I NOSTRI SOLDI!

15/09/10

Michele Pisacane, "IL" psichiatra incorruttibile.

Il sindaco di Agerola, MICHELE PISACANE, è stato espulso dall'Udc perchè ha rotto il sodalizio AFFARISTICO con De Mita per nobili ideali: voleva che la sua seconda moglie - sua ex segretaria e paracadutata in consiglio regionale per meriti dattilografici - divenisse Assessore della giunta CALDORO. Ora cerca nuove AFFILIAZIONI sia nel PD che nel PDL. Il caso in sè ha un'incidenza limitata, perchè di arrampicatori così ne è piena la democrazia italiana, senonchè Pisacane - sindaco, deputato e con la moglie in regione - riesce ad avere le mani in pasta ovunque nel pieno stile mastelliano. Cari amici agerolesi, possibile che questi PIAZZISTI che, per qualche dollaro in più si vendono la NOSTRA TERRA,debbano essere premiati?

Ci decidiamo a mandarli via a calci in luoghi dove non poggiano le istituzioni o no?

"Sto nell'Udc, tratto col Pd
e forse voto per salvare il governo"
Michele Pisacane, deputato del partito di Casini, tentato dal Gruppo di responsabilità di Nucara
di ANTONELLO CAPORALE



MICHELE Pisacane, uomo di mezza età e di nutrita presenza fisica, è considerato deputato in transito. E' di Agerola, sulla cresta montuosa che poi declina verso Sorrento. E' anche sindaco del suo paese. La consorte invece è consigliere regionale della Campania.

"Chi si vende e chi si compra. Qua è tutto un fiorire di nomi e di scenari".

Michele Pisacane non si vende e non si compra.
"Incomprabile. Assolutamente".

Incorruttibile.
"Michele Pisacane ha 18824 voti, e se li è cercati uno per uno".

Spieghiamo al lettore stupito: lei è un deputato dell'Udc eletto in Parlamento senza preferenze.
"Per l'appunto. Allora ho candidato mia moglie al consiglio regionale della Campania in modo che fosse tutto trasparente e chiaro".

Anche sua moglie nell'Udc.
"Ora è un'ex, si è sistemata nel misto".

In transito anch'ella?
"Questa estate ho avuto solo un abboccamento, una discussione con gli amici del Pd".

Il Pd per la questione coniugale campana. Il Pdl invece per il profilo nazionale che attiene alla sua responsabilità.
"Sto bene nell'Udc. Ho solo polemizzato per come il mio nome e la mia storia politica siano stati messi da parte quando c'era da offrire visibilità".

Capito. Ciriaco De Mita, che comanda in Campania, non ha pensato a sua moglie quando c'era da fare gli assessori.
"Non solo, ma ha capito perfettamente".

Pisacane, non ci si crede.
"Invece deve credermi!"

Lei è momentaneamente in polemica con Casini.
"Se mi caccia dal partito io guardo altrove. Se non mi caccia, io non guardo".

Lineare.
"Vediamo Berlusconi cosa dirà alla Camera".

Potrebbe fare un discorso convincente e porre alla sua coscienza la dirimente questione: chi sono, dove vado.
"In questa politica nuova bisogna difendersi a denti stretti".

Lei è benissimo attrezzato.
"Noi siamo donatori di voti. Quelli se li pigliano e poi ci fottono".

Perciò ha candidato sua moglie.
"E meno male che l'ho fatto! Altrimenti chissà chi se li sarebbe presi. Io dono e quelli, i pescecani, intascano gratis il mio lavoro".

Il suo lavoro.
"La mia segreteria storica in Napoli è sempre aperta. Ascolto gli amici, poco posso fare".

Ascolta soltanto?
"Sono laureato psichiatra. Faccio il psichiatra sociale. La gente si sfoga e io raccolgo".

Raccoglie.
"Poco più".

