02/10/08

Bassolino e la camorra.

Ieri sera Matrix si è occupata della brillante operazione di polizia contro il clan Schiavone alla presenza di Maroni in qualità di rappresentante dello stato e di Antonio BASSOLINO quale conoscitore di camorra.

Mi sono trovato, per la prima volta, d'accordo con il Cacaglio che, pur nel suo italiano stentatissimo, ha espresso un concetto molto valido: ossia che la camorra è dentro le istituzioni e ha diversi politici quali referenti.

Bassolino, almeno quando si tratta di discutere di camorra, ha dimostrato di essere ferrato. Tanto è vero che ha ammesso di aver incontrato, riconosciuto e parlato con lo zio di "Sandokàn" proprio a Casal di Principe. Chissà per discutere di cosa. I Casalesi hanno optato per una strategia più istituzionale e meno di rottura a partire dagli anni '90, grosso modo proprio da quando Bassolino ha fatto carriera prima come sindaco di Napoli e ministro del lavoro (dove si è inventato "i lavoratori socialmente utili", ossia dei nullafacenti stipendiati che sembrano rievocare la biografia dell'ideatore), poi come presidente della giunta campana.

All'ex ragazzo spazzola dalle mille prescrizioni i voti, si sa, non sono mai mancati. Nemmeno da Casal di Principe e nonostante i suoi denti storti e perennemente gialli, i suoi gessati da padrino, la sua tintura per capelli color petrolio e il suo eloquio approssimativo.

Tanto più che, leggendo la corrispondenza di Vincenzo Schiavone pubblicata sui giornali - il contabile di "Sandokàn", come lo chiama simpaticamente Bassolino - ha appurato che questi scrive e si esprime molto meglio del nostro presidente di regione.

Forse dovrebbe candidarsi alle prossime elezioni.

L'affiliato di "Sandokàn", non Bassolino...

N.B. Vi ripropongo il video in cui canto "Partito Bassolinista", ma - vi prego - non ricordatemi quanto sia stonato.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

Di sicuro un boss alla regione farebbe meno danni di bassolino...

Anonimo ha detto...

Bassolino, quando te ne vai via con tutta la tua famiglia che ci opprime da decenni ? NON TI SOPPORTIAMO PIù!!!!!!!!!!!!!!!!!
Dovrebbero arrestarti perchè tu sei il vero cancro per la nostra città, tu e i tuoi affiliati.

Anonimo ha detto...

Spero che tireremo qualche sassata nelle vetrine dell’informazione». Oddìo. Giampaolo Pansa lascia L’Espresso, e basta aggiungere che sta nel gruppo da 31 anni, per capire che è una notizia. Se ne va a Il Riformista di Antonio Polito (notizia anche questa, come passare dalla squadra di Golia a Davide). Per di più si diverte a spiegare che per lui il giornalismo «è un mestiere per bastiancontrari». Subito dopo aggiunge «un giornale piccolo è meglio di un giornale grande».

Pansa, te ne vai lasciando l’Espresso con il Bestiario, ma senza il suo autore?
(Risata pansiana, ah, ah, ah) «Veramente mi porto via anche il Bestiario. È un copyright mio, credo che a un vecchio signore come me consentiranno questo trasloco».

Non so come chiedertelo: ti hanno coperto d’oro?
«Noooòòòh… Ma che oro e oro! Faccio già un sacco di soldi con i miei libri, figurarsi se mi arricchisco col giornale».

Niente trattativa da calciomercato, dunque?
«Polito, e gli Angelucci, mi hanno dato quel che mi spettava. Sono un signore anziano che possiede una Panda».

Hai quello del giornalismo.
«Il che comporta che leggo e taglio dodici quotidiani tutte le mattine. Ma non è molto dispendioso».

È più grande l’archivio Pansa o quello Ceccarelli?
«Forse il suo. Il mio occupa due stanze. Sai come ho iniziato?».

Racconta.
«Vedevo Vittorio Gorresio, più matto di me, che catalogava persino gli auguri di Natale. Allora chiesi “A che ti serve?”».