I moti di REGGIO, il sessantotto del SUD

Nell’estate di quarant’anni fa, 1970, a Reggio Calabria scoppiò la più lunga rivolta urbana che la storia della nostra repubblica ricordi. Durò sette mesi, da luglio a febbraio, costò vittime, una strage misteriosa sul treno del Sole, e lasciò ferite insanabili. Tutto nacque, come è noto, per il trasferimento del capoluogo di regione a Catanzaro per la nascente amministrazione regionale.
È uscito di recente un testo fotografico e un dvd - Reggio: dalla rivolta alla riconciliazione, pubblicato dalla Gazzetta del sud - con immagini e filmato inediti sui moti reggini, a cura di Mimmo Calabrò. Un testo che ci restituisce il sapore di quella battaglia e di quel clima, al di là del racconto ufficiale che ne fecero i media, in larga parte ostili agli insorti.
La sommossa di Reggio va ricordata per quattro ragioni. Fu la prima rivolta contro le Regioni, esplosa nello stesso anno in cui nascevano, di cui fu battesimo di sangue; fu l’ultima rivolta del Sud, l’ultima insorgenza popolare e populista nel Meridione contro il potere centrale, prima che il Meridione si consegnasse all’apatia o alla criminalità organizzata; fu forse la prima volta che in Italia e nell’Europa libera e democratica scesero per strada contro la popolazione i carri armati, come nei paesi comunisti dell’est. E infine fu l’ultima rivolta di popolo capeggiata dalla destra, una destra rivoluzionaria, nazionalpopolare e sindacalista che agiva ai bordi dell’Msi, della Cisnal e lambiva in modo trasversale altre forze politiche. Non solo esponenti interni al potere e ai partiti, ma anche movimenti estremi di destra e di sinistra, se si pensa all’attenzione positiva che Lotta Continua e Adriano Sofri riservarono a quella rivolta. Un po’ come era accaduto mezzo secolo prima a Fiume quando la sinistra rivoluzionaria del tempo, Gramsci incluso, seguì con favore la rivolta nazionalista e interventista di D’Annunzio e dei suoi legionari. Dannunziano fu lo slogan della rivolta reggina, «Boia chi molla»; ma diversi furono il clima e la statura dei protagonisti. Reggio fu il ’68 dei terroni, la banlieu dei cafoni.
La rivolta di Reggio fu un’insurrezione di segno localista su cui si depositò da un verso la polvere di ideologie rivoluzionarie accese dal clima violento ed eversivo di quegli anni e dall’altro l’eco antica di malesseri e insorgenze meridionali. Non fu una Vandea, e non ebbe i tratti cattolici e reazionari, nobiliari e contadini della jacquerie contro i rivoluzionari, anche perché scoppiò in una città e non in campagna e scoccò proprio nel giorno della presa della Bastiglia, il 14 luglio. E poi i nemici, per gli insorti di Reggio, non erano i rivoluzionari al potere, ma un ceto di moderati che rappresentavano semmai la stagnazione e il conformismo. La rivolta reggina ebbe tuttavia qualche somiglianza con le insorgenze popolari del Sud nel 1799 o con i Vespri Siciliani, per andare ancor più indietro nel tempo. E Ciccio Franco, il suo leader più popolare, evocò il fantasma napoletano di Masaniello in salsa sindacale.
La ribellione di Reggio dimostrò come il trasferimento di poteri e competenze a livello locale inneschi facilmente guerre locali e conflitti per l’egemonia territoriale. Era il tempo in cui la secessione rischiava di fiorire a sud. Seguì poi la rivolta dell’Aquila ma diverso fu il peso, le vittime e la durata di quella sommossa, nata anch’essa dalla crisi di rigetto delle Regioni e da un conflitto di supremazie cittadine. A Reggio le Regioni già mostrarono i loro peccati d’origine e le loro artificiose competenze, ma dimostrarono soprattutto che smantellando l’Italia dei prefetti e dello Stato centrale non si andava incontro ad una democrazia matura e federale, più vicina al territorio, ma ad una perdita di autorevolezza e di legittimità delle istituzioni pubbliche. La gente si allontanava anziché avvicinarsi alle istituzioni. Con le Regioni si accelerò in Italia la crisi dello Stato democratico e della repubblica, già avviata con la rivolta studentesca del ’68 e l’autunno caldo sindacale del ’69. Quella di Reggio nel ’70 apparve la terza rivolta, quella delle periferie e della polveriera meridionale contro uno Stato svuotato di compiti e di prestigio.