E lui?
«Risposta sublime. Immagina il tipo. Capelli all’Umberto, erre arrotata: “Taglia tutto, a partire dai tuoi articoli. Quando li dimentichi anche tu è il momento migliore per passare dalla copiatura degli altri a quella dei propri”».

Mica male come scuola di giornalismo…
«Ma sì! Basta con la retorica autocelebrativa».

Quanto serve tagliare?
«Molto: per esempio ho una busta anche su di te. Ma ti racconto del mio primo pezzo»

Questo lo so. A La Stampa, con il mitico Gidibì, la recensione di Quell’ultimo ponte di Cornelius Ryan!
«Allora saprai anche che fine fece. Rimase tre giorni in ghiacchiaia, finché non ebbi la malaugurata idea di chiedere che fine avesse fatto».

Chi ti rispose?
«Il direttore. Lo prese, lo strappò, urlò: “Più che una recensione, è una pessima cronaca. Fatta, per giunta, da uno che a giudicare dall’anagrafe non c’era!”».

Mamma mia.
«Provai dolore fisico».

Non dire che vai a Il Riformista perché ami cambiare.
«Invece è così: compio proprio oggi la bellezza di 73 anni, mi diverto. È l’ottavo giornale in cui entro, si vede che sono zingaresco. Forse sono il più grande cambiagiornali».

Un giudizio che ti ha inorgoglito?
«Ah, ah, ah… D’Alema».

D’Alema ti ha fatto un complimento?
«Disse a Claudio Rinaldi: “Pansa si fa leggere dalla prima all’ultima riga. Ma non capisce un cazzo di politica. Peggio di lui solo Prodi”».

Una bella frecciata.
«Ma no, una medaglia».

D’Alema però si rivolse da una tribuna congressuale al tuo binocolo, e venne pure a stringerti la mano..

«Ah, il binocolo. È Zeiss, made in Ddr. Ha iniziato la carriera quando ero al Corriere, nel congresso Dc in cui inventai le “truppe mastellate”».

Il binocolo ha un segreto?
«Il primo è semplice. Ti mette cento metri davanti ai colleghi. Se vedi la faccia di De Mita dopo cinque ore di relazione puoi capire tutto di lui».

Il secondo?
«Quando sei lì che scruti, c’è sempre una collega affascinante che ti chiede: “Oh, Pansa! Me lo presti?”».

E tu?
«Rispondo: Manco morto».

Però, galante…
«Sai: io lo presto a lei, lei lo presta a un altro, e poi non lo rivedo più. È un binocolo da caccia. E in fondo io sono passato dalla caccia delle prede a quella delle facce».

Come si fa a intervistare il comandante Borghese tre giorni prima del suo golpe?
«Culo. Ma io mi sono convinto proprio con quell’intervista che il golpe era una panzana. Ti pare che uno prima di occupare il Quirinale fa chiacchiere davanti al registratore del “nemico“ Pansa?».

Come vi congedaste?
(Nuovo ghigno). «Bel dialogo. Lui mi chiese: “Scriverà un articolo obiettivo?” E io: “No”. Si riprese bene. “Mi ha dato una risposta onesta”».

E tu intanto portavi a casa uno scoop.
«Mah, gli scoop… il vecchio Di Bella, che fu un grandissimo capocronista diceva: “Non far mai comunella con gli altri. È meglio prendere un buco, che perdere un punto di vista originale sulle cose”».

Attribuisci il merito del tuo reportage sul Vajont a un paio di calosce!
«Era il ’63. Gidibì mi mise sulla macchina con un inviato blasonato, Francesco Rosso. Che dormì tranquillamente, e poi si infilò con tutti gli altri inviati blasonati all’Hotel Cappello di Belluno».

E tu?
«Io avevo avuto l’idea di prendere gli scarponi. Così mi arrampicai sulla montagna, 9 chilometri a piedi andare e a tornare».

Sulla strada incontrasti la squadra de Il Giorno.
«C’era Bocca… e Guido Nozzoli, che chiese: “Hai fatto la guerra?” Io: “No”. Lui: “Allora preparati. La troverai qui”».

Che ti resta di quel pezzo?
«Una puzza indescrivibile: fango, sterpaglie e sangue. Ma quando alla sera i giornalisti blasonati videro le riprese Rai dagli elicotteri, i loro pezzi invecchiarono in un minuto».

La decisione più drammatica che hai preso?
«Con Scalfari. Quando dicemmo di no alla moglie di un sequestrato dalle Br che ci implorava di pubblicare i comunicati brigatisti».

Come capisci se è giusto?
«Solo dopo trent’anni. Se non te ne sei pentito. Ma se avessimo pubblicato i testi dei brigatisti lo Stato chiudeva».

Ti senti un maestro?
«Macchè! A Il Messaggero mi fecero caporedattore. E io nella macchina ero proprio un disastro, non sapevo disegnare un menabò».

Non ci credo.
«Oh sì! Mi salvava il vecchio Terracina, padre di Claudia, che senza dir nulla mi ridisegnava le pagine. Un santo».

Poi te ne andasti.
«Divenne co-editore, Edilio Rusconi. E io, come molti altri di sinistra, lo consideravo, pensa, un clerico fascista!».

Ammetti almeno il fiuto.
«Vabbè, ma suffragando con un anedotto sapido su di un neodirettore…».

Sono tutt’orecchi.
«Mi misero, non so perché, nella giuria della borsa Formenton. Il premio era due stage di sei mesi in un quotidiano del gruppo Caracciolo, e uno uguale a La Repubblica».

E cosa c’entra?
«Gli articoli erano anonimi. Mi piaceva molto uno. Scritto in modo originale e moderno. Stupiva. Dissi: “premiamolo”. Ci fu discussione».

E poi?
«Dissi: “vedrete, è una donna. Dopo la scelta aprimmo la busta. era Concita De Gregorio, oggi direttora».

Sai persino cosa rispondere ai giovani che ti chiedono come si diventa giornalisti?
«Sì. Scordatevi le passeggiate che è durissima. E poi leggetevi dieci libri e fate il riassunto in dieci righe».

Anonimo ha detto...

Bassolino è indifendibile e su questo hai ragione, però non ho capito ancora come la pensi. Sembra che non ti stia bene nulla

Anonimo ha detto...

Bassolino è indifendibile e su questo hai ragione, però non ho capito ancora come la pensi. Sembra che non ti stia bene nulla

Anonimo ha detto...

Il Comune di Catania è fallito, i conti in rosso sono almeno 300 milioni di euro, forse più di 800. Il medico dello psiconano Scapagnini invece di un benservito ha ricevuto un regalo, infatti “Il comitato interministeriale per la programmazione economica ha disposto uno stanziamento di 140 milioni per far fronte all’emergenza finanziaria dell’Ente”. Catania non è un caso isolato. Nel 2007 c’è stato il buco di Taranto con 316 milioni di euro. Pochi mesi fa la Ragioneria generale dello Stato ha trovato una voragine di 10.709 milioni di euro nel bilancio del Comune di Roma. I Comuni spendono i soldi che non hanno. E falliscono. In questi casi dovrebbe fallire il sindaco insieme al consiglio comunale. La differenza dovrebbero metterla loro, non noi, non le casse dello Stato.
I Comuni, per fare soldi, si sono messi a fare le banche e a speculare sui derivati.I derivati secondo Wikipedia sono: “Titoli il cui valore è basato sul valore di mercato di altri beni che possono essere utilizzati per copertura di un rischio (hedging), utilizzando un derivato con effetto opposto all'operazione che si vuole coprire (ad esempio, una opzione put può coprire il rischio di un acquisto long di uno strumento finanziario)”.
Non avete capito nulla? I sindaci neppure, per questo i Comuni falliscono.
I derivati consentono di avere una liquidità immediata sui possibili utili. Per esempio, se si investe 100, si può incassare subito 150 (capitale più utili ipotetici). Le banche che propongono i derivati ricevono comunque le loro commissioni, spesso di qualche milione di euro, e sono esenti da ogni rischio. Se il derivato perde, il Comune perde tutto e deve restituire i soldi. Di solito la scadenza del contratto per i derivati è successiva la fine del proprio mandato. In sostanza, i debiti li paga il successore. I rischi da derivati per Comuni, Province e Regioni è di 10 miliardi di euro.
In testa alla classifica dei Comuni alla Deriva, c’è Milano con una esposizione di 300 milioni di euro in derivati. La risposta della Moratti non si è fatta attendere. Il prossimo 16 ottobre il consiglio comunale valuterà se “intraprendere azioni legali contro le banche che hanno convinto il Comune di Milano a sottoscrivere diversi contratti derivati”. Quindi, UBS, Deutsche Bank, JP Morgan e Depfa.
In sostanza accusa le banche di circonvenzione di incapace.
Una tesi vincente. Infatti, qualunque giudice, di fronte a un sindaco che ha investito i soldi dei cittadini in derivati, lo farebbe rinchiudere