Dopo Reggio il Sud smise di insorgere a livello popolare, preferiì defilarsi nei propri comodi, nel clientelismo e nel malgoverno, o consegnarsi in alcune zone alla malavita organizzata. Quel «Boia chi molla», demagogico ed eversivo, non scevro di violenza, fu l’ultimo grido del Sud prima di sprofondare in quel coma da cui non si è più ripreso. È curioso pensare che la repressione violenta della Rivolta avvenne ad opera di un governo moderato, guidato da un democristiano morbido e doroteo come Emilio Colombo. Intervistato da Calabrò a distanza di quarant’anni, Colombo non è pentito di quella repressione, ma è convinto di aver fatto bene a mandare i carri armati sullo splendido lungomare reggino. Eppure non pochi furono i morti lasciati per le strade, morti civili in prevalenza, ma anche delle forze dell’ordine. Misterioso fu pure l’incidente stradale del 26 settembre 1970 in cui morirono 5 anarchici che si recavano a Roma a consegnare materiale di denuncia mai ritrovato. La stampa, la stessa stampa che era indulgente con gli scontri e le barricate dei contestatori, fu in prevalenza ostile alla rivolta reggina.
A Reggio quell’estate di quarant’anni fa si spezzò il legame già sofferto tra Sud e Stato, tra Meridione e Istituzioni, e si acuì il degrado scontroso della Calabria poi aggravato dai folli insediamenti industriali nella piana di Gioia Tauro e dai loschi errori del ceto politico, con rare eccezioni (a Reggio, ad esempio, i sindaci Falcomatà per la sinistra e Scopelliti per la destra). Pur nel suo velleitario estremismo, quella rivolta fu l’ultimo atto politico di un popolo che pensava ancora di poter cambiare la realtà con la mobilitazione, gli slogan e le barricate. Poi restarono le clientele, i clan e la defezione. Dopo la protesta venne l’omertà, dopo la rivolta venne il letargo. Il Sud boia alla fine mollò.

13/09/10

NO GARIBALDI DAY!


Il 7 settembre scorso, in occasione del 150° anniversario dell'entrata a Napoli da parte del ladro di cavalli Garibaldi, lo stato colonialista ha tentato di organzzare un convegno celebrativo del celebre razziatore al soldo di massoneria e potenze estere.
Naturalmente non ci è riuscito: all'interno della sala del Maschio Angioino allestita per l'evento, il prof GALASSO ha parlato a scarafaggi e insetti, FUORI - in strada - centinaia di bandiere dello stato duosiciliano sventolavano a testimoniare da che parte sta l'idem sentire del popolo napolitano.

NAPOLI SOPPORTA TANTE COSE, MA NON DIMENTICA NEMMENO.

PADANIA LIBERA......E JATEVENN!

Trenitalia avvia la «secessione» del Sud

NAPOLI — C’è già chi parla di «isolamento» e chi di «abbandono del Mezzogiorno», fino a sconfinare nella «secessione». Accuse che provengono da Calabria e Puglia e rivolte al management di Ferrovie dello Stato, ‘‘reo’’ di aver cancellato da domani quattro convogli a lunga percorrenza. Due collegamenti tra Bari e Roma; altri due tra Lamezia Terme e Roma. «Scelte imposte da un mercato che non supporta i costi», si limitano a dire da Fa.