Anonimo ha detto...

Bassolino ha indebitato la campania con i derivati per i prossimi 3 anni, il tutto per far carriera a suo figlio che lavora all'ubs.

vergogna

Anonimo ha detto...

FASCIO E MARTELLO - COME LE SAPEVA FARE BENE E BELLE LE CASE E LE CITTÀ IL MALE ASSOLUTO, NESSUNO - IL VIAGGIO DI PENNACCHI NELLE CITTÀ DEL DUCE SVELA IL PROGETTO PER UNA DITTATURA PROLETARIA CONTADINA…

Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"

Come le sapeva fare bene e belle le case e le città il Male Assoluto, nessuno. Il libro di Antonio Pennacchi,"Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce" pubblicato da Laterza (euro 18,00), è un percorso indietro nel tempo, alla scoperta delle città fatte costruire da Mussolini che, escluse Sabaudia e Littoria poi ribattezzata Latina, sono ben poco conosciute alle italiche genti ammorbate dal Bene Totale. E' un esercizio di archeochic quello della scoperta dell'urbanistica del DUCE.

In taluni casi si parla addirittura di piccolissimi insediamenti oggi completamente abbandonati, come Borgo Riena, in Sicilia, che ha oggi un unico abitante, Totò Militello, un ottantenne condannato all'ergastolo per un omicidio in primo grado, che aveva aspettato l'appello "canziatu", cioè in latitanza, e che per questo di notte scendeva a Borgo Riena dove la sua famiglia si era trasferita per la colonizzazione. Totò, che si è sempre proclamato innocente, è stato assolto in appello. La Regione siciliana ha poi cacciato i pochi abitanti dell'insediamento, che ora è "vacante", vuoto. Così Totò è di nuovo "canziatu". Nessuna carta geografica riporta il nome di questa località, non è registrata in alcuna mappa catastale. Ma è una "città nuova" come le altre che Pennacchi ha visitato e di cui ha studiato la fisionomia e l'humus, la storia e soprattutto le cause della loro fondazione.

Queste città sono l'espressione tangibile della politica avviata da Mussolini a partire dagli anni Trenta e secondo Pennacchi - autore tra gli altri de "Il Fasciocomunista", un best seller Mondadori - e di "Palude" (Donzelli) - rispondente a un disegno che il DUCE aveva elaborato molti anni prima, ossia la bonifica dell'Italia centro-meridionale, la costruzione di insediamenti, "le città nuove", che divenissero il tessuto sociale di una nuova classe di contadini, capaci di rappresentare lo zoccolo duro del regime fascista.


La tesi di Pennacchi è che il DUCE vuole instaurare in Italia, all'indomani della presa del potere, una dittatura proletaria contadina, espropriando il latifondo che tanta estensione aveva nella penisola, e riDUCEndo così l'influenza dei grandi proprietari terrieri che possedevano migliaia di ettari di terra, ma si limitavano a coltivarli a grano o a lasciarli a pascolo, garantendosi una rendita parassitaria.

Si resta stupefatti apprendendo come, nel giro di pochi anni, il progetto di bonifica dell'Agro Pontino sia stato effettuato, ma anche l'insediamento umano, attraverso la costruzione ex novo di città, nelle quali sono stati trasferiti coloni provenienti da altre regioni di Italia, il Veneto per esempio, allettati dalla possibilità di un lavoro dignitoso ma soprattutto dal possesso di un podere che lo stato fascista consegnava al nuovo venuto e alla sua famiglia già perfettamente completo.

L'avventura di costruire città laddove per secoli, se non addirittura per millenni, aveva regnato la palude, abitata da micidiali zanzare portatrici di malarie, serpenti lunghi anche due metri e grossi topi roditori, è un affare di stato. Sbalordisce la velocità con cui tale progetto è stato portato a termine. Aprilia fu edificata in diciotto mesi, per Littoria ne bastarono addirittura sei. Il centro dell'insediamento è rappresentato dalla torre littoria che, secondo Pennacchi, è la ripresa che il fascismo fa, della torre medievale che per tutta l'età comunale rappresenta il cuore laico della civitas, facendo fuori il luogo comune, che invece identifica nella chiesa il centro simbolico della comunità.

Le immagini note del DUCE che pone la prima pietra e, novello Romolo, traccia il solco, dovettero ripetersi innumerevoli volte, se il calcolo di Pennacchi arriva a contarne fino a centocinquanta di varie dimensioni da una punta all'altra dell'Italia, fino all'Istria e senza contare i villaggi edificati nell'Impero fascista. Non è solo l'impresa, già per sé meritoria, di fondare città, che è un altro modo non guerresco di "essere facitori di storia". La città diviene il luogo in cui gli individui che la abitano, possono partecipare a una serie di attività organizzate secondo i dettami del partito. Il cinema, il dopolavoro, la biblioteca, l'asilo, i campi sportivi.

Ad Arsia ci saranno perfino le piscine e gli impianti di riscaldamento centralizzato. E poi le organizzazioni giovanili, la Mutua, le colonie estive. Il DUCE ha ruralizzato le masse mediante un'urbanizzazione realizzata in soli dieci anni, dal 1932 al 1942. Continuava a far costruire città anche in piena guerra. Hanno, tutte queste città, una sorta di impronta che le accomuna. Intanto ovunque sono stati piantati eucaliptus perché assorbono acqua, allontanano le zanzare e sono un'ottima barriera contro il vento, almeno così sostenevano quelli della Milizia forestale che li piantavano ovunque. Pare che fosse tutto vero, tranne la storia che respingessero le zanzare, anzi sembra proprio che avessero l'effetto contrario.

Ma tant'è, almeno contro il vento funzionavano davvero. E infatti, dopo la guerra, la Regione Lazio li ha fatti sradicare, così che le trombe d'aria, adesso, quando arrivano, tirano via perfino i tetti dei capannoni e gli oleandri che la gente ha piantato in giardino. Ogni città ha la sua piazza, la sua Casa del Fascio e anche il suo campanile, ma un tantino defilato rispetto al centro urbano. Gli anni in cui l'urbanizzazione delle terre bonificate raggiunse il suo culmine, vanno dal '31 al '36. In pochi anni si passa "dalla preistoria alla modernità".

Poi c'è la conquista dell'Impero e successivamente, dal '38 al 42, il secondo periodo di bonifica, in Puglia, Campania e Sicilia. Anche la fondazione dell'Impero con la conquista dell'Abissinia e il trasferimento in Libia di trentamila rurali, fa parte del disegno fascista di dittatura delle masse. Visto che la bonifica in Italia comporta lo scontro con i grandi latifondisti, Mussolini ritiene più semplice andare a conquistare la terra di cui ha bisogno fuori dalla penisola costruendovi sopra i villaggi che debbono ospitare i coloni. Anche in questo caso l'obiezione di tanta storiografia è che sembra un'operazione esagerata andare a conquistare terra mentre altri cercano almeno oro e petrolio, e farlo con i gas.