Ma questa sorta di Federalismo ferroviario continua a non piacere. Anche se, assicura Fs «ad alcuni convogli cancellati fanno da contraltare l’allargamento degli orari di partenza ricomprende più o meno le fasce di esercizio dei collegamenti tagliati»; né addolcisce la scelta di Ferrovie di istituire collegamenti diretti con l’aeroporto di Malpensa, partendo da Napoli. Il Frecciarossa ‘‘diretto’’ eviterà scambi di treno e chi deve prendere un volo avrà un veloce accesso al check-in. Il servizio intende abbattere i tempi di percorrenza per raggiungere Malpensa, un problema spesso al centro di polemiche proprio per i lunghi e costosi (per esempio per chi prende un taxi) collegamenti. Da Napoli si partirà alle 10,50 e dopo le fermate a Roma, Firenze, Bologna e Milano Centrale si arriverà all’aeroporto verso 16,40. Ma se con il nuovo orario ufficiale al Nord i servizi vengono potenziati, al Sud - in particolare Puglia e Calabria - si abbatte una nuova scure: per via della scarsa domanda, resta la cancellazione di quattro convogli. Così, a leggere le variazioni di orario (fonte Rfi) delle «lunghe percorrenze» (al netto di quelle soppresse) si nota che ad essere premiati sono i treni (20) che collegano tra loro le città del Centronord, rispetto a quelli (9) che dal Sud risalgono lo Stivale. Con il nuovo orario, viene rimodulata l’offerta sulla Torino-Milano: due Frecciarossa collegheranno le i capoluoghi negli orari di punta. Mentre 4 Intercity Torino Porta Nuova-Milano Centrale, con un rapporto costi-ricavi in perdita e non finanziate dal contratto di servizio con lo Stato, verranno sostituite dal prolungamento su Torino di quattro Eurostar City Milano-Venezia. Chiude il cerchio Milano-Torino, la nuova fermata di Milano Rogoredo per 8 Frecciarossa che collegano il capoluogo piemontese con Roma. Per quanto riguarda i Frecciargento, «dopo il successo del prolungamento su Bolzano di una coppia di Ata velocità Roma-Verona introdotto lo scorso giugno, da oggi diventano 4 i collegamenti giornalieri diretti tra il capoluogo dell’Alto Adige e la Capitale».

E qui a Sud? Restano operativi l’Eurostar Fast Roma-Lamezia Terme (partenza alle 6.45, arrivo 13.25) e l’Eurostar Reggio Calabria-Roma (partenza 16.40, arrivo 23.15); inoltre, l’Eurostar City Lecce-Milano (partenza alle 7, arrivo alle 16.27), i convogli Acquario Lecce-Bari (con partenze alle 6.28, alle 16.31 e alle 20.13 e con arrivi un’ora e mezza dopo). Infine, gli Acquario Bari Lecce (con partenza alle 14.45, alle 17.15 e alle 22.02 e arrivi un’ora e mezza dopo per ciascun convoglio). Per i treni cancellati, fa premio il mercato. «Non essendo redditivi sono stati soppressi— dicono da Ferrovie —. L’indice di copertura (cioè i passeggeri trasportati, ndr) non era sufficiente a ristorare i costi, visto che stiamo parlando di treni che non ricevono alcun corrispettivo pubblico. Su quelle tratte - conclude Fs - fatto 100 l'indice di redditività, ci fermavano a 30. Impossibile sostenerle».

Tonano da Puglia e Calabria. «Trenitalia conferma la sua volontà di mollare gli ormeggi dal Mezzogiorno» è stato il commento dell'assessore alla Mobilità della Regione Puglia, Guglielmo Minervini. «Trenitalia - attacca - motiva la sua scelta dicendo che il Mezzogiorno costituirebbe un mercato depresso. Questa affermazione è tanto grave quanto gratuita. Basterebbe, infatti, che Trenitalia consultasse i dati della mobilità, ad esempio degli aeroporti pugliesi, per constatare non solo le reali potenzialità della domanda, ma anche la costante propensione alla crescita». Per l'assessore alla mobilità è vero il contrario: «La coerente e dequalificata offerta di Trenitalia per il Mezzogiorno a deprimere una domanda potenzialmente molto consistente. Il problema non è del Sud ma di Trenitalia che pure resta una grande azienda pubblica. Allora - conclude Minervini - è amaro constatare il silenzio del governo nazionale di fronte a questa inaccettabile scelta aziendale. Ma ormai ci siamo abituati. Anche lungo i binari corre la secessione». Duro anche il consigliere regionale di ‘‘Insieme per la Calabria’’, Antonio Rappoccio, secondo il quale «sfuma in pochissimi mesi la nuova opportunità di viaggio per i calabresi. La coppia di che dal mese di aprile ha collegato Lametia Terme a Roma è stata cancellata a causa di un ‘‘fattore di carico’’, ovvero per un ridotto numero di passeggeri. Molte le nostre perplessità a cui corrispondono poche risposte certe— prosegue —. Inevitabile il disagio che si è venuto a creare per gli utenti calabresi a fronte anche di una serie di disservizi e di un'effettiva mancanza di competitività in termini di costi di biglietti. La cancellazione dei collegamenti veloci ha determinato un ulteriore isolamento della Calabria dal resto d’Italia. Il flop di Trenitalia sulla tratta ferroviaria calabrese ha inaspettatamente potenziato lo scalo aeroportuale Lametino che registra un sensibile aumento di passeggeri. Come sempre, le penalizzazioni che si registrano in questi casi — conclude Rappoccio— sono esclusivamente a carico dei cittadini». Stampato e distribuito da NewpaperDirect | www.newspaperdirect.com, USA/Can: 1.877.980.4040, Intern: 800.6364.6364 | Protetto dalle leggi sul Copyright, nonche' dalle vigenti leggi e disposizioni applicabili in materia. Suggeriti Leone: a Creta l’antenato di PulcinellaNapoli - dom, 12 set 2010Piazza Garibaldi, negozianti in fuga Mimì alla Ferrovia: andremo viaNapoli - dom, 12 set 2010Trenitalia, è gia secessione Lamezia e Bari senza convogliNapoli - dom, 12 set 2010