Attraverso il viaggio per le città del DUCE, Pennacchi in realtà vuol delineare la fisionomia del regime fascista. La sua tesi è che, lungi dall'essere una dittatura di destra, quella che Mussolini instaurò fu una dittatura contadina. Era il passato socialista del giovane Mussolini che si realizzava nella creazione di una classe sociale nuova ritagliata sull'espropriazione del latifondo e la rinascita dell'antico mezzadro vessato dal padrone a colono di un podere tutto suo.

A segnare la trasformazione del regime in totalitarismo concorre l'avvicendarsi dei simboli dalla prima fase della ruralizzazione alla successiva. La torre littoria viene sostituita nella sua centralità, dalla Casa del fascio, il potere laico è divenuto potere proletario. Non era stata operazione facile da realizzare. Anzi in un primo tempo, Mussolini non è ancora così forte da poter inimicarsi il ceto agrario, né ha tutto il denaro che i suoi progetti richiedono. Pertanto si appoggia agli stessi proprietari terrieri che vengono aiutati nei lavori di bonifica, da sovvenzioni dello stato. Ma alla fine degli anni Venti la situazione cambia.



Il DUCE, nonostante le resistenze dei latifondisti, affida i lavori di bonifica all'Opera Nazionale Combattenti fondata da Nitti, di cui nomina responsabile unico il conte Valentino Orsolino Cencelli, al quale dà carta libera: espropriare la terra, frazionarla in piccole unità e venderla ai coloni. Lo scontro è duro. Da una parte, il Consorzio dei proprietari, che ha buoni appoggi al ministero dell'Agricoltura, dall'altra Cencelli. Quando le tensioni tra le due parti diventano insostenibili, il DUCE sostituisce Cencelli con Araldo di Crollalanza, più diplomatico nei rapporti con i proprietari terrieri ma anche più sinceramente socialista.

Aprilia e Pomezia vengono progettate da Concezio Petrucci, un giovane architetto che nel 1929 già insegnava nella facoltà di Firenze appena istituita e che successivamente progetterà Fertilia in Sardegna e Segezia in Puglia. Sabaudia viene fondata nel 1933. Intanto il DUCE ha ben altre preoccupazioni. Nel 1935 la conquista dell'Abissinia gli ha inimicato le potenze europee, che attraverso la Società delle Nazioni comminano all'Italia pesanti sanzioni, tra cui il divieto di importare merci dall'Europa. L'Italia ha soprattutto bisogno del carbone per il quale dipende totalmente dai paesi europei. Viene trovata una valida alternativa nella lignite, un succedaneo del carbone, che si trova in grandi quantità nel Sulcis, in Sardegna. Ha minor potenza calorica ed è più costoso del carbone, ma non c'è altro da fare. Il DUCE dà ordine di estrarlo.

Viene creata l'Acai (Azienda Carboni Italiani), con a capo il commendatore Giulio Segre, proprietario di una società estrattiva con miniere di carbone in Istria, l'Arsa, che confluirà nell'Acai. Segre farà costruire Carbonia in Sardegna e Arsia in Istria, tra Pola e Fiume. Anche la storia di questi insediamenti, può servire a notare alcune incongruenze del regime. Il DUCE va in Abissinia ricavandone l'isolamento economico in Europa, deve inventarsi una materia prima da produrre in Patria e da inviare ovunque nella penisola, impiantare miniere, trasferire individui che hanno bisogno di insediamenti abitativi, "le città dell'autarchia".
Qui il controllo sociale è ferreo. Nessun ricambio di classi sociali come era avvenuto nelle città della bonifica. Carbonia è popolata per il cinquanta per cento di pregiudicati, non ci sono donne, è un insediamento che gravita interamente sull'attività mineraria che Segre controlla con pugno di ferro, ricevendo dal DUCE attestati di stima. Ma i tempi cambiano, anche i vincoli più saldi e le amicizie più durature non reggono l'urto e la sciagura della ragion di stato. Cresce l'ostilità contro gli ebrei.
Mussolini e Famiglia

Segre era ebreo di nascita, ma si riteneva italiano a tutti gli effetti. Rifiutava il sionismo, era un fascista convinto, un grande patriota e un eroe della Grande guerra. L'architetto che aveva scelto per disegnare il piano regolatore di Carbonia era un triestino di origine ebrea, Gustavo Pulitzer. Carbonia fu inaugurata il 18 dicembre 1938, ma Segre non partecipò alla festa. Il 17 novembre erano state promulgate le leggi razziali. Segre viene costretto alle dimissioni dalla guida dell'Acai e sostituito. Nel '43 chiede ancora invano di poter partecipare alla guerra, da soldato italiano. Dovette riparare in Vaticano dove morì nel '44.

Dopo la guerra, il carbone, quello vero, riprese ad arrivare dall'Europa e via via le estrazioni nel Sulcis presero a rallentare fin quasi a cessare. Pare che, oggi, sia rimasto in attività un unico pozzo. Carbonia invece è ancora lì, è diventata una città del terziario, la più importante del versante sud-occidentale della Sardegna. Le gallerie delle miniere stanno ancora tutte sotto la città, sono parte essenziale della sua identità. Pare che il vento, quando soffia forte, si insinui nei mille cunicoli sotterranei urlando. Urla quasi umane che arrivano fino a sù. Il calore emanato dalla lignite non si è spento, talvolta si innalzano colonne di fumo. In città si mormora che la miniera è abitata dagli spiriti. Forse è il fantasma di Segre che attende ancora giustizia.

La seconda fase della bonifica viene attuata a partire dal 1938 da Araldo di Crollalanza, incaricato dal DUCE di estendere i lavori nel Foggiano, dopo i successi dell' Agro Pontino, in Campania e in Sicilia. Il piano prevede una durata di dieci anni per la completa realizzazione del progetto. Bisognerà appoderare il territorio in piccole unità affidate alle famiglia coloniche con contratti di lunga durata.

Gli inadempienti saranno espropriati. Lo stato realizzerà tutte le infrastrutture necessarie: strade, ponti, canalizzazione delle acque. Nemmeno lo scoppio della guerra fa recedere Mussolini dai suoi progetti. Ancora nel '42, in piena guerra, viene inaugurata Segezia, la più importante delle città pugliesi. Ma l'operazione compiuta in precedenza, trapiantare popolazioni di altre regioni italiane nel tessuto sociale preesistente, suscita forti reazioni contrarie. E di Crollalanza dovette cedere alle pressioni locali sia degli inviperiti proprietari terrieri espropriati delle loro terre che dei braccianti.
Con la caduta del Fascismo, sarà la Democrazia Cristiana ad avviare una nuova riforma agraria, ancora con gli agrari contro, e i braccianti minacciosi disposti anche a bruciare le terre pur di entrarne in possesso. La frammentazione della terra sarà così parcellizzata - i poderi non dovevano superare i quattro ettari di estensione - che molti braccianti pugliesi, emigreranno, abbandonando la terra. Intanto è stata ripresa la coltivazione del grano. E' un'attività più comoda, permette al contadino di tornare la sera al paese. Sono state dismesse le stalle e qualunque agricoltura intensiva. I piccoli poderi sono stati rivenduti e nel giro di pochi anni sono ricomparsi i latifondi.
Mussolini e Hitler

La classe dirigente del dopoguerra sarà rappresentata da quello stesso ceto di latifondisti espropriati durante il fascismo. Il nuovo è il vecchio che ritorna. Nelle città fondate dal DUCE non ci abita più nessuno, solo qualche famiglia che si è impadronita abusivamente delle case. Di sera la piazza di Segezia si riempie di extracomunitari che tornano dal lavoro nei campi. Sembra una moderna torre di Babele, riecheggiano idiomi vari compresi solo da chi li parla.