Patrizio Mannu

11/09/10

Quell'altezzoso di Brunetta.

Oggi è toccato al ministro leghista di statura maggiore offendere il Sud dicendo che Napoli, Caserta e la Calabria incarnano un cancro etico e sociale e,ovviamente, FELTRI ci ha fatto il titolone sul suo quotidiani bossiano. Senonchè, caro BRUNETTA, il vero "CANCRO SOCIALE ED ETICO" è costituito dal tuo governo, un ricettacolo di nullità se non di criminali.
Infatti non mi sembra che BOSSI, con il dito medio mostrato oggi alle telecamere, incarni maggior rigore ETICO, ma - semmai - ETILICO.

Settentrionali? UN POPOLO DI LADRI E ASSASSINI.

07/09/10

COSì è AFFONDATO IL SEDICENTE CAPO.

Dopo sedici anni di immersione subacquea negli abissi del berlusconismo, Fini riemerge a pelo d’acqua e dice: preferisco la montagna. O Gianfranco, non te ne sei accorto prima che non ti piaceva nulla di Berlusconi e del suo piglio da monarca, che (...)
(...) detesti tutto della maggioranza in cui sei stato eletto presidente della Camera, dal partito-azienda al presidenzialismo, dalla legge elettorale alla tua legge sull’immigrazione, dal pacchetto giustizia alla scuola e al fisco? E, dopo aver coabitato per sedici anni ventimila leghe sotto i mari, scopri ora che la Lega tira troppo per il Nord e poco per l’Italia? Ma va, non te n’eri mai accorto che Bossi non era propriamente un patriota risorgimentale, un romanesco verace e un sudista convinto? E con che stomaco citi ora la destra che hai demolito in tutte le sue versioni?
Come prevedevo facilmente alla vigilia del discorso di Mirabello, Fini ha rotto gli indugi e ha detto con fermezza che vuol tenere il piede in due staffe. Fate schifo, amici, alleati e camerati di una vita - ha detto -, il partito non esiste, ma io resto con voi. Esempio mirabile di finambolismo, variante sleale del funambolismo. Soffermiamoci su quattro passaggi chiave.
1) Il pdl non esiste. Lo penso anch’io, che da tempo traduco Pdl in Partito del Leader, aggiungendo però che Pd è Partito del e non si sa di cosa. Il partito non esiste, però esiste un leader, esiste un governo ed esiste un grande popolo di centrodestra. Non esiste una leadership del partito che faccia da pendant al premier, è vero, ma questa carenza riguarda chi avrebbe dovuto occupare quello spazio: a cominciare dal cofondatore, Fini, che è sparito per anni e ora si riaffaccia alla politica. Non s’è visto nel Pdl l’accenno di un contenuto, di una linea, di una strategia culturale e politica che andasse al di là di Berlusconi. Ma se il Pdl è niente, come dice Fini, immaginate cosa sarà una particella ribelle del niente, denominata Fli? Se il Pdl non esiste, ci può essere la scissione dal nulla?
2) Il governo sotto schiaffo. L’Italia sognava da una vita un governo di legislatura in grado di governare e decidere. E questa volta ce l’aveva. Ma Fini ci offre di tornare alla concertazione, al ricattuccio permanente, alla mediazione di partiti e partitini. E dire che la destra aveva costruito la sua fortuna sul presidenzialismo e sul capo del governo decisionista. Ora Fini diventa il megafono della vecchia Italia che vuole governi deboli, poteri forti e convergenze larghe. Perciò piace ad avversari, procure, circoli di stampa e gruppi di affari. Il governo indebolito, sotto schiaffo, è una manna per loro.
3) Fini sogna una legge elettorale che sancisca la fine del bipolarismo. Se Fini fosse davvero il leader del futuro direbbe: la legge che abbiamo voluto, me compreso, offende la sovranità popolare, ridiamo agli italiani la possibilità di decidere gli eletti con preferenze o uninominale. Ma aggiungendo: però salviamo la governabilità e il rafforzamento dell’esecutivo, col premio di maggioranza e poi magari con l’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. Invece no, Fini chiede di poter sfasciare il bipolarismo e restituire il Paese agli aghi della bilancia, ai terzisti e ai giochini di palazzo.
4) Infine, la destra. A Mirabello è davvero rinata An, come dice Maroni, è sorta un’altra destra, come scrive