Poi come le quinte di un palcoscenico, la piazza lentamente si svuota, la città torna deserta e tutti vanno a dormire chissà dove. Il grande progetto di Mussolini, creare "l'uomo nuovo", ruralizzare l'Italia, ridimensionare i privilegi dei grandi latifondisti, ridare nuova linfa all'agricoltura, disseminare l'Italia di poderi, è fallito. Così come l'assalto al latifondo siciliano, dove c'erano in ballo ben cinquecentomila ettari di terra da espropriare. La guerra ha spazzato via tutto. Per alcuni storici l'unico risultato tangibile del progetto del DUCE, sarebbe la bonifica dell'Agro Pontino, settantamila ettari di terreno.

In realtà l'operazione riguarderebbe circa un milione di ettari. Pennacchi sostiene che, se Mussolini avesse solo portato a termine la ruralizzazione dell'Italia, sarebbe restato un fascista di Littoria, il guaio è che poi i fascisti sarebbero diventati tutti antifascisti, compreso quel pennellone lì che c'ha campato una vita a fare i saluti romani e a trascinarsi dietro Mirko Tremaglia e Carlo Tassi in camicia nera, giusto per guadagnarsi la giornata con i ragazzi di Salò.

Detto questo ha ragione Lucio Caracciolo che ha ospitato nel suo Limes questo straordinario viaggio di uno straordinario scrittore qual è il Pennacchione nostro, dove si parte in un modo e si arriva in un altro. E veramente - come scrive Caracciolo - sarebbe stata "una catastrofe epistemologia" se il DUCE non avesse avuto il mal di pietre nel costruire tutte le sue città. Nessuno dopo l'avrebbe fatto e nessuno avrebbe fatto le bonifiche e soprattutto non ci sarebbe stato Antonio Pennacchi, scrittore di Latina. "Una catastrofe epistemologica". Infine la domanda di Caracciolo: "Ma al Duce ‘Le città del Duce' di Antonio Pennacchi sarebbe piaciuto?".
Certo che gli sarebbe piaciuto: il DUCE era dei nostri.

Anonimo ha detto...

RIFIUTI, AVVISO GARANZIA PER BASSOLINO



NAPOLI - Un avviso di garanzia è stato emesso nei confronti del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino, nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta sulla gestione del ciclo di rifiuti in Campania. Sugli sviluppi dell'inchiesta viene mantenuto uno stretto riserbo. Secondo le poche informazioni trapelate, l'avviso è stato firmato per svolgere accertamenti relativi a un ulteriore aspetto della vicenda rifiuti emerso nel prosieguo delle indagini. L'inchiesta è condotta dai pm Paolo Sirleo e Giuseppe Noviello, coordinati dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, gli stessi magistrati che hanno svolto le indagini dalle quali é scaturito il processo contro numerosi imputati tra cui lo stesso Bassolino. Non si esclude che l'avviso sia stato emesso par poter procedere a una perquisizione.

CampaniArrabbiata ha detto...

Ecco l'ultima chicca di Bassolino...

Anonimo ha detto...

SIENA (6 ottobre) - Un treno delle Ferrovie dello Stato è stato danneggiato da un gruppo di tifosi della Roma di rientro ieri sera da Siena nella capitale dopo l'incontro vinto dai bianconeri contro i giallorossi per 1-0. Lo riporta oggi l'edizione di Siena del quotidiano La Nazione.

Il treno, un Minuetto di nuova generazione, era partito da Siena alle 18,04 ed era diretto a Chiusi dove ad attendere i tifosi c'era la polizia. Alcuni sarebbero stati fermati. Secondo le stime rese note da Trenitalia, il convoglio ha riportato danni per circa 15 mila euro e dovrà stare fermo almeno tre giorni in officina per essere riparato. I tifosi, in particolare, hanno distrutto dei vetri, parte della tappezzeria, una telecamera del circuito interno e l'impianto sonoro. Il Messagero.