la Repubblica che si commuove perfino a sentir citare Almirante da Fini (che lo ha tradito trentatré volte)? No, la furbata di portarsi il santino nipotino di Tatarella e il santone fascistone di Tremaglia, di arruffianarsi la vecchia base con un paio di citazioni del vecchio repertorio missino, non sono la destra. E tanto meno sono la destra moderna, nuova e futurista di cui si eccitano i finiani. E poi «le radici della destra» non sono a Mirabello, come ha detto Fini. Sarebbe davvero poca roba una destra con quelle radici lì, così corte e contorte. No, le radici della destra sono in luoghi, storie, opere, pensieri, tradizioni che non si possono ridurre alla piccola storia del finianesimo, nel suo viaggio tra le rovine, dal Msi ad An, dal grande nulla del Pdl al piccolo nulla del Fli. La destra è un popolo e non una setta, è una cultura e non una citazione rubata, è un disegno civile e politico e non una carriera personale, è una comunità e non una musica da Camera, un progetto di riforma dello Stato e non una riforma elettorale per sfasciare un governo e scroccare un partito. E chi è di destra nutre amor patrio, cioè amore dei padri, mica dei cognati. Trovo ridicolo il titolo del Corsera: «A Mirabello Gianfranco batte Almirante» notando che la folla di domenica era maggiore di quella dei tempi di Almirante. Ma per forza, quella missina era la festa innocua di un piccolo partito ai margini della politica, questo è un evento mediatico e politico che ha riflessi sul governo e sul Paese. Anche Bruto, se avesse fatto una conferenza stampa dopo aver pugnalato Cesare, avrebbe avuto il pienone.
A proposito di titoli, ne ho trovato sul medesimo giornale un altro, favoloso e stucchevole: «Elisabetta e quel bacio dal palco: sono qui per lui»; ma per chi volete che fosse la Tulliani a Mirabello, per Donato La Morte, per i tortelli di zucca? Questo per dire che era stata una facile profezia la ola in favore di Fini dei grandi giornali: saranno anche loro asserviti a qualcuno come i tg e i giornali berlusconiani deprecati dal medesimo Fini? Ma no, ma che dite...
Dopo Mirabello il bilancio dell’operazione finiana è il seguente: un governo e un partito azzoppati, elezioni alle porte, una destra decapitata e spaccata che piace così ridotta solo agli avversari. Complimenti. Un vero leader.


MARCELLO VENEZIANI.

04/09/10

La casta degli storici che non insegna nulla

di Marcello Veneziani

Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione "ufficiale" da loro accreditata. E così i revisionisti impazzano: il caso dell'anti-risorgimento

Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.

Ho letto e ascoltato con quanto fastidio - e cito gli esempi migliori - Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all'Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.

Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi? Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.

Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